ZAFÓN , L’OMBRA DEL VENTO

Estate 2017, la Croazia, il mio ritorno a Dubrovnik dopo dieci anni dall’ultima volta. Nella valigia, un libro che occupava i miei scaffali da cinque anni e che ha vissuto diversi traslochi (anche per i libri esistono i Dietro le quinte).

Una volta letto, non ho avuto dubbi: se l’estate fosse un libro, sarebbe sicuramente L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón.

È iniziata così la mia avventura tra le pagine della Barcellona stregata e il Cimitero dei Libri Dimenticati inventato dallo scrittore spagnolo.

Il brontolio lontano di un temporale estivo

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Oscar Mondadori

C’è un’ombra tetra, scura, inquietante, più simile a un’allucinazione che a una presenza reale. Ci sono ricordi lontani ma ancora vivi nella memoria di qualcuno, passioni incancellabili che gettano eco sul suo presente. Proprio come il ricordo di un temporale, scoppiato nella bella stagione, che non perde la sua forza, se rievocato con la mente e il cuore di chi ha amato e perso. Tutto questo e molto altro c’è ne L’Ombra del vento.

L’ombra del vento è il primo capitolo della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, ossia il punto di partenza per perdersi in un labirinto di verità e vite diverse che coinvolgono diversi personaggi e convergono verso un’unica storia di scrittori e libri maledetti.

Con le prime pagine del romanzo, il lettore incontra subito Daniel Sempere, il protagonista principale attorno a cui ruotano tutte le vicende e a cui conducono tutte le vite che Zafón farà conoscere al lettore coi capitoli successivi della tetralogia. Daniel ha dieci anni quando inizia a prendere per mano il lettore; ne avrà trentuno quando l’avrà condotto sino all’ultima riga dell’ultima pagina, al termine del primo romanzo che ha portato il suo autore alla fama mondiale. Con l’ultima pagina del primo capitolo di questa incredibile tetralogia, non si arriva a una conclusione, quanto a una dichiarazione che fa da apripista al romanzo successivo, Il Gioco dell’angelo.

Nel primo capitolo del Cimitero dei Libri Dimenticati, la storia biografica di Daniel Sempere si intreccia e procede in parallelo con la vita di Julián Carax. Il romanzo si apre con Daniel terrorizzato da una scoperta: non ricorda più il volto della madre, morta quando aveva solo quattro anni. Per consolarlo e incoraggiarlo, appassionarlo a un mistero e aiutarlo a diventare adulto nonostante il dolore, suo padre decide di rivelargli un luogo magico e segreto, di cui non dovrà far parola con nessuno. Si tratta del famoso Cimitero dei Libri Dimenticati. Nella nebbia che scopare con l’alba, due figure esili si allontaneranno in una Barcellona ancora addormentata. Da lì tutto inizierà a muoversi, creando un mondo di verità negate e nascoste, da scoprire e restituire.

Due ragazzi che sorridevano al fotografo. Lui, che poteva avere diciassette anni o diciotto anni, aveva i capelli chiari e i lineamenti aristocratici, fragili. Lei, che sembrava appena più giovane di lui, di uno o due anni al massimo, aveva una carnagione bianchissima e un volto perfetto, incorniciato da corti capelli neri che mettevano in risalto uno sguardo radioso, avvelenato di gioia. Lui le cingeva la vita e lei sembrava sussurrargli qualcosa di spiritoso. L’immagine mi strappò un sorriso, come se in quei due ragazzi  avessi riconosciuto dei vecchi amici. (…) Dietro di loro si intravedeva la vetrina di un negozio piena di cappelli ormai fuori moda. (…) Le fiamme avevano rovinato i contorni della fotografia, ma dietro quella vecchia vetrina si scorgeva una sagoma spettrale, un volto severo che spuntava tra le lettere della scritta. Figli di Antonio Fortuny – Casa fondata nel 1888. La notte in cui ero stato al Cimitero dei Libri Dimenticati, Isaac mi aveva raccontato che Carax usava il cognome della madre. Il padre di chiamava Fortuny, e aveva una cappelleria nella ronda de San Antonio. Osservai meglio il ritratto e capii che quel ragazzo era Julián Carax, che mi sorrideva dal passato, ignaro delle fiamme che incombevano su di lui.


Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Oscar Mondadori, pg.99

In questo stralcio del romanzo ci sono gli elementi fondamentali su cui poi si costruisce la storia. Lei è Penelope Aldaya, chiave di volta della storia di Carax. Che fine ha fatto Julián Carax, autore che nessuno quasi conosce? E perché qualcuno sta distruggendo tutti i suoi romanzi, dandoli in pasto alle fiamme, sottraendoli e rubandoli ai legittimi proprietari o incendiando il deposito della casa editrice? Sono questi gli interrogativi che muovono Daniel nella sua lunga ricerca della verità, mosso dal desiderio di scoprire chi sia stato l’autore che ha scritto il libro da lui adottato quando ha conosciuto il Cimitero dei Libri Dimenticati. Perché esiste una regola a cui nessun visitatore del Cimitero dei Libri dimenticati può sottrarsi: chi vi entra, deve adottare un libro. Uno solo tra centinaia e migliaia di libri lì custoditi per sempre. La leggenda vuole che in realtà sia il libro a scegliere il suo prossimo proprietario. Daniel Sempere sceglierà e prenderà con sé per custodirlo contro tutto e tutti L’Ombra del vento, scritto da Julián Carax (da qui il titolo del romanzo di Zafón). Nulla succede per caso: il libro, da cui Daniel sarà prima attratto e poi stregato, lo porterà sulle tracce del proprio passato. Si rivelerà infatti il primo tassello di una storia più complessa che unisce nomi e persone a lui care e che lo condurranno a incontrarne di nuove, scoprendo dettagli e dichiarazioni sempre più spiazzanti. La scoperta della verità su Carax gli consentirà di portare alla luce vicende tristi e crudeli.

Con i quattro volumi della tetralogia, il lettore si trova di fronte a un labirinto. Il Minotauro è il passato, il filo di Arianna sarà tenuto da una parte da Daniel, dall’altra dai suoi amici più fedeli: Fermín e Beatriz.

Una fitta rete di personaggi si muove nella Barcellona gotica, fascinosa e pericolosa del dominio di Francisco Franco, tra poliziotti e ispettori senza scrupoli al servizio del regime, gente affamata di potere, uomini di cultura e gentilezza che tentano, a loro modo, di salvare un mondo sconosciuto ai più. L’intreccio si snoda magistralmente, svelando pezzi di un puzzle non privo di colpi di scena, rancori, amori maledetti e segreti.

Zafón  scrive una storia unica. Pur ruotando tutto intorno a Daniel Sempere, procede su più binari e piani paralleli. Così come nella vita, dove ciascuno è tutte le storie che lo hanno preceduto e tutte quelle che incontrerà, per il giovane Sempere ricostruire la propria storia e ritrovare la propria verità significa conoscerne anche altre: quella di chi più lo ha amato, soprattutto. Ma di questo vi parlerò più in là, con i prossimi capitoli della tetralogia.  Credo, invece, sia doveroso dire sin da ora, dato che la tetralogia racconta di scrittori e amanti dei libri, che l’autore spagnolo
Zafón rivela agli appassionati il mondo degli scrittori. Ogni libro, come mi piace sempre ripetere, non è solo quello che vi si può leggere dentro: esso è anche la vita del suo autore, quello che gli è accaduto mentre vi lavorava, quello a cui ha rinunciato per scriverlo, tutti i sentimenti che ha dovuto mettere da parte per dedicarsi a dare vita ai personaggi, per seguire e scrutare le loro vicende. È anche l’insieme di speranze, sogni, illusioni; è la vita dei suoi amici e nemici, di case editrici e rivali o aspiranti tali. Di tutto questo ci parla bene l’autore spagnolo attraverso l’artificio letterario di Carax.

L’uomo sorrise e annuì. Julián Carax aveva il sorriso più bello del mondo. Era tutto ciò che restava di lui.


Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Oscar Mondadori

Quando nella vicenda si rivela tutta la verità su Julián Carax, non si può far a meno di intristirsi: Zafón  non ha concesso il riscatto a questo uomo abbandonato e tradito da tutti, giocato dal destino e volutamente tenuto all’oscuro dalla verità. Questo è il motivo per cui ho odiato il romanzo e Zafón, a un certo punto. Poi però sono tornata ad amarlo: a riscattare ogni scrittore sono i veri lettori. A riscattare Carax sarà Daniel, che lo aiuterà a trovare la salvezza dal proprio inferno interiore e a far pace col proprio passato.

Le emozioni dei personaggi diventano vive nell’animo di chi legge, tra rabbia, disperazione, amore, speranza, ambizione, paura, sollievo. Il mistero dei libri bruciati può far bruciare il cervello, ma è anche vero che i lettori più attenti sapranno porsi la domanda giusta già dopo le prime tredici pagine e indovinare la risposta. Eppure Zafón  resta eccellente scrittore: prende per mano il lettore che ne ha scoperto il trucco, lo conduce dove lui vuole, gli mostra altri tasselli che potrebbero combaciare coi primi e lo illude che la verità possa essere un’altra, che abbia preso un abbaglio. Inevitabile, come successo a me, non sentirsi traditi e raggirati, quando si scopre che la pietra miliare della sua stregoneria è esattamente l’intuizione avuta e da cui si è stati abilmente allontanati. Alla fine, Zafón  si ama anche per questo: scrivere un libro è inventare un mondo, creare una magia capace di rapirti e fascinarti, confonderti, stordirti, disorientarti, e con un’ultima vertigine riportarti alla realtà. Questo è quello che fa Zafón con L’ombra del vento, questo è il suo grande merito.

Bea sostiene che leggere è un’arte in via d’estinzione e che i libri sono specchi in cui troviamo solo ciò che abbiamo dentro di noi, e che la lettura coinvolge mente e cuore, due merci sempre più rare.


Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Oscar Mondadori
La prima copertina de L’ombra del Vento nell’edizione italiana per Mondadori. Non ho potuto non associare a questo libro la mia penna con piuma e pennino.

CONSIGLI DI LETTURA

I capitoli della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati possono essere letti secondo un ordine casuale, a discrezione di ciascun lettore, come lo stesso autore precisa in ognuno. Il loro ordine di scrittura è il seguente:

  1. L’ombra del Vento
  2. Il gioco dell’angelo
  3. Il prigioniero del Cielo
  4. Il labirinto degli Spiriti

Personalmente li ho letti tutti secondo questo ordine: 1, 4, 2, 3. Avendo una visione d’insieme, vi suggerisco di rispettare l’ordine di scrittura e di pubblicazione. Essendo una storia molto strutturata, densa e fitta di episodi, personaggi, epoche differenti, vi consiglio vivamente di assecondare il filo logico con cui il suo autore l’ha generata.

DIETRO LE QUINTE

C’è una libreria. Domenica mattina, Primavera inoltrata, Sole splendente. Una libraia arriva per il suo turno. Esuberante, disinvolta, parla e scherza col collega. “Non ci sono più copie de L’ombra del vento“, le fa, smorzandole un po’ il sorriso. “Come? Avete finito L’ombra del vento e non avete pensato di riordinarlo per rimpiazzarlo? Non posso proprio lasciarvi per cinque giorni”, risponde lei, seria e dispiaciuta. A un tratto, qualcosa in secondo piano richiama la sua attenzione. Mette a fuoco: una mano la sta salutando, segue il braccio e incontra un sorriso sornione, un volto conosciuto. Non s’aspettava di trovarselo in libreria, a lavoro. “L’ha chiesto lui, è tuo amico?”, le chiede il collega. “Puoi andare, me la vedo io”, ribatte lei.

