CULTURA: QUESTA SCONOSCIUTA PER IL GOVERNO

Che la comunicazione, a livello istituzionale, non fosse curata bene, l’avevamo già capito a Maggio, con i dpcm che parlavano di “congiunti”, questi sconosciuti (e non solo giuridicamente parlando).

Da qualche settimana, la sconosciuta perfetta del nostro Governo è la Cultura, questo sostantivo femminile, singolare ma infinitamente plurale, a cui dò la lettera maiuscola.

Cultura: parola bellissima dal punto di vista socio-antropologico: definisce un popolo, in diversi momenti storici e nelle sue tappe evolutive, tanto da farlo divenire il popolo.

Cultura: tre sillabe, portata esponenziale di significato che tenderebbe ad arricchirsi all’infinito, senza limiti, integralmente; premessa e risultato nuovo di processi di inculturazione e acculturazione, con ricadute su piani formali e informali, in un circolo virtuoso.

Cultura: unità di misura di astrazioni perfette: arte, musica, pittura, scultura, letteratura, architettura; precisione sentimentale di teatro, cinema, danza; non trascura sport, gara e competizione, passione. Punta i riflettori su regia, movimento, sguardo, erigendo cattedrali di pensiero senza confini, facendosi respiro ampio, sguardo lungo.

Non si esaurisce il suo significato, solo si fa più vasto.

Quante culture esistono?

Non solo in positivo: abbiamo anche la cultura della devianza, per citare uno solo dei macrocapitoli con ricadute pericolose a livello sociologico e psicologico.

Cultura, che è anche ricerca, esperienza polisensoriale, empatia, intelligenza, intuito, creatività, sinergia, contaminazione positiva e propositiva, sapere, rivelazione.

Rivelazione, che suono meraviglioso.

Pensare che tutto nasce da una sola genitrice: Cultura, che è madre di Conoscenza e Consapevolezza (anche loro meritano la maiuscola).

E dove ci accompagna la Cultura, da quali banchi inizia a mostrarsi e manifestarsi, con discrezione, agli occhi di tutti, senza discriminazione negli intenti normativi? Dalla scuola.

Abbiamo visto la scuola diventare territorio fertile di integrazione sociale per tanti portatori di handicap a lungo emarginati nelle “scuole speciali”, diventare serra preziosa per far capire agli studenti che studiare è appassionarsi attraverso opere d’arte, pellicole cinematografiche, opere letterarie; abbiamo visto la scuola mostrare loro come ogni contenuto di una singola disciplina approdi poi in altro: la letteratura è il convoglio di materie e movimenti bellissimi della ricerca umana di senso e significato; ogni biografia è pedagogia; la matematica è più vicina alla poesia di quanto non si creda, basta solo trovare le metafore giuste e conoscere i linguaggi apparentemente distanti ed estranei. E se non vogliono capire, gli studenti, non bisogna smettere di mostrare loro, indicare altri orizzonti anche mentre guardano altrove con la propria mente, per senso di responsabilità e civiltà, non solo di dovere. Credere in qualcosa di buono e bello, sempre, ma restando coi piedi per terra, spalle larghe, schiena dritta, testa sul collo, credere ed essere mossi dall’estetica del pensiero e dell’azione, dell’intenzione: questo dovremmo insegnare sempre.

Adesso, però. Tutto è filtrato da un display a larghezza e pollici variabili, gli sguardi cadono nel vuoto, privati della corrispondenza che meritano o che cercano. Si ha bisogno di così tanti istanti persi.

Le lezioni a distanza, i musei in video, le emozioni da remoto, ognuno nello spazio sconfinato del proprio io racchiuso, solitario, nello spazio ristretto di scatole perfette: le camere racchiuse nelle case contenute nei palazzi disposti in fila o a casaccio sulle strade allineate. L’urbanistica soltanto, tante volte, proprio non sa sembrare né arte né cultura.

Nelle scuole sono state portate avanti battaglie di sensibilizzazione contro tutto quello che è deplorevole, per educare al “bello”.

La Cultura italiana, tra i banchi e le cattedre, segue linee guida ben definite per acquisire le competenze necessarie alla cittadinanza europea, e tutto passa attraverso la scuola, proprio come i cittadini di domani, gli italiani che domani voteranno e opereranno politicamente.

