Raymond Queneau, ZAZIE NEL METRÓ

Il libro era divertentissimo, fu un romanzo di cui parlarono tutti quanti. (…) Appena arrivata a Parigi, Zazie vuole vedere la metropolitana, «il metró, il metró», ma la metropolitana è in sciopero.

Louis Malle, in un’intervista del critico cinematografico Philip French

Se dici Parigi e conosci lo scrittore