Quella copia de L’ombra del vento non è mai giunta a destinazione del suo richiedente.

Era l’inizio dell’estate del 2012.

Certi libri sanno aspettare. Di solito, solo quelli capaci d’attendere sono i più belli.

Un chiostro, Barcellona – Photocredit: Francesco Pinto


Recensione a cura di Luana Lamparelli

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Di versi, mari inquieti e biciclette

INTERVISTA A PAOLO POLVANI

Con questo mese di Settembre parte anche il nuovo ciclo di interviste a personalità del mondo della cultura e dell’arte in generale. Uso il termine “nuovo” perché voglio recuperare la rubrica Ars Artis che ho ideato e curato anni addietro. Edita su diverse pagine della Livenetwork.it (una su tutte, barilive.it), ha avuto un bel seguito di lettori che tutt’oggi, quando mi conoscono casualmente, mi dicono sorpresi “Ma io leggevo la tua rubrica! Mi piaceva tanto”. È stata un’esperienza che ha portato altre cose belle, quindi ecco che ricomincio.

Ars Artis si proponeva di far conoscere al pubblico iniziative nuove e protagonisti. Scrittori, fotografi, attori, manager, musicisti si raccontavano ai lettori con la propria voce, accorciando le distanze tra chi produce arte e chi può ammirarla o fruirne. Il mio vero obiettivo è sempre stato quello di far capire che, in realtà, non esiste alcuna distanza: si produce musica, o letteratura, o cinematografia, e al tempo stesso si lavano piatti, si innaffiano piante, si compra cibo; al tempo stesso si hanno preoccupazioni, ricordi, speranze, risate. A fare la differenza, nel bene o nel male, è l’unicità della persona, la sua scintilla di brio, e anche questo appartiene a tutti, a prescindere dal mestiere che si svolge o non svolge.

Ogni mese, a partire da oggi, una voce si racconterà per scoprire la persona al di là della sua passione e del suo mestiere – che sia scrittore, fotografo, pittore, musicista, o altro. Attraverso i protagonisti delle interviste, poi, si potrà conoscere molto di più, scoprire altre voci, altri autori, alimentare la nostra curiosità di ricerca e scoperta.

Per questo primo appuntamento, non potevo che essere di parte, e non me ne vogliate.

Ho deciso infatti di intervistare Paolo Polvani, a cui sono particolarmente legata per vicende che vi racconterò nello spazio post intervista Dietro le quinte.

Paolo Polvani, classe 1951, autore di poesia, fondatore e redattore del magazine online Versante Ripido, ha uno stile delicato e incisivo. Nei suoi versi possiamo ritrovarci tutti, perché raccontano la vita che sempre incrociamo per strada, tra la frenesia e la distrazione, e su cui non ci soffermiamo mai a riflettere. Cosa sappiamo del venditore ambulante, dello spazzino, dell’uomo seduto sul molo, delle donne che vanno in bicicletta? E cosa guardiamo ma tacciamo quando contempliamo la pioggia che s’affaccia in cielo, come viviamo il semplice ascoltare, come intendono gli altri la vita che viviamo e non ci pare intensa? Cosa raccontano i sorrisi, cosa alcuni incontri che avvengono solo in sogno?

 Il mondo come un clamoroso errore, Una fame chiara, L’azzurro che bussa alle finestre: sono solo alcuni dei titoli di Polvani in cui si rivela l’identità della sua poetica. Poetica che è carezza al mondo offeso dalla sua stressa incapacità di comprendere, di guardare oltre il visibile e di entrare in relazione autentica con l’altro da sé. Poetica che è emozione di un attimo catturato fugacemente con lo sguardo, rivelazione della meraviglia con cui osserviamo il mondo e lo custodiamo gelosamente.

La poesia di Polvani sa accompagnare sempre il lettore in una nuova percezione dell’altro, di noi stessi, attraverso il suo sguardo. Leggere i suoi versi significa attraversare fenditure impercettibili ma presenti in noi, da lì giungere altrove nell’umanità, nella sensibilità, da lì scoprirci tutti vicini.

Paolo Polvani, Bambine in fuga, da Una fame chiara, Terra d’Ulivi edizioni

L.L. Dal 1998 a tutt’oggi hai pubblicato molti libri di poesia. In che modo il tuo legame con quelle opere è mutato nel tempo?

P.P. Ho sempre pensato alle mie poesie come bambini festosi, chiassosi, che passano a trovarmi, mi regalano la loro allegria, a volte tristezza, o dolore, o mi portano le loro domande, che poi metto sulla carta come parole in fila, e poi corrono via. Nel tempo mi capita di rincontrarli e a volte li trovo invecchiati, altre mantengono tutta la freschezza della gioventù. Le poesie, scritte e pubblicate, restano parenti della stessa famiglia, ma hanno la loro vita, vanno per la loro strada.

L.L. Da cosa nasce la tua esigenza poetica?

P.P. E’ una domanda che sempre mi imbarazza perché prevede una risposta imbarazzante: si tratta di un bisogno fisiologico, hai presente i cani che marcano il territorio? è la stessa necessità, non solo di fissare un momento, una situazione, ma proprio di svuotare un misterioso serbatoio, situato in un misterioso luogo del corpo e della mente, nel quale si sono accumulate tensioni, una sorta di elettricità, che hanno bisogno di essere scaricate, quindi niente di sentimentale o romantico, pura necessità fisiologica.

L.L. Quando hai realizzato che la tua attitudine espressiva privilegiata fosse la poesia? 

P.P. Ho scritto il mio primo tentativo poetico all’età di dieci anni, ho sempre avuto un rapporto privilegiato con l’immaginazione. Penso che chi scrive, ma anche chi compone musica, o dipinge, in genere chi si dedica ad attività creative e / o artistiche, si senta stretto nel proprio corpo, nella propria vita, e avverta il bisogno di vivere altre vite, di ampliare il proprio orizzonte esistenziale. Ma credo che lo stesso accada per i lettori di romanzi, per gli appassionati di cinema, esiste questa pulsione a sconfinare nelle vite degli altri. Ho sempre pensato che ognuno di noi è un condominio in cui vivono numerosi abitanti, tutti diversi, e tutti desiderano venire allo scoperto, uscire, affermare la loro presenza. Scrivere è una maniera di dar loro la parola, regalare quella visibilità cui aspirano.

L.L. Quali poeti del Novecento ti hanno affascinato maggiormente? Quali invece ti hanno ispirato?

P.P. Mi hanno affascinato e anche ispirato tanti poeti del ‘900. La scoperta della poesia è arrivata abbastanza presto. Già nei primi anni di liceo imparavo a memoria alcune poesie di Quasimodo, e anche alcune sue famose traduzioni, e mi cimentavo anch’io in tentativi di traduzione, Catullo, i lirici greci, Poi la scoperta di Garcia Lorca, di Whitman. di Neruda, di Ginsberg, un percorso molto simile a quello di tanti adolescenti vissuti a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta. E una ricerca che non si è mai conclusa. Tutti mi hanno lasciato qualcosa, tutti sono stati motivo di ispirazione.

L.L. Se un adolescente, o uno studente ventenne, volesse seguire un percorso di poeti da conoscere e approfondire per avvicinarsi alla poesia e amarla, quale percorso suggeriresti tu?

P.P. Sicuramente partirei da Saba che è un classico e ha una visione molto moderna della poesia. E proseguirei con Bertolucci per poi approdare a Caproni. Non è possibile leggere Il seme del piangere e non innamorarsi della poesia e di Caproni. Impossibile non includere Montale nell’elenco, talmente monumentale è tutto quello che ha scritto. Per sondare la profondità e la bellezza della poesia è fondamentale conoscere anche Zanzotto. Aggiungerei un’incursione nei bellissimi versi di Pagliarani e una felice digressione in quelli di Sanguineti.

L.L. Se dovessimo riconoscerti in una poesia, quale poesia sarebbe?

P.P. In genere mi riconosco in tutte le poesie che scrivo. Ma se proprio dovessi scegliere allora sceglierei Il giorno che morirò, perché dentro c’è il desiderio del gioco, c’è uno sguardo affettuoso e ironico sulle cose della vita, c’è una di quelle domande basilari che riguardano me, che riguardano tutti.

L.L. La domanda più difficile. Usa tre aggettivi che ti descrivano meglio e raccontaci cosa ami fare nella vita di tutti i giorni, di pratico, che non abbia a che fare con i libri e la scrittura. Sono due domande, lo so.

P.P. Se proprio dovessi scegliere tre aggettivi, inquieto sarebbe il primo; so bene di dare sempre l’impressione di essere una persona tranquilla, calma, e invece sono molto inquieto, come un mare agitato; e anche curioso, mi affascinano e incuriosiscono le persone, le cose, gli animali, tutto mi incuriosisce; infine attento: so di sembrare e di essere molto distratto, ma dietro l’apparente distrazione sono sempre con le antenne dritte, attento alle cose del mondo. Cosa mi piace fare? tante cose oltre la scrittura (e sua sorella la lettura!): sono stato un corridore di fondo e lo sono ancora; per onestà ho sempre aggiunto una postilla alla parola fondo:  quando partecipavo alle gare, fino a qualche anno fa, arrivavo veramente in fondo, quando quasi tutti gli altri erano arrivati; mi piace anche nuotare e andare in bicicletta, è grazie alla bici che ho scritto moltissime poesie; ma amo anche viaggiare, e i viaggi più belli sono quelli fatti a piedi, o anche in bicicletta; e poi mi piacciono moltissime altre cose, la musica, il cinema; lo studio delle lingue: attualmente sto studiando lo spagnolo, una lingua bellissima.

DIETRO LE QUINTE

Ho “incontrato” Paolo Polvani in tempi non sospetti, ovvero quando non sapevo che scrivesse. Una persona a me tanto cara voleva rintracciarlo per un confronto specifico. Era l’inizio dell’era Facebook. Lei, mia zia Teresa, non si era ancora schedata sul social diabolico, così mi sono proposta di fare da tramite. Era il 2010, Teresa mi ha poi raccontato estasiata del loro incontro e del loro confronto. Anni dopo, io stessa ho desiderato ritrovare quella chat in cui contattavo questo uomo sconosciuto, per poter parlare con lui sullo stesso argomento di mia zia Teresa, ma non ricordavo il suo nome.

Un giorno di tre anni fa, l’editore di Pietre Vive, al secolo Vitantonio Lillo, pubblica l’immagine di alcuni libri freschi di stampa. La copertina mi affascina, il titolo mi rapisce: si tratta de Il mondo come un clamoroso errore. Il Lillo mi fa il nome dell’autore, mi invita a contattarlo per alcune iniziative legate alla poesia che voglio realizzare sul territorio pugliese (ero da poco rientrata da Milano). Cerco il suo nome su Facebook, apro la chat per scrivergli un messaggio, e… magia: come per incanto, mi ritrovo davanti la vecchia conversazione in cui gli parlo del desiderio di Teresa e gli fornisco il suo numero di telefono per poterla contattare. Era lui che cercavo e non lo sapevo. Come una preghiera silenziosa, il mio desiderio era già avverato dalla serie di casi, circostanze e fenomeni che la fisica quantistica potrebbe spiegare con le sue teorie. Da allora, tra me e Paolo è nato un bel dialogo, un confronto su più piani, che è tra padre e figlia, tra uomo e donna, tra amico e amica, tra poeta e autrice.