Tutto questo dov’è ora?

Cultura e scuola sono dilatate in uno spazio tempo dove gli unici fattori che avvicinano, la luce e il suono, viaggiano a velocità differenti: perdersi è un attimo, talvolta per sempre.

Dove sono finite le competenze del nostro governo, a cosa pensa quando decide di chiudere tutto ciò che porta cultura, ossia ricchezza dal punto di vista di crescita personale e collettiva?

Le sale vuote dei teatri, le platee spoglie, i  velluti lasciati a impolverarsi così come gli schermi dei cinema e le loro fessure strette, quelle tramite cui la magia della luce comporrà emozioni e speranze. Le sedie delle librerie e delle biblioteche restano fredde, come le mani che reggono i libri in spazi privati, senza il confronto di voci, sguardi, sorrisi e storie.

I corridoi degli edifici scolastici, le palestre e gli auditorium, le aule, i laboratori: ogni spazio è permeato dall’assenza. Il futuro è scardinato.

S’è fermata la macchina meravigliosa che porta in scena la fantasia, l’immaginazione, il genio, l’estro.

Il sentimento resta sospeso come per tutte quelle relazioni che vivono i confini geografici al pari del filo spinato.

L’arte e la cultura sono rimandate a data da destinarsi, come gli sguardi prossimi degli amanti distanti, o dei cari che congiunti non sono, perché sono molto di più.

Si sta congelando la storia del popolo.

Siamo puntini che occupano un’area geografica.

Sono un puntino che occupa uno spazio preciso, tracciando itinerari fedeli a sé stessi: il supermercato, il fruttivendolo, il giro del paese, le strade che offre. Un topolino nella ruota.

Ho perso il conto delle giornate chiusa in casa.

Col primo lockdown ho ripreso a scrivere e a recuperare ricordi. Ho rimesso mano a scatoloni, fotografie, nastri video, monografie di fotografi e pittori. Ho ripreso a sfogliare libri che mi hanno accompagnata da una casa all’altra e ogni libro s’è fatto viaggio. Ho guardato attentamente il silenzio del paese, che era uguale a tanti altri giorni, se non fosse stato per  l’insofferenza di chi non è abituato allo stare isolato e rinchiuso, per la disperazione di chi un incubo così non se lo poteva permettere. È la condizione interiore a determinare la percezione di quanto accade intorno, il paesaggio muta solo di stagione in stagione.

Speravamo con l’estate di poter fare le cicale, quand’invece dovevamo essere formiche.

Così ci siamo ricascati; come la prima volta, impreparati.

Come gli studenti che sanno di esser chiamati all’interrogazione, il giorno dopo, eppure non studiano volutamente.

Con questo secondo confinamento ho voluto ritrovare un libro. In quarta di copertina riporta il prezzo: quattro mila lire. In copertina c’è scritto “Ibsen, Casa di bambola”. È un dramma teatrale.

Se tutto si è fermato perché bloccato, in questo periodo storico, alcune riflessioni no: attraversano lo Stivale. Paradossalmente, sono riflessioni su immagini cristallizzate, stereotipi e pregiudizi che adesso finalmente ci diciamo sia necessario scardinare e smantellare. C’è evoluzione, nonostante tutto.

Allora ho riflettuto e sono arrivata a una conclusione, passando per un paragone.

La protagonista dell’opera di Ibsen si chiama Nora.

Nora, sulla scena teatrale e letteraria, è una “donna invisibile”, priva di identità e coscienza di sé. Vive soltanto della volontà decisa dal marito, impostagli da qualcuno che non è lei. È figlia del patriarcato maschilista. Nora sembra quasi non conoscersi, fino a un determinato momento: fino a quando decide di essere artefice e protagonista del proprio gioco, di sfidarsi e finalmente scoprirsi. Con un cambio d’abito magistrale, Nora saluta il marito; lasciandolo nell’atrocità dell’incognito, il sipario si chiude.

Dovremmo essere sempre grati a Ibsen per averci raccontato bene chi sia stata Nora e, al tempo stesso, per non averci mai raccontato chi sia diventata dopo essere stata per troppo tempo quella Nora.