Paolo Polvani,Supponiamo ch’io t’incontri in sogno, da Una fame chiara, Terra d’Ulivi Edizioni

Tre poesie di Paolo Polvani tratte da L’azzurro che bussa alle finestre

DONNE SOTTO TRACCIA

Ma come sottotraccia, Marina !
ma se hai passeggiato sulla testa del mondo,
se sopra i mandorli in fiore di Nagoya,
a diecimila metri, hai fatto la pipì,
nel cielo azzurro di Nairobi
ti sei lasciata scivolare in una breve parentesi
di sonno, o sotto ti scorreva il Perù,
verde e scosceso, mentre sistemavi il trucco

ma come sottotraccia se i tuoi occhi
hanno dato la scossa all’occhio liquido,
lascivo di certi emiri con la barba
più di qualsiasi sura del profeta

ma come sottotraccia, tu hai riconosciuto la bellezza
dell’India prima di qualsiasi Beatles o finto guru
o esotico turista e porti nel cuore gli struggimenti
dell’Africa, ti trascini dentro quella nuvolaglia,
quei turbamenti, quelle dolorose vertigini
che la bellezza possiede come corollario

ma come sottotraccia, io l’ho riconosciuto il lampo
di sorriso da bambina mentre nel bosco
sfilava la corsa dei cinghiali,
ti ho vista sulle salite dei sassi Simone e Simoncello
incedere dritta sui bastoni, lo zaino rosso,
sicura sulle creste dei calanchi
e il ventotto novembre chi parte per lo Yemen ?
non io, che appartengo a quella famosa stirpe
di chi rimane a terra, mentre le donne
sottotraccia come te spiccano il volo

MINUTO DICIOTTO

Aspetto il minuto diciotto della sinfonia Titano, signor
Gustav Mahler, è lì che il tumulto s’impenna,
imbizzarrisce, disarciona, è lì che l’impeto delle mani,
è lì che il corpo asseconda un vento, una furia, l’invisibile
assalto. Signor Gustav Mahler io non so dire
la bellezza. Ci sono le stagioni. Ci sono deserti
in attesa di un perdono, le infinite acque che ci restituiscono
migliori, ci sono gli esempi, le melagrane, l’azzurro del respiro,
ci sono le parole, gli scarabocchi degli uccelli, e c’è
quel minuto diciotto della sinfonia, sul quale mi piace
arrampicarmi, issarmi, sporgermi, precipitare.

POEMA ORECCHIO

Questo è l’orecchio. Vi abitarono varie sinfonie, vi si accostò
il mare, sussurrando. Alcune voci bussarono, e fu aperto.
Il canto della pioggia vi si accomodò più volte. E il sibilo del vento,
che somigliava a un pianto. Mi ci sdraio e guardo
il fiume che passa, col suo codazzo di farfalle.
C’è una sala d’attesa con le tende, una vecchia radio,
appesi alle pareti suoni, un lento miagolio, un semplice
sentimentale orecchio che attende e si protende, si arrampica, sale
di corsa le scale, trafelato scruta, fiuta le parentesi, spalanca
le braccia, tende le mani, tocca le parole, soppesa
i verbi, il fitto brulichio dei nomi, accarezza il silenzio
della neve che cade. E’ una festa della solitudine.

Paolo Polvani, Milano a metro, da Il mondo come un clamoroso errore, Pietre Vive Editore

PAOLO POLVANI – BIOGRAFIA

Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato diversi libri di poesia:

Nuvole balene, ediz. Antico mercato saraceno, Treviso 1998;

La via del pane, ediz.Oceano, Sanremo 1999;

Alfabeto delle pietre, ediz. La fenice, Senigallia, 1999;

Trasporti urbani, ediz. Altrimedia, Matera 2006;

Compagni di viaggio, ediz. Fonema, Perugia 2009;

Gli anni delle donne, e-book, edizioni del Calatino, 2012;

Un inventario della luce, ediz. Helicon 2013;

Cucine abitabili, Mreditori, 2014;

Una fame chiara, edizioni Terra d’ulivi, 2014;

Il crollo di via Canosa, e-book La Recherche;

Il mondo come un clamoroso errore, Pietre vive editore 2017;

L’azzurro che bussa alle finestre, Versante ripido 2018.

Sue poesie sono state pubblicate da numerose riviste, tra cui: Anterem, Steve, L’immaginazione, Il filo rosso, Atelier, La Vallisa, Portofranco, La corte, L’area di Broca, Le voci della luna, Offerta speciale, Quinta generazione, L’ortica; e su numerosi blog, tra cui: Carte sensibili, WSF, Fili d’aquilone, Poiein, Corrente improvvisa, La presenza di Erato, Poliscritture, La bella poesia,  Odysseo.

E’ presente in molte antologie, tra cui: Dentro il mutamento, edito dalla casa editrice Fermenti nel 2011 e in varie antologie tematiche, tra cui Il ricatto del pane, ed. CFR, Rapa nui, ed. CFr, e 100 mila poeti per il cambiamento, Albeggi editore.

Ha vinto numerosi concorsi di poesia. E’ tra i fondatori e redattori della rivista on line Versante ripido.

Intervista e testi a cura di Luana Lamparelli

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21 GIORNI PER CAMBIARE

Editoriale di Settembre 2019

Studi scientifici affermano che al cervello occorra un tempo minimo di ventuno giorni per smantellare un’abitudine e installarne un’altra più favorevole al nostro benessere.

Ventuno giorni per cambiare abitudini, quindi pensieri, e permetterci di stare meglio.


Pronunciare una ferita quando è appena ricucita non è semplice. Arginare la tensione, contenere un’emozione è più nobile. Ecco l’ombra di qualcosa che poi cambia. Scavare o tralasciare il senso, voltarsi e non guardare dentro. Ammettere o tacere, avvicinarsi e rimanere.

Cristina Donà, Conosci

Atto primo. Pensieri da cambiare

Quando sono partita per la Grecia, avevo molti pensieri non da cambiare, quanto da abbandonare del tutto. Sarebbe bello, alle volte, poter estrapolare pensieri e ricordi che ci trivellano la mente, metterli in una bottiglia di vetro e adagiarla sulle onde del mare, affidarla al suo destino di correnti e inversioni di rotta, insieme a sentimenti, attimi passati e persi, nomi, voci, mani, occhi, sguardi, fino a quando qualcuno poi non la ritrovi e, contattandoci da lontano, ci renda il dono di scoprire che davvero avevamo abbandonato tutto e cambiato vento nelle vele anche noi. Ma non è così.

Quando sono partita per la Grecia, volevo strappare dalla mente e dal cuore consistenze, permanenze e sentimenti.

Arrivata in Grecia, a Ioannina Grecia, ho iniziato a capire che ogni cosa era da trasformare, rielaborare, cambiare. Come sempre.

Molte considerazioni e dichiarazioni, dedicate inizialmente a qualcuno in particolare, son divenute il nodo che riallacciava me alle donne incontrate con l’ultimo corso sulla comunicazione che ho tenuto fino allo scorso Giugno. Ho trasformato così quella lettera che mai incontrerà il suo destinatario originario in una lettera a loro dedicata, riprendendo il nostro dialogo. Ho deciso allora che mi piacerebbe donare quelle parole a chiunque le possa incontrare sul proprio cammino. Studiando e individuando il modo, le ho lette con occhi nuovi, scoprendo di dedicarle a me in primis. Dobbiamo sempre salvare il salvabile. Il salvabile, ogni volta, siamo noi: noi con il nostro sorriso e la nostra capacità di emozionarci e vivere, con la nostra tenerezza e lo sguardo largo sul mondo, con le braccia sempre aperte e il cuore capace di planare, accarezzare la bellezza che involontariamente ci circonda, ci sfiora. Guai a non salvarci!

Scritta quella lettera, vivendo le giornate in una terra diversa, tra la spesa e il letto da rifare, l’ordine da ristabilire e ricreare, pian piano i pensieri han cominciato a girare diversamente. Però però. La sociologia ha sempre a che fare con la letteratura, e la letteratura sempre con la vita; in questo modo, sovente, studiando dal manuale i maggiori sociologi e le loro collaborazioni con intellettuali, nonostante il mare attorno e il costume da bagno addosso, studiando in spiaggia tra un paese e l’altro dell’impero ellenico, il pensiero tornava dove non volevo che andasse.

Il rientro italico è stato il ritorno al traguardo da cui ero partita, ed era una nuova sfida, un nuovo punto di partenza.

Il caldo e l’ozio a cui un Agosto vuoto in città condanna mi hanno fatto riflettere, insieme a negozi chiusi, strade deserte, vento leggero di giornate insolitamente fresche. Il vento è cambiamento, mi piace ripetermi. Ho deciso allora che doveva esserci davvero quel cambiamento.

Ventuno giorni.

Dal momento in cui ho deciso di permettere al mio cervello di smantellare l’abitudine di pensare e cercare uno sguardo preciso su di me, lasciando andare ombre, non sono trascorsi ancora ventuno giorni, eppure molte cose sono già cambiate. Ho ricominciato da quello che più mi faceva stare bene da bambina: leggere e pedalare, perché mi riconciliano con il mio senso di libertà. A questi due ingredienti basilari ho aggiunto: attività sportiva, cura delle amicizie, concentrazione su di me, recupero dei progetti abbandonati in cantina, piuttosto che in cantiere. Ho iniziato anche a mettere via ogni giorno tre oggetti, ho  realizzato qualcosa con le mie mani, ho ripreso a cucinare. Con la fine di Agosto e un gioco imprevisto e bizzarro, sono riuscita anche a realizzare una pazzia cullata sin da quando ero ragazzina. Si è trasformata in una piccola follia di felicità.

Atto secondo. Eppure certe abitudini restano

Facendo un bilancio di questi primi sedici giorni, ho riscontrato una tessera che appartiene al mio passato, permane nel mio presente e spero possa persistere nel mio futuro.

A farmi scorgere quella tessera è stata una mattina: svegliandomi dolcemente, tirandomi su  dal letto distrattamente e pigramente, camicia da notte leggera, capelli arruffati, ho trovato ad attendermi un dono. Nessuno aspettava il mio risveglio, soltanto quel dono giunto mentre dormivo, quasi posandosi sulle mie ciglia, palpebre chiuse. Una canzone giunta nel cuore della notte, come altre volte – prodigi della tecnologia. Una canzone come dichiarazione di amicizia autentica, di affetto, come a dire “ti ho ritrovata in questa canzone, ascoltala anche tu”. Una sorpresa lieve, un dono piccolo e sorprendente, come piacciono a me. Una discreta e innocua abitudine altrui che ogni tanto torna a regalarmi sorrisi.

Certe abitudini restano ed è giusto così: perché restano le persone che vogliono restare, il bene che ci si è voluti, che ci si continua a volere; perché quello che si conosce davvero resta indelebile dentro di noi e continuare a coltivarlo, a nutrirlo, anche se a distanza, significa continuare a nutrire una parte autentica della nostra storia personale, che sa essere singolare, duale e plurale al tempo stesso; perché dirsi “ci sono, per te ci sono, anche se da lontano” non diverrà mai un’abitudine scontata.

Alcune persone sono da superare, altre da custodire nel silenzio di vite completamente diverse e altrove.
Ventuno giorni per cambiare abitudini, una vita per restarsi vicini.
Vi auguro di avere persone così, nella vostra vita.

Adesso l’ombra che anticipava il mio passo è scivolata lungo le mie spalle, cade dietro di me. Continuo a camminare. Alla fine anche lei diverrà un ricordo di cose belle di cui sorridere leggeri e scordevoli.

21 giorni e una colonna sonora

Cristina Donà, Universo (piccolo consiglio: guardate il video, secondo me qualcuno di voi vi si immedesima)

Paolo Benvegnù, Nel silenzio

David Bowie, Changes

Coldplay, Viva la vida

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Marco Grassi, L’incidente sui binari della comunicazione – Il caso Ferrotramviaria

DIALOGO CON L’AUTORE

Era il 12 Luglio 2016 quando la nostra comunità subiva un grave incidente, un lutto indelebile. Due treni della Ferrotramviaria, ET 1016 ed ET 1021, al chilometro 51, nelle campagne tra Corato e Andria, entravano in collisione fra loro. La curva su cui verificava l’impatto aveva impedito che i due macchinisti potessero avvistarsi, rallentare la velocità di marcia, evitare l’impatto e la tragedia. Nell’incidente perdevano la vita ventitré persone: i due macchinisti, il capotreno del ET 1016, un Dirigente di Movimento fuori servizio e diciannove passeggeri. I giornali avrebbero riportato che le condizioni metereologiche, quel giorno alle 11:05, fossero buone. Intorno, cicale e ulivi a inghiottire il dramma.

Da quel momento, la nostra identità comunitaria e storica è stata ferita indelebilmente, la tragedia ci ha colpiti e scossi tutti. Alla Ferrotramviaria, infatti, da Barletta a Bari siamo tutti legati per vissuti personali che su quelle rotaie hanno avuto il loro corso. Tra lezioni universitarie, esami, lavoro, motivi diversi, semplici uscite nei paesi collegati dalla rete ferroviaria, quei treni significavano potersi muovere su una linea non prevista da altri mezzi di trasporto pubblico e in tutta sicurezza. Se molte generazioni hanno conseguito una laurea presso l’Università degli Studi di Bari, è grazie alla Bari Nord, come semplicemente la chiamiamo noi. Dopo quel giorno, però, la memoria storica non è stata più la stessa.

Lo schianto dei due treni è stato uno squarcio sordo e muto in una giornata di piena estate di colpo diventata gelida e sconcertante.

La stampa e la TV ne ha parlato a livelli nazionali, sui social media la notizia rimbombava tra chi ha sempre conosciuto il servizio ferrotramviario e chi invece ne sentiva parlare per la prima volta. Qualcuno attaccava l’azienda di trasporto pubblico, altri esprimevano rabbia e dolore, altri in qualche modo cercavano di far capire meglio di cosa si trattasse per noi tutti, chiedendo soprattutto rispetto per le vittime. Un rispetto che non è stato manifestato mai degnamente – e questo è stato ulteriore elemento che ci ha scossi tutti dal nord al sud barese.

Da allora molti provvedimenti sono stati presi. A tutt’oggi, l’iter processuale non è concluso. Molte le domande sulle responsabilità, poche le risposte.

A fronte di tutto ciò, l’azienda Ferrotramviaria come ha gestito la situazione in termini di comunicazione con i suoi utenti, con il pubblico, con la stampa? Una domanda che si è posto e che ha indagato Marco Grassi, autore del libro L’incidente sui binari della comunicazione. Il caso Ferrotramviaria, pubblicato da Matarrese Editore con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bari per fini divulgativi.

Nel suo saggio, Marco Grassi ci parla di corporate reputation, crisis communication e social media management, evidenziando le falle e le mancanze a livello di comunicazione ufficiale e istituzionale commesse dalla società di trasporto.

Come rivela l’analisi testuale, la società (Ferrotramviaria, ndr) ha fin da subito assunto un tono esplicitamente accusatorio attribuendo la responsabilità dei fatti ai suoi dipendenti. (…) L’azienda si dissocia e si distanzia dal comportamento del capostazione, poi dal macchinista, svincolandosi così da ogni responsabilità: un atteggiamento che ha suscitato numerose polemiche, tanto da essere definito una vera e propria PR gaffe potenzialmente dannosa per l’immagine stessa dell’azienda.


Marco Grassi, L’incidente sui binari della comunicazione. Il caso Ferrotramviaria, Matarrese Editore (cit.)

L’incidente sui binari della comunicazione. Il caso Ferrotramviaria è indubbiamente un testo rivolto a studenti di comunicazione e addetti ai lavori, come dichiara lo stesso autore, ma ha il pregio di essere scritto in modo semplice e lineare, di presentare concetti propri della corporate reputation, della crisis communication e del social media management e renderli chiaramente comprensibili anche a chi vi si approccia per la prima volta. Il lettore è accompagnato nella lettura, nell’esplicazione e nella comprensione di quanto scritto, permettendogli così di apprezzare l’opera in modo attivo e seguire il discorso senza difficoltà. A questa abilità dell’autore, si associa anche la sua intuizione di analizzare il più grave incidente ferroviario nella Puglia dal punto di vista della comunicazione aziendale. A tal proposito, analizzando i comunicati stampa dell’azienda e quanto pubblicato dalla stessa sui propri canali e sul sito istituzionale, scrive Grassi nel suo saggio:

Dall’analisi testuale sulle dichiarazioni ufficiali della compagnia emerge, infatti, la presenza di una serie di tematiche chiave che divengono i pilastri su cui si erge un’intera crisis communication di Ferrotramviaria. Caratteristica comune di gran parte degli estratti analizzati è l’inutilizzo di strategie linguistiche volte alla creazione di un legame empatico con il pubblico. Una comunicazione mai coinvolta, poco appassionata, non richiama mai l’immagine del dolore e della tragedia e si contraddistingue in una inesistente carica emotiva azzerando, così, l’immagine del cordoglio.
É per questo che la crisi è stata presentata come un evento che costituisce un rischio ma anche un’opportunità per l’organizzazione: la gestione di crisi diviene un’occasione per consolidare la propria reputazione, in cui i valori dell’affidabilità e del rispetto sono eretti quali assiomi centrali.

Marco Grassi, L’incidente sui binari della comunicazione. Il caso Ferrotramviaria, Matarrese Editore

Marco Grassi, qual è a tuo avviso l’approccio più diffuso che le aziende hanno, prevalentemente, di fronte a momenti di crisi?

Marco Grassi: Come affrontare una crisi è ancor oggi materia complessa,
un fatto però è incontrovertibile: nei momenti di crisi, l’opinione pubblica cerca una comunicazione autorevole, forte e riconoscibile. La maggior parte delle aziende alle prese con una situazione di crisi è più propensa a
difendersi attraverso consulenti legali, comunicati asettici e sterili a discapito di notizie che, in una situazione di crisi, devono soprattutto comunicare rassicurazione e direzione e ispirare fiducia.

Nel tuo libro parli di fiducia e consenso. Cosa non deve mai trascurare un’azienda, in merito alla comunicazione?

Marco Grassi: Il legame di fiducia reciproca, tra chi vende un prodotto o
offre un servizio con propri fruitori o acquirenti, è diventato oggi un requisito indispensabile per l’economia e per la sopravvivenza di tutte le imprese, dalla bottega sotto casa alle imprese nazionali ed internazionali. Per operare nella moderna società industriale, un’azienda deve godere di un alto consenso da parte di tutta la comunità, un consenso che si costruisce attraverso la comunicazione, sia essa interna o esterna a Ferrotramviaria Spa.

Su un piano strettamente privato, personale, cosa ha significato per te l’incidente della Ferrotramviaria?

Marco Grassi: Quel disastro mi ha destabilizzato molto, in quei giorni piangevo solo come un bambino. Su quelle rotaie sono nato in quanto figlio di ferroviere, so quanti sacrifici sono stati fatti negli ultimi 30 anni daparte di tutti gli operai di quella ferrovia, una ferrovia che sino a quel giorno era il fiore all’occhiello del trasporto su rotaie di tutto il sud Italia.


NOTA BIOGRAFICA: MARCO GRASSI

Marco Grassi è impegnato da oltre vent’anni in ruoli stettamente legati alla comunicazione.

Ha collaborato per uffici stampa di mostre nazionali, spettacoli televisivi di intrattenimento, di teatro ed eventi internazionali. È docente di Etica della Comunicazione presso l’Università
degli Studi di Bari “Aldo Moro”.
Nel 2017 , la Presidenza del Consiglio dei Ministri gli conferisce la benemerenza di Commendatore al merito della Repubblica Italiana, nel 2012 quella di Ufficiale e nel 2006 quella di Cavaliere. È benemerito della Croce Rossa Italian, della Croce Rossa Sammarinese, dell’Ordine Equestre del Sacro Sepolcro di Gerusalemme, del Sovrano Militare Ordine di Malta e del Sovrano Militare Ordine di San Giorgio.
Dal 2015 è consigliere per la Regione Puglia di AIRC. Diverse le riconoscenze che ha ricevuto: il Premio per la ricerca AIRC dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Premio Il pensatore Città di Lecce, il Premio Massimo Troisi a San Giorgio a Cremano, il Premio Franco Califano al Teatro Brancaccio di Roma.

 

 

Ciao, Uomo di Tiresia

Lo scrittore Andrea Camilleri.

Arriva forte come un proiettile e rimbalza da parte a parte la notizia: Andrea Camilleri ci ha lasciati.

Ci ha lasciati l’uomo, ci ha lasciati lo scrittore.

La sua vita ha tanto da insegnarci: la tenacia e il coraggio soprattutto, insieme al non arrendersi, anzi: arrabbiarsi e mescolare quella rabbia alla propria passione. Forse nasce così la determinazione, quella che segna l’obiettivo e manda tutti al diavolo.

Chissà come si sono sentiti i dieci editori che hanno scartato il suo primo romanzo, Il corso delle cose, quando hanno visto letteralmente volare Camilleri sulle loro teste, anni dopo e lavori acclamati dal pubblico su ogni fronte. “È il corso delle cose” direbbe forse oggi con la sua ironia, anche in merito alla sua scomparsa, lui che era felice di vivere e non temeva la morte.

Il suo primo romanzo nasceva per una promessa fatta a suo padre: quella di scrivere la storia che Andrea aveva inventato per lui accudendolo in ospedale prima che morisse. Fu proprio suo padre a dirgli di scriverla così come l’aveva raccontata a lui, con quelle espressioni dialettali che colorivano e intensificavano la narrazione, la rendevano più vera, più verista. Come Pirandello, anche Camilleri è sempre stato abile nel passare dal verismo del suo tempo all’umorismo, e viceversa. Una storia, quella narrata nel primo romanzo, nata parallelamente alla vita reale. La vita di uno scrittore è così: procede in parallelo su due, tre o più binari, portandolo in diverse dimensioni, e non sempre quella sua privata e personale viaggia sugli stessi stati d’animo narrati. I personaggi hanno una vita propria, a un certo punto, e tu – volente o nolente – devi seguirli, assecondarli, stargli dietro. Non puoi fare altrimenti. Così come lo stesso Camilleri racconta ne I racconti di Nenè:

Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto”.

da Andrea Camilleri, I racconti di Nenè, raccolti da Francesco Anzalone e Giorgio Santelli, Feltrinelli

Molti elementi mi fanno quasi dialogare con Camilleri, attraverso le sue opere e la sua biografia, secondo la logica fantasiosa e immaginifica che è la potenzialità creativa dell’opera d’arte (come ci insegna la poesia), quella che ci consente di immaginare dialoghi con gli autori e, intanto, di ricreare l’opera d’arte stessa. Perchè, diciamolo, Camilleri è stato un’opera d’arte in carne e ossa, e sigarette e coppola.

Su tutti gli elementi biografici, emerge presuntuosa Alice nel paese delle meraviglie: è leggendogli e narrandogli di Alice che sua nonna materna ha saputo fascinare e avvicinare inesorabilmente Camilleri bambino alla letteratura, aprendogli quel mondo fantastico che sa diventare concreto nell’immaginazione e sulla carta, intorno a noi. Alice, quella storia a me tanto cara per tutti gli elementi matematici (e non) nascosti nell’opera da Carroll, tanto da intersecare e accompagnare il mio primo romanzo, Giardini senza tempo.