Contestualizzando l’opera in una prospettiva più ampia, più attuale, l’opera teatrale di Ibsen non parla solo alle donne: parla a chiunque indossi un abito senza spogliarsi della paura di scoprire chi sia davvero, o senza vestirsi della giusta curiosità e del giusto coraggio per affrontare la sfida del sé, imporre la propria voce che pare stonata invece è miracolosamente fuori dal coro. I solisti non hanno forse la voce più bella?

Nora esce di scena per scoprire la donna che è al di là del ruolo che la società borghese ha deciso per lei: per (ri)appropriarsi di tutto quello che negli schemini, nelle caselline, nelle spunte verdi non rientra, o non è previsto. Paradossalmente, lo fa dicendo al marito: “A tal punto che la nostra unione divenga un vero matrimonio”. Suo marito chiuderà il dramma con l’espressione emblematica: “È andata via. Il più grande dei miracoli?”.

Alle volte ‘andare via’ può semplicemente significare un viaggio interiore, o una catarsi, o un ricordare dettagli persi che restituiscono il passato e salvano. Oppure proiettarsi nel futuro e scoprire di rischiare di soffocare. Allora, scappare.

Sono tempi bui per parlare di cambiamento, coraggio, ricerca della propria identità al di là del già noto e già dato. Viviamo tempi di paure e costrizioni, di impedimenti e malcontenti.

Forse anche la nostra società ha bisogno di diventare Nora.

Di opporsi, di ribellarsi, di costringere a una revisione dei ruoli, a livello politico, anche chi è troppo distante dalla vera realtà; di tornare a riappropriarsi con i giusti modi, col dialogo e con la logica, la ricerca e la determinazione; di continuare a essere responsabili, semmai più di prima, e tornare a essere liberi. Che significa essere unici. Alla faccia degli influencer (anche politici).

Una cosa non potranno mai impedirci di fare: esercitare la nostra curiosità, la nostra creatività interiore. La ricerca non vive soltanto negli spazi preposti.

La Cultura può insegnarci tutto ciò che è bellezza, e bellezza fa rima con libertà.

È un discorso per appunti quello che voglio fare.

So che nasce dalla volontà, come sempre, di condividere e mettere in circolo.

Non so dove mi porterà.

Per ora, so che ho ripreso a scrivervi.

Luana

Articolo tratto dalla rubrica “Discorso per appunti”, edita dalle pagine della Livenetwor: https://www.barilive.it/rubriche-author/1483/luana-lamparelli

L’articolo, a discrezione dell’autrice, può essere pubblicato anche su altre riviste di informazione e settore.

DISCORSO PER APPUNTI – La rubrica

Il paradigma della complessità contraddistingue la nostra società, insieme alla omologazione. Un paradosso.

La condizione attuale legata all’emergenza del Covid-19 ha determinato un arresto voluto di tutto ciò che riguarda la cultura: dai musei, ai cinema, ai corsi specifici, ai teatri, tutto è chiuso, persino la scuola, l’istituzione deputata alla formazione dei cittadini di domani.

Un arresto che poteva essere evitato.

In questo momento storico, però, molti artisti e molte personalità del mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo stanno continuando il loro lavoro di ricerca e costruzione di significato. Creare la rete autentica, la sinergia che porti a galla queste realtà, che faccia conoscere e quindi incoraggi a non arrendersi è l’obiettivo più alto che mi propongo, umilmente, oltre a offrire spunti di riflessione. Nessuna verità data, soltanto un discorso che non può esaurirsi mai, dove a completarlo e condurlo altrove sia il pensiero critico e analitico del lettore, o la sua fantasia, attraverso interviste, recensioni, approfondimenti di volta in volta proposti.

“Complesso” non significa “complicato”: significa “tenuto insieme da più elementi, composto da molteplicità di parti”. Allora il paradigma della complessità forse può essere trasformato in risorsa, in sfida.

L.L.

Puoi ascoltare l’articolo sul canale Spreaker di Circo Lamparelli, letto dalla voce della stessa autrice, cliccando qui: “Cultura: questa sconosciuta”

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Luana Lamparelli
Luana Lamparelli, pugliese, autrice e scrittrice, collabora con artisti, scrive racconti romanzi e poesie, cura rubriche.

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