A Camilleri è andata un po’ meglio: se sua nonna lo affascinava con Alice, mio nonno materno raccontava sovente del Conte di Montecristo, che conosceva benissimo, e delle opere liriche che amava, oltre che dell’azienda agricola che possedeva in Africa, prima che fosse costretto al rimpatrio dalla Seconda guerra mondiale.

Purtroppo non potrò mai vantare di essere stata inserita, come lui, in una antologia di poesie scelte da Ungaretti, ma è bello sapere che emozioni da lui provate possono diventare, in qualche modo, anche le nostre. Così come è bello leggere e scoprire i diversi passaggi epocali che hanno segnato la sua vita, oltre che la sua carriera di scrittore: sono i momenti in cui ha conosciuto grandi nomi del panorama culturale e intellettuale italiano, da Pirandello a Sciascia, a De Filippo a Rascel, con aneddoti che sono, probabilmente, il più bel romanzo che Camilleri abbia potuto vivere: la propria vita.

– Nonna, di là c’è un Ammiraglio che dice che si chiama Luigi Pirandello.

– Oh Madre Santa – esclama mia nonna

da Andrea Camilleri, I racconti di Nenè, raccolti da Francesco Anzalone e Giorgio Santelli, Feltrinelli

da una pagiina de I racconti di Nenè di Andrea Camilleri, Feltrinelli Editore

da una pagiina de I racconti di Nenè di Andrea Camilleri, Feltrinelli Editore

L’incontro con Sciascia è stato decisivo per l’avvio della sua collaborazione con la storica casa editrice Sellerio, come lo stesso autore ci racconta. Il Leonardo del seguente stralcio è proprio lui, Sciascia:

da una pagiina de I racconti di Nenè di Andrea Camilleri, Feltrinelli Editore

Angelica Balabanoff, una delle maggiori rivoluzionarie del socialismo italiano, da Camilleri casualmente incontrata al tavolino di un bar, dove lei stessa gli chiede se possa accomodarsi in sua compagnia, mi riporta a un gentiluomo anarchico, mio amico, che dialoga con Greta, con il nipote di Karl Popper, che purtroppo non ha ancora incrociato Carola Rackete, ma che può raccontare con onestà intellettuale dei suoi dialoghi con altre figure importanti del nostro tempo, e che mi fa vedere il mondo con occhi e idee mie. E poi la musica, il jazz che ha abitato tante volte la mia casa, le amicizie storiche e gli incroci casuali e causali. La mia amicizia con intellettuali di sinistra, queste menti meravigliose e ricche di cultura, a differenza della destra italiana attuale che mi ha profondamente delusa con la sua imprenditorialità sterile e fine a se stessa, il più delle volte. Ma tanto voglio diventare politicamente atea.

Sono tanti i nomi e i vissuti che possiamo incrociare leggendo i Racconti di Nenè: tutti raccontano la storia della cultura del nostro Paese. Ed è bello pensare che, con la stessa naturalezza con cui certi incontri sono accaduti a Camilleri, possa accadere anche a noi che certe amicizie intellettuali segnino un’epoca, noi che stiamo nella storia dell’Italia attuale.

Un altro libro di Camilleri a cui sono particolarmente legata è La rivoluzione della luna. Lo trovai al mio ritorno a Milano dopo le festività natalizie trascorse in Puglia. L’appartamento era vuoto, solo il libro mi attendeva sul comodino della mia nuova stanza da letto. L’aveva lasciato lì per me il suo proprietario precedente. Lo presi come un segno, lo accolsi come la promessa di cose sconosciute che sarebbero venute a cercarmi e che avevano il diritto di trovarmi pronta ad accoglierle. Una rivoluzione, appunto.

Quante cose mi fanno sentire la mancanza di questo scrittore che è un nonno e un vate per tutti noi?

Torno con la mente a un pomeriggio estivo di sei anni fa.

Una mia amica di lunga data e io, a casa sua, prendiamo un caffè, parliamo, ridiamo. Mi chiede come procedano i miei lavori di scrittura, a quel punto le dico che finalmente un nome per la nuova protagonista che mi piaccia davvero c’è, l’ho trovato: si chiamerà definitivamente Eva. A quel punto lei sorride e si allontana. Torna dopo poco con un libro in mano. “Anche Camilleri ha scelto quel nome per raccontare di vicende bizzarre e fuori dalle righe”, mi dice, porgendomi il libro. La Pensione Eva leggo in copertina. Eva, la mia Eva, da allora ha fatto comparsa in diversi racconti fino a oggi, qualcuno la conosce già, ed esiste in diversi progetti che a breve troveranno spazio, ma sempre mi riconduce a Camilleri.

In una serata estiva dello scorso anno, poi, dopo una giornata di mare, girando per alcune bancarelle di libri usati, mi sono ritrovata tra le mani un’altro libro: Pinocchio (mal) visto dal gatto e la volpe, scritto a quattro mani da Andrea Camilleri e Ugo Gregoretti. Per scherzo e ironia, decisi di acquistarlo e regalarlo a mia madre, lei che è sempre critica nei confronti del mio stile di vita e di scrittura, lei che legge solo biografie e libri di storia e politica. Solo oggi mi ha dichiarato: “L’ho letto tutto d’un fiato in un pomeriggio. Con questo articolo sei stata brava, finalmente”. (Mi critica tutto, sorrido e rifletto.)

Di Camilleri amo quello che ci dona sull’amore e sulla sua esperienza di esso. In particolare quando afferma:

Ora, io certe volte devo confessare che forse, non per il mio mestiere di scrittore, non perchè devo raccogliere il materiale (il materiale non si raccoglie), rimango affascinato da persone mai viste prima, che incontro in autobus, in tram, al mercato, in tabaccheria, per come si muovono, per quello che dicono.

Sono attimi che nascondono la prismatica realtà dell’uomo, così diversa. È questo che costituisce il fascino, quello vero, quello della conoscenza dell’uomo.

da Andrea Camilleri, I racconti di Nenè, raccolti da Francesco Anzalone e Giorgio Santelli, Feltrinelli

L’importanza che ha Camilleri, oggi come ieri e per sempre, con una prepotenza gentile e sapiente, non è legata solo al nostro panorama culturale, ma anche e soprattutto al nostro orizzonte sociologico e pedagogico, quell’orizzonte che dobbiamo ampliare sempre più in questo periodo storico contingente, periodo di crisi etica che viviamo e percorriamo. Richiama, questo novantatreenne, il filosofo Lévinas, il cui impianto teorico filosofico si fonda sull’apertura all’Altro e sull’importanza di riconoscere l’Altro, riconoscerci in esso. “L’altro è apertura verso l’Infinito”, asseriva Lévinas. “Non bisogna mai avere paura dell’altro, perchè tu rispetto all’altro sei l’altro”, afferma Camilleri con lucidità, fermezza e apertura di veduta. A dispetto della sua cecità senile, quella che gli ha fatto scoprire altri modi di percepire la realtà e stare al mondo, quei modi che ho sempre respirato nel mio percorso di educatrice per non vedenti.

Forse la poesia più delicata che Camilleri ci abbia lasciato è questa sua frase, leggera come una carezza e una lacrima:

Non vedo più, ma sogno.

Andrea Camilleri

La verità è che scrivere è sognare e vivere insieme; che ad occhi chiusi si percepisce il sentire senza le sovrastrutture del male o del dolore; che la bruttezza e la cattiveria hanno una eco ben peggiore che ad occhi aperti, lontano dal cinismo e dal tram tram del quotidiano.

Non a caso, è Tiresia che sceglie come pretesto letterario per il suo ultimo discorso solitario e profondo, nella sua ultima opera letteraria e teatrale, Conversazione su Tiresia. Tiresia: l’indovino cieco dell’Odissea, che ha vissuto sia l’essere donna sia l’essere uomo, diviene specchio di sè stesso per interrogarsi, parlare di sè attraverso la vita vissuta e la storia attraversata, meditando sul tempo, sulla memoria, sulla cecità, sul viaggio, sinonimi dell’invenzione letteraria, anzi sue matrici.


“Chiamatemi Tiresia, sono qui per raccontarvi una storia più che secolare che ha avuto una tale quantità di trasformazioni da indurmi a voler mettere un punto fermo a questa interminabile deriva. A Siracusa vi dirò la mia versione dei fatti, e la metterò a confronto con quello che di me hanno scritto poeti, filosofi e letterati. Voglio sgombrare una volta per tutte il campo da menzogne, illazioni, fantasie e congetture, ristabilendo i termini esatti della verità.”

da Andrea Camilleri, Conversazione su Tiresia, Sellerio Editore

Dopo una notte insonne, nel bel mezzo degli studi, sospendo tutto e corro a sfogliare i libri che più mi legano a questa figura divenuta per noi italiani mitologica.

Che il nostro dialogo con te possa essere eterno, divino e umano insieme.

Ciao, Uomo di Tiresia.

Luana Lamparelli

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Letture suggerite: da questo post, l’articolo giornalistico ANDREA CAMILLERI, Ciao Uomo di Tiresia, a cura di Luana Lamparelli, il Progresso Magazine

Immagini varie dal mio profilo Instagram (solo la quarta in senso orario è presa da Internet, le altre sono miei scatti fotografici)

Strade, tragitti

Luana Lamparelli – reading Notte bianca della Poesia

28 Giugno, ore 14:45.

Un messaggio giunge sul mio cellulare.

A distanza di qualche giorno dall’evento a cui ero presente come ospite, ricevo inaspettatamente una foto. La ricevo da un numero amico: ad averla scattata è il mio ex vicino di casa, architetto. Salutandoci, quella sera, mentre andava via, non mi aveva detto di aver scattato delle foto: la sorpresa è mista all’incredulità.

Mi sono chiesta in quale momento fosse stata scattata, di quali parole fosse stato fermato l’istante, di quale poesia stessi cercando di trasmettere il non detto e il non scritto al pubblico che lì ascoltava.

Qualche ora prima avevo ripercorso il tragitto che mi riportava a casa quando “casa” era un paese non mio. Con il cuore leggero e consapevole del tempo trascorso, delle cose cambiate, dei fallimenti e delle svolte, avevo ricalcato i percorsi che solo fino a quattro anni fa mi erano più familiari, fino a ritrovarmela davanti: la casa che ho abitato e riempito di cene, pomeriggi con le finestre aperte e il jazz e Beethoven che suonavano, notti insonni trascorse stirando, albe aspettate e vissute scrivendo perchè bisognava consegnare i lavori ma il tempo era poco, l’ispirazione sempre in ritardo, il caldo delle giornate estenuante. Qualche ora prima avevo contemplato, dopo tanto e con dolcezza, il gelsomino piantato sette anni fa in un vaso per strada, per adornare quell’angolo del centro storico che io e i miei vicini avevamo fatto nostro a nostro modo. Il gelsomino ha resistito alla mia partenza: i suoi rami si sono intensificati, hanno scavalcato la tettoia del portoncino, il primo balconcino, raggiungendo il più alto puntano dritti verso il cielo, coi fiori profumati e i sogni racchiusi nel verde delle foglie. Ho sorriso seguendone il tragitto intricato eppure naturale – e naturale sembra essere il sinonimo di imprevedibile, alle volte.

Quella è stata la casa in cui i miei libri hanno trovato sistemazione su nuovi scaffali, dove mi sono divertita a inventare gli spazi, dove sono state parcheggiate le prime pedalate in bici dopo tanto tempo. Quella è stata la casa in cui è nato Piccoli silenzi desiderabili, dove ho pianto scoprendo il finale del racconto L’ufficio in riva la mare, scritto mentre le stoviglie aspettavano nel lavandino e il pranzo si freddava nel piatto. Non sempre la scrittura segue le nostre traiettorie: alcune storie hanno una vita propria, le conosci man mano che diventano nero su bianco sotto i tuoi occhi, sotto le tue dita che pigiano i tasti. Certe storie ti prendono per mano e ti fanno scoprire quello che tu non avevi immaginato, anche se porteranno il tuo nome.

Quella è stata la casa dove ho sorriso divertita per i dialoghi di Eva, la pazza che rivela al lettore chi siano tutti i personaggi che si muovono tra le pagine di PSD. È tra quelle stanze che il terzo romanzo ha preso forma ma mai consistenza finale, e ancora oggi aspetta. In quella casa, in qualche modo, c’è stato mio padre: tra tutti i suoi vinili accatastati e quello di Buona domenica incorniciato, come a ricordarmi i pomeriggi che trascorrevamo nella mia infanzia io e lui sul divano, accanto al giradischi, ascoltando e cantando “Sotto il segno dei pesci”, lontano dagli acidi della camera oscura, quella del suo studio fotografico dove io non potevo entrare, mi era proibito, ma puntualmente mi intrufolavo. Da quanto non ho una buona domenica con mio padre?

Da quanto conosco il potere delle parole che non sempre sortiscono l’amore?

Le fotografie raccontano storie custodite in frammenti. Dietro l’obiettivo della macchina fotografica, l’occhio strizzato per meglio mettere a fuoco sembra fare l’occhiolino al caso che si dispiega lì davanti, mentre l’inquadratura si scompone e ognuno torna al proprio posto, alla propria risata, alla propria solitudine.

Quante cose insegna l’arte della fotografia?

Quante cose ho imparato senza volerlo?

Quanti anni sono passati da quando, nel lettone dei miei, ponevo le mani come mio padre mi aveva insegnato e studiavo inquadrature di geometrie astratte lanciate sul soffitto? Avevo quattro anni, avrei imparato molto dopo che non tutto quadra nel mondo degli adulti. È lì che si nasconde la poesia della vita.

Alle volte, in quella casa di quel paese non mio, tornavo dopo aver percorso un fitto intreccio di stradine e viuzze fatte per lasciarmi dietro qualcosa di me stessa che non volevo portare più con me. Inevitabilmente qualcosa restava addosso, come un profumo difficile da scordare, come l’ambra liquida e l’ebano che ancora hanno saputo tornare nei sogni degli anni a venire.

Guardo la foto arrivata sul mio cellulare senza parole nè preavviso e mi interrogo. Cosa dicevo, di cosa parlavo mentre ne sfioravo il ricordo tra le dita sospese, nell’attimo in cui l’otturatore si è chiuso e ogni cosa è stata immortalata e taciuta in quest’immagine?

A me piace pensare che quello sia l’istante in cui, anticipando i versi di una precisa poesia che avrei letto di lì a poco, stessi dicendo ai presenti che ogni città che viviamo – è irrilevante per quanto tempo – e poi abbandoniamo – qualsiasi sia il motivo – non è solo una città, non è solo quello che abbiamo vissuto: per scoprire cos’altro sia, dobbiamo ripercorrerla ancora.

E una volta sola non è sufficiente, una volta sola non sarà mai tutte le volte.

Luana Lamparelli

Ruvo, 10 Luglio 2019

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PLAYLIST DI UN POMERIGGIO ESTIVO:

Una somma di piccole cose, Niccolò Fabi

Se io fossi il giudice, Afterhours


IL SENSO DEI LEGAMI – Viaggi, cicatrici e sorrisi

Questa mattina, aspettando che la caffettiera borbottasse, puntualmente  ho aperto quel diabolico social ruba-tempo. Si è subito imposta la notizia della caramella al limone di Trenitalia. Una per ogni donna che viaggiasse in Executive o che usufruisse del servizio di ristorazione a bordo dei treni, per omaggiarla nella giornata (anche) a lei dedicata. Fino a esaurimento scorte, però. Quasi esaurivo le risate! È stato allora che ho capito il vero motivo del messaggio della mia collega, di qualche giorno prima: “Ce la farai a scrivere un nuovo articolo per la tua rubrica su Caro Diario Social?”. Venerdì, 8 Marzo, Giornata (non Festa) della Donna. Venerdì, 8 Marzo,  giornata di pubblicazione per la mia rubrica Parole a coda lunga.

Così eccoci qui.

Prima di tutto ho pensato “le donne: croce e delizia”, per tutte le fasi della vita che viviamo, per tutto quello che ogni giorno affrontiamo e per quello che siamo chiamate sempre a scegliere. Lavoratrici, mogli, mamme, fidanzate, educatrici, tate, casalinghe e professioniste, cestiste, calciatrici, imprenditrici, lettrici e scrittrici, sull’orlo di una crisi di nervi e dall’altra parte della bufera. “Ogni scelta è una rinuncia e io non voglio scegliere mai più”, canta Dente, ma noi donne non ci arrendiamo e questa affermazione, secondo la coniugazione dell’Universo femminile, la decliniamo piuttosto così: ogni scelta la facciamo, ci rimbocchiamo le maniche e ci riusciamo. Questo è il mio motto ed è anche il fil rouge che mi connette alle donne più importanti della mia vita. L’ho realizzato esattamente una settimana fa: nel clou di un periodo intenso tra studio, lavoro, scadenze imminenti, strategie da individuare e necessariamente vincenti, una mia amica mi ha costretta a fare una lista di almeno cinquanta persone che hanno migliorato la mia vita, o che mi hanno aiutata – consapevolmente o inconsapevolmente – a migliorarla.

Stilando la lista, mi sono resa conto che di uomini ce n’erano pochi, anzi pochissimi. Mi sono tornate in mente le donne che mi hanno accompagnata per periodi della mia vita conclusisi con una svolta, un cambiamento tutto mio, che mi ha portata al livello successivo del videogioco. Inevitabilmente ho inserito l’amica di liceo, Teresa, che vive a Parigi e che sento tra mail e vocali whatsapp, ridendo e ricordandoci che a breve ci rivedremo, con tutto quello che abbiamo pianificato di fare insieme, tra teatri, viaggi e discorsi etico-politici. Di strada ne abbiamo fatta, da quei banchi di liceo. È stata poi la volta dell’amica dell’adolescenza, Titti, che adesso riesco a sentire solo alla sera, in lunghe conversazioni, quando non riusciamo a pranzare insieme, con cui progettiamo cose da adulte, adesso. Indiscutibilmente, mi si è stampato il sorriso sulle labbra quando ho pensato a Rosa, la donna che con le sue forze è riuscita a portare qui al Sud una bellissima realtà per ragazzi e adulti disabili e che oggi è una counselor eccezionale. Ho pensato alla mia amica Ada, alla sua dedizione per il suo lavoro, i suoi bambini e la sua vita; ho ricordato anche le sue minacce per non avere tempo da dedicare a noi. “Questo è l’ultimo weekend che ti concedo per studiare. Dopo non hai più scuse”, mi ha detto domenica mattina di fronte al mio ennesimo “Non posso raggiungerti”. Son ritornata con la mente a tantissimi anni addietro e a Francesca, che mi ha regalato sorrisi in un periodo in cui ero triste, tristissima, e anche a Maria Pia: il mio tornare a essere tenace e determinata nasceva grazie a loro. Entrambe mi hanno insegnato a guardare sempre avanti. Mi è scesa una lacrima serena quando ho pensato a Emma, la mia più cara amica delle elementari e che ora non c’è più. Emma non ha mai camminato, aveva anche un ritardo cognitivo, ma era simpatica, aveva il sorriso stampato sul volto e alle volte piangeva perché qualcosa le faceva male. I miei sogni, in quegli anni, la vedevano invece miracolosamente camminare: era il mio desiderio più grande di allora. È con lei che ho scoperto mi piacesse prendermi cura degli altri, essere un’educatrice attenta seppur concentrata sulla mia vita. Ho pensato a tutte le donne forti  e attente che ho conosciuto tramite il mio lavoro e che hanno fatto qualcosa per me gratuitamente, dimostrandomi fiducia incondizionata: è questa la solidarietà femminile di cui abbiamo bisogno.

Non manca il nome di Emanuela, che come me ama gli animali e la discrezione,  né quello di Manuela, con cui condivido sempre la capacità di investire su di sé e pianificare, senza lasciare da parte fard e rossetto. Non lascio sottinteso che ho inserito anche la voce “mamma” in quella lista e “Teresa”: le donne che sempre mi sono state accanto, permettendomi di tirar fuori quella che sempre sono stata e che non sapevo di essere. E ancora molte mi son tornate davanti, sorridendomi.

In questo ricordare nomi, volti, momenti, in questo ritrovare in fondo me stessa, ho pensato al senso dei legami. Noi tutte, io e loro, indifferentemente, siamo legate: pur essendo indipendenti, ci apparteniamo.  Il nostro essere distinte e disgiunte confluisce inevitabilmente in una storia che, da diverse prospettive e angolazioni, diverse per ognuna, appartiene a tutte noi e ci lega.

Con quel semplice esercizio, stilare una lista, mi sono guardata un attimo indietro in questo periodo in cui sono concentrata nel presente per il mio futuro. “Il passato è un rifugio sicuro. Il passato è una costante tentazione. E tuttavia il futuro è l’unico posto dove possiamo andare”, ho pensato allora. È tratta da un meraviglioso romanzo di Marcela Serrano, Dieci donne.

Nel libro, dieci donne si incontrano e narrano di sé per volontà dell’unica assente, la loro psicoterapeuta. Quello è il suo modo di dir loro addio: costretta ad affrontare un viaggio che le impedirà di continuare a seguirle, consapevole del fatto che in realtà siano “guarite”, decide di riunirle affinché si conoscano, nella speranza che possano far rete fra loro e supportarsi vicendevolmente, ognuna con la propria unicità e coi propri bagagli personali, tutte diverse. È una storia che parla dei legami col proprio passato, con quello che sono state, con chi le ha accompagnate nel percorso di cambiamento e crescita. È un romanzo che parla ad ognuna delle mie amiche, se vogliamo, e a me, a voi. Perché sono certa che, soffermandovi a stilare una lista di persone che hanno cambiato la vostra vita, sicuramente contereste donne consapevoli di sé, ognuna con un proprio talento diverso dal vostro. Come lo definisce la Serrano, “il talento è un titolo di responsabilità”. Penso, sempre più con maggiore convinzione, che chi è davvero responsabile è capace di crescere in maniera autentica e aiutare gli altri nel proprio percorso di crescita, e che questo richieda un talento eccezionale. Mio nonno materno ripeteva sempre a noi nipoti: “Dovete andare con quelli migliori di voi se volete diventare grandi”. È per questo che credo sia sano tagliare i rapporti con chi mostra la sua incapacità di gestire le proprie emozioni, di dialogare, di confrontarsi con sincerità e lealtà, di continuare a costruire nonostante le diversità e le fragilità: non può permetterci di migliorare, non è uno specchio sano in cui rifletterci, non è un esempio. Non credo questa possa essere definita superiorità: è semplicemente desiderio di progredire sempre più, è desiderio continuo di migliorarsi. Alle volte le persone sono piene di rancori, ostilità, insicurezze che trasformano in cattiveria. Sono così accecate dalla rabbia per i propri errori, per la propria superficialità, per la propria inadeguatezza rispetto agli altri che, piuttosto che lavorare su di sé, aggrediscono gli altri, puntano il dito contro, seminano tempesta. Personalmente reputo le relazioni interpersonali “viaggi”; come tali, anche esse si esauriscono. “Arrivo in un posto per andarmene, non per restarci. (…) Viaggio con curiosità.”, afferma una protagonista della Serrano. Dal canto suo, Anne Carson ci insegna che “L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso”.

Credo, fortemente credo nel potere delle relazioni autentiche e non frivole o di convenienza. Credo nella forza delle donne che prima di tutto sanno conoscersi, ascoltarsi e solo dopo un’attenta analisi parlare con le altre. Credo nella rete che crea valore, solidarietà, sostegno, reciprocità. Non ho spazio né tempo per i rancori, per il pettegolezzo, per la stupidità, così come per lo shopping. Ho voglia solo di viaggiare. Il viaggio vero? Per me è guardarsi dentro, alleggerire il carico, eliminare il superfluo. Avere un cuore più umano, più materno forse, anche con sé stesse. Portarsi per mano, diventare consapevoli di sé. Perché, ne sono convinta, le donne consapevoli di sé e della propria storia sono donne salve. Spero possiamo salvarci tutte, appartenendoci e mantenendo la nostra indipendenza al tempo stesso.

Per questo 8 Marzo non voglio scomodare il femminismo, né i movimenti più recenti del #metoo e #timesup. Non voglio scomodare nomi importanti di donne passate alla storia, di eroine o fate turchine. Per questa Giornata della Donna ho voluto raccontarvi un po’ di me, di diverse persone che non conoscerete mai, molto probabilmente, perché possiate raccontare e raccontarvi di voi. Sono certa che nella vostra vita voi abbiate certamente qualche cicatrice che vi riconduca a una donna preziosa, grazie alla quale potete oggi sorriderne compiaciute nonostante una leggera vena di amarezza. Parlo delle cicatrici da cui siete rinate più forti di prima, quelle che potete esporre come medaglie. Perché, come Luoise Madeira, anche io “Adoro l’ambivalenza poetica di una cicatrice. Ha due messaggi: qui, mi sono fatta male; qui, sono guarita”.

Questo io dedico a voi, oggi 8 Marzo, oggi come tutti i giorni.

Luana

articolo pubblicato per la prima volta sul blog Caro Diario Social, 8 Marzo 2019

Leggi anche la mia recensione a Dieci donne di Marcela Serrano.

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Storie del buongiorno per genitori coraggiosi

Lucio Dalla cantava: “…ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”.

Una mia amica sosteneva: “Visti da vicino, sotto una lente d’ingrandimento, nessuno è normale”.

La psicologia insegna che il concetto di normalità non esiste in assoluto: ogni società ha elaborato la propria definizione. Diverse concezioni di “normalità”, dunque, una per ogni cultura, ognuna con un’ampia sfera di comportamenti accettati e condivisi dalla società a cui quella cultura appartiene. Sostanzialmente questo significa che quanto, secondo una cultura di riferimento, è giusto fare e quindi insegnare ai propri figli, per molte altre potrebbe non esserlo. Quello che è “normale” per gli eschimesi in termini di ospitalità, per esempio,  non è moralmente condivisibile né eticamente accettabile agli occhi di noi occidentali, quindi per noi sarebbe anormale.

Chi dei due ha ragione, dunque, tra la mia amica e Lucio Dalla?

Per rispondere, vorrei scomodare una parola che è andata tanto di moda qualche anno fa: “ribelle”. Usato al plurale femminile, abbinato a un sostantivo tanto a cuore per mamme e papà, ha segnato un’incursione editoriale che ha attratto molti genitori. L’opera a cui mi riferisco è “Storie della buona notte per bambine ribelli”, approdata in Italia nel 2017. “Cento vite di donne straordinarie” è il sottotitolo riportato in copertina. E figuriamoci se non attecchisse in terra nazionale, con tutte le mamme e i papà che vogliono figlie eccezionali!

Cosa significa “ribelle”? Erano davvero tremende e incorreggibili queste donne da bambine? Erano ingestibili, a prova di signorina Rottermeier, pestifere?

E poi per quale ragione aprire un filone letterario con questo titolo, “Storie della buona notte per bambine ribelli”? Dopo il modello della principessa, vogliamo forse inculcare alle nostre figlie che, se non si è ribelli da piccole, da grandi non si sarà donne degne di nota?

Con occhio da educatrice – e non me ne voglia nessuno – ho personalmente bocciato  questo titolo (sottolineo: il titolo, non l’opera, non il suo contenuto). Un titolo da trovata commerciale, diciamocelo. Perché il libro racconta di donne passate alla storia per il proprio talento, per il proprio impegno sociale, per la propria tenacia. Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack e molte altre sono le donne ritratte da illustratrici e autrici di cui si narrano le gesta. Donne senza dubbio intelligenti, forti, determinate, con una grande motivazione e un’irrefrenabile forza di volontà. Ma, appunto, donne. Quando bambine, nessuno sapeva cosa sarebbero diventate da grandi:  se guerriere, pioniere o casalinghe. Nessuno, nemmeno i propri genitori. I loro genitori: a mio parere, noi tutti dovremmo guardare a questi ultimi come i veri autori del successo delle proprie figlie. Perché, volenti o nolenti, hanno saputo trasmettere a queste piccole donne, inconsapevoli del proprio destino, il dono più bello che si possa fare: il coraggio di essere se stesse. L’insegnamento più grande, col più alto grado di virtù, che un genitore possa tramandare a suo figlio (bambino o bambina, naturale, adottato o in vitro che sia) è la capacità di essere sé stessi, di conoscersi, di scoprirsi e di percorrere la propria strada, tracciando il proprio cammino, inventandolo e realizzandolo passo dopo passo.

Genitori ribelli sono, per me, uomini e donne capaci di sostenere le differenze delle proprie figlie, di incoraggiarne l’unicità, di guardare ai loro tratti caratteriali distintivi come punti di forza da valorizzare. Sono stati, per me, uomini e donne capaci di non far temere ai propri figli limiti e difetti, quanto piuttosto di guardarli in faccia per affrontarli o accettarli.

E comunque “ribelle” non rende ancora bene. Lo sostituirei con rivoluzionari. Rivoluzionari sono i genitori così. Per me sono rivoluzionari tutti quei genitori che amano e sorreggono i propri pargoli per quello che realmente sono e non per quello che vorrebbero che fossero, perché è solo così che gli permetteranno di crescere sereni, di affrontare le sfide di tutti i giorni con un sentire invincibile nonostante tutto, al di là delle rese umane e momentanee. Diventeranno astronaute, dottoresse, scrittrici, casalinghe, maestre le loro figlie? Saranno contadini, ingegneri, professori, collaboratori scolastici i propri figli? Non ho le risposte sulle professioni: so solo che saranno uomini e donne coraggiosi, consapevoli, capaci di aiutare a loro volta gli altri nel trovare la propria strada. So solo che saranno donne capaci di parlare per esprimere le proprie idee e uomini capaci di sostenerle. Insieme potranno creare contesti migliori nelle nostre società.

Qualcuno potrà obiettare che, magari, non tutti i genitori delle grandi donne di cui il nostro libro di riferimento racconta sono stati così, ed effettivamente noi non sappiamo se fossero attenti o assenti nella loro vita, se fossero presenti qualitativamente o quantitativamente; io in primis non voglio nemmeno star lì a indagare e ricercare possibili risposte. Perché quello che conta, secondo me, è essere capaci di accendere una scintilla, in questi bambini; anche solo attraverso un pertugio, mostrargli un infinito di stelle e fargli capire, come dice Margherita Hack, che siamo figli delle stelle. Possiamo brillare anche noi, se desiderio, coraggio e consapevolezza ci animano.

A questo libro vorrei affiancarne un altro, che però è fuori collana: “Natural born loser”, di Oliver Phommavanh. Nel titolo di copertina c’è un’altra parola, graficamente barrata, subito dopo born: questa parola, cancellata come fosse un errore, è “leader”. Il libro? Racconta di come non è facile o immediato diventare leader, e quindi vincenti: bisogna tirar fuori il meglio di sé per scoprire, meravigliosamente, che sotto quella scorza iniziale si indossa già la tuta dell’eroe. Come fossimo tutti Superman senza mai aver allentato prima la cravatta. In fondo, diventare leader significa prima di tutto saper fare squadra, saper supportare gli altri, e chi può riuscirci meglio se non tutti quelli che hanno perso mille volte rialzandosi sempre, ogni volta con più consapevolezza e determinazione?

Per quanto riguarda la ribellione, piuttosto che usarla come etichetta per bambini e bambine, vorrei lasciarla per gli schemi, i prototipi, gli stereotipi, contro i bavagli alla voce critica ma costruttiva e per tutto ciò contro cui è giusto andare, ma sempre con dignità, rispetto, intelligenza. A tal proposito, vorrei aggiungere che rivoluzionari in modo viscerale sono tutti i genitori che amano incondizionatamente i loro bambini disabili, che non smettono mai di riporre fiducia nei propri figli pur essendo realistici. Quei genitori che hanno capito che la sfida più grande da affrontare e vincere ogni giorno è migliorare la qualità della vita dei propri figli.  Sono genitori che hanno vinto una sfida difficilissima: cancellare il genitore e il bambino che hanno desiderato e cullato per chissà quanto tempo e reinventarsi con tutto l’amore, l’energia, il coraggio e la rabbia che questo processo richiede. Se penso alle parole di Voltaire, “La più coraggiosa decisione che puoi prendere ogni giorno è di essere di buon umore”, penso a questi genitori, e la loro immagine mi incoraggia.

“…ma l’impresa eccezionale, dammi retta / è essere normale”, “nessuno è normale se visto da vicino, sotto una lente d’ingrandimento.”

Chi ha ragione dunque, Lucio Dalla o la mia amica?

Entrambi, ognuno per le giuste motivazioni.

Luana Lamparelli

articolo pubblicato per la prima volta sul blog Caro Diario Social, 8 Febbraio 2019

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Tempo di (P)revisione

Ormai parecchio tempo fa, ho letto un libro: era il 2006 e mi è sempre rimasto impresso. Sicuramente per i contenuti, le considerazioni e le informazioni, ma soprattutto per il titolo scelto da chi l’ha scritto: il famoso Premio Nobel per la Medicina del 1986. Che è donna: Rita Levi-Montalcini. Il libro, invece, è Tempo di Revisione, giunto tra le mani dei lettori dopo Tempo di mutamenti (2002) e Tempo d’azione (2004).  Parlare di tempo, in questo preciso periodo, è emblematico: siamo all’inizio del nuovo anno,  da poco si è chiuso il 2018, inevitabilmente abbiamo fatto – chi più, chi meno – un bilancio di chiusura, e provato a focalizzare obiettivi nuovi per questo 2019. Ho sempre trovato assurdo come un confine tracciato da noi stessi, in maniera del tutto astratta, in quella dimensione che chiamiamo tempo, possa determinare una diversa predisposizione del nostro spirito di fronte all’ignoto: il futuro. Che sembra ampio, ampio almeno per i prossimi dodici mesi, fino al prossimo trentuno dicembre. A tal proposito, nel 2010, scrivevo “Non c’è un inizio, non c’è una fine. C’è un istante, un attimo, in cui varchiamo la soglia di una porta che noi uomini abbiamo immaginato. Che continuamente creiamo”. Ovviamente quella porta è il Capodanno, l’attimo esatto in cui entrambe le lancette sono sull’attenti sul loro fulcro, a segnare la mezza notte, facendoci ritrovare dall’altra parte di quella soglia astrale. In un nuovo inizio.

“Ogni inizio contiene una magia/ che ci protegge e a vivere ci aiuta”, scrive Hermann Hesse nella sua poesia Gradini.

Se penso al tempo, inevitabilmente mi torna in mente il caro ingegnere prestato alla Filosofia: De Crescenzo. “Il tempo è un’emozione”, asserisce in un suo celebre film. Che, guarda caso, s’intitola 32 Dicembre: un giorno che non esiste sui calendari, ma che potremmo tranquillamente aggiungere – se solo volessimo.

Se il tempo fosse davvero solo sostanza di emozioni, allora il tempo sarebbe inevitabilmente composto di parole, piuttosto che ticchettii e lancette. Parole per indicare tutte le emozioni che ci hanno regalato i nostri sogni, ma anche  le nostre illusioni; le vittorie, le sfide, i traguardi, e pure  le rese. Parole che sono nomi propri di persone, o aggettivi per definire le esperienze. Se fosse così, il tempo vivrebbe non su quadranti, ma in scatole: scatole diverse per ciascuno di noi e gelosamente custodite nella memoria di ciascuno di noi. E allora sì che il tempo di ognuno di noi sarebbe diverso dal tempo di tutti gli altri. E se così fosse, allora anche il tempo diverrebbe emblema e paradigma dell’unicità e irripetibilità di ciascuno di noi. Avremmo ognuno una o più parole con cui chiamare un anno, anziché la serie di numeri. Chissà, forse è per questo che ogni anno, ogni primo Gennaio, stiliamo una lista di buoni propositi (e qui mi torna in mente il mio professore di matematica e fisica del liceo che puntualmente ci ripeteva: “Di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno”).

Quali buoni propositi possiamo proporci per questo nuovo anno? Vorrei suggerire una parola pacifica, che non segni una frattura con tutto quello che c’è stato prima, che invece getti un punto e ci faccia far pace (anche più in là negli anni) coi nostri errori, che ci faccia “ricalcolare il percorso”, che ci dia coraggio per riprogrammare e per superare, per imparare ad andare “oltre” i nostri stessi limiti e che allo stesso modo ci faccia sentire meno in colpa se ci fermiamo un attimo. È semplice, e molto probabilmente ora che la leggerete penserete: “Ma che banale!”. Ebbene, questa parola è “amarsi”.

Amarsi: forma riflessiva del verbo amare, ma anche “forma” reciproca. Amarsi che vuol dire curarsi, accompagnarsi, prendersi per mano, sedersi a tavolino per capire meglio cosa fare per il proprio bene. Amarsi, voce di un verbo che ognuno di noi può coniugare in un modo tutto proprio. Cosa vuol dire amarsi?  Vi siete mai soffermati a chiedervi “Come manifesto a me stesso il mio amore? In che modo sono capace di amarmi?”. E sicuramente il nostro modo di amarci oggi non è lo stesso di ieri: perché cambia così come cambiamo noi, in base alle nostre stagioni, ai nostri tempi. E torniamo alla cara parola tempo.

Rita Levi-Montalcini, in ordine cronologico, ha scritto Un universo inquieto (2001), Tempo di mutamenti (2002), Tempo d’azione (2004) e Tempo di revisione (2006). Se pensassimo a quell’universo inquieto come a noi stessi, ciascuno potrebbe ora seguire il proprio percorso di vita attraverso i tre titoli dell’autrice Premio Nobel, scoprendo com’è cambiato nelle scelte, nelle azioni, nei modi di relazionarsi con gli altri, riflettendo su come ha agito nei diversi contesti, nelle diverse situazioni, con le stesse persone o con persone diverse, rivedendo infine tutto, come facendosi un tagliando (e non necessariamente passando per un day hospital o per un chirurgo estetico). E se aggiungessimo una P davanti a “revisione”? Allora forse, oltre a chi siamo oggi, potremmo scoprire chi saremo domani, o chi vogliamo diventare. Magari, in che modo vorremo amarci di più. Che sembra una cosa banale, e invece molti non sanno nemmeno cosa significhi starsi accanto in tutti i momenti, essere presenti e fedeli a se stessi, centrati su se stessi, pronti ascoltarsi per guardare dritto, davanti a sé, con la fiducia negli occhi e il coraggio nel cuore. Amarsi per vivere al meglio ogni momento, in tutto quello che ci capita. In quest’ottica, dovremmo pensare che il tempo sia per il progresso, come le emozioni: che dovrebbero essere sempre più belle, più intense, più autentiche.

Sempre Hesse, sempre in Gradini, scrive: “Dobbiamo attraversare spazi e spazi, / senza fermare in alcun d’essi il piede, / lo spirto universal non vuol legarci, / ma su di grado in grado sollevarci”, e forse il modo per amare questo tempo è amando noi stessi.

Buon tempo per amarvi a voi!

Luana

articolo pubblicato per la prima volta sul blog Caro Diario Social, 11 Gennaio 2019

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Cari genitori, dove siete?

Cosa significa emozionare, emozionarsi?

Le emozioni e i sentimenti sono la stessa cosa?

E cosa vuol dire poi partecipare, o condividere?

Non intendo secondo vocabolario, o da manuale di psicologia. Vi sto chiedendo: adesso, adesso che leggete, sapreste dare una definizione per queste parole, una risposta tutta vostra? Vi soffermereste a interrogarvi sui loro significati, sulle loro implicazioni, o seguitereste a leggere la fila di vocali e consonanti fino al punto finale?

E convivere nelle stesse emozioni, convivere negli stessi sentimenti: possiamo dire che abbiano un significato preciso anche queste affermazioni del tutto mie e personali?

Fra noi umani possiamo condividere tutto tramite la parola, che consente di “mettere in comune” anche sentimenti ed emozioni. Le esperienze sono il campo di prova, un po’ per tutto se vogliamo: dalle nostre capacità e potenzialità, al nostro grado di empatia e sensibilità, di rispetto dell’altro, di attenzione e cura, di maturità e responsabilità, di condivisione. Questo grado, talvolta, può essere pari a zero, o addirittura inferiore, se dall’indifferenza passiamo al fastidio.

Sapete poi come e cosa vede un neonato?  (Permettetemi piccoli slalom apparentemente incoerenti.)

Nelle prime due settimane di vita il bambino è praticamente miope: distingue chiaramente solo quello che si trova a 20-25 cm dal proprio viso. Questo significa che, fondamentalmente, vede i volti di chi gli si avvicina. Del volto, poi, leggevo in un manuale di Psicologia dello sviluppo ai tempi dei miei studi universitari, i neonati sono particolarmente attratti dagli occhi. Perché sono lucidi, luminosi. Ai piccoli interessano le facce, gli occhi. Solo questione di sguardi? No, molto di più: attraverso il contatto visivo con i genitori, il legame e la fiducia del neonato si rafforzano, lasciando sfocato tutto il contorno affinché l’attenzione del bambino si focalizzi su ciò che davvero conta: il viso della mamma, la sua calma, il latte, l’affetto.

In questi ultimi giorni, un fatto di cronaca mi ha riportato alla mente gli anni in cui lavoravo come educatrice professionale nelle scuole elementari (la scuola primaria, ndr). In particolare, ho iniziato a rimacinare le riflessioni che facevo osservando i genitori durante le recite e i saggi dei loro figli.

Durante quelle manifestazioni di abilità e capacità, pazienza e tenacia di alunni e insegnanti, mi chiedevo come fosse possibile per i genitori essere lì e non partecipare davvero della vita di quei bambini, di quel momento in cui avevano di fronte a sé le proprie mamme e i propri papà eccezionalmente a scuola durante l’orario curriculare, non all’ora d’entrata o d’uscita come di solito. Mi chiedevo come potesse essere più importante prestare gli occhi e l’attenzione alla ripresa piuttosto che a cercare di comprendere tutti gli sforzi fatti per essere lì, in quel momento, a recitare ognuno la propria parte, a prescindere da cosa stessero “portando in scena”. Piuttosto che a incrociare lo sguardo del proprio bambino.

I bambini si guardavano intorno, ma cosa vedevano? Cellulari che nascondevano i volti dei propri genitori, ostacolo invalicabile per quel contatto visivo così importante già per un neonato. Chi cercavano quei bambini, guardando nella direzione dei propri genitori? Uno schermo scuro che schermava il volto dei propri parenti, o lo sguardo di sostegno e approvazione, di incoraggiamento?

Quali bambini stiamo educando, a cosa? “I bambini non ascoltano: i bambini guardano”, sostiene qualcuno: ci stiamo davvero occupando di quello che i bambini guardano, ovvero di quello che noi siamo, facciamo, comunichiamo, creiamo?

Dobbiamo reimparare a costruire ricordi. Che possono essere custoditi da una fotografia, magari – ma magari anche no. Perché l’emozione è così forte e ci ha rapiti così tanto che alle riprese non ci pensiamo affatto; o perché cipensiamo, ma ce ne infischiamo profondamente: conta davvero guardare con i propri occhi, con il proprio cuore e con la propria mente, non tramite un insignificante telefonino.

L’importante non è filmare, documentare, esporre: l’importante è essere e sentirsi vivi, poter raccontare da qui a cent’anni le imprese riuscite bene e quelle venute male, per sorridere delle nostre imperfezioni, per riconoscerci umani e ritrovarci più vicini, migliorare, incoraggiarci. Perché l’uomo è perfettibile, e questo per me conta più del nostro essere imperfetti.

Cosa raccontano fotografie e video più dei nostri abiti, dello spazio fisico in cui siamo, del’angolazione di ripresa? E se tutte le riproduzioni tecnologiche andassero perdute, cosa rimarrebbe? Riprendere non è vivere il momento.

Si chiama Gela il paese in cui due donne, una nonna e una zia, si sono azzuffate contendendosi il posto per le riprese migliori durante la recita di bambini d’una scuola d’infanzia, non a caso io credo: gela l’umanità, la tecnologia ha il sopravvento e noi c’impoveriamo sempre più. Quella recita, quel giorno, è saltata per aria; i bambini non hanno trovato sguardi amorevoli e incoraggianti ma spavento e preoccupazione. A Gela, come ovunque, come sempre più spesso.

Non solo non li ascoltiamo più come dovremmo, questi bambini: adesso non li guardiamo nemmeno più negli occhi. Come del resto sempre meno ci guardiamo in faccia noi, sempre meno ce le diciamo davvero le cose che pensiamo. Non ci rendiamo nemmeno conto del tempo che passa senza incontrarci: ci visualizziamo sui social, anziché incontrarci. Diventiamo followers, anziché persone. Cosa vuol dire poi persona?

A volte basterebbe uno sguardo per riconoscerci, ritrovarci, riconciliarci, sorriderci. Come per i neonati, a cui bastano quei 25 centimetri per focalizzare l’essenziale. A forza di citare il Piccolo Principe che dice “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”, abbiamo dimenticato che gli occhi sono le finestre di meraviglia a cui il cuore s’affaccia. Almeno per me, che ho sempre lavorato con i non vedenti, è così. E noi, noi che abbiamo quelle finestre, non le spalanchiamo! Ci rendiamo ciechi, abbiamo disimparato a focalizzare lo sguardo su ciò che conta davvero. In mille modi diversi.

Pensare che uno sguardo può restarti dentro, forte e vivo, a dispetto del tempo, e una fotografia scolorire in una scatola scordata.

Cosa significano le parole emozione, sentimento, emozionarsi, emozionare, partecipare, condividere?

E sbaglio io, io che sono convinta che più delle case si convive nelle emozioni, negli stati d’animo, nei sentimenti?

Luana Lamparelli

articolo pubblicato per la prima volta su Caro Diario Social, 28 Gennaio 2019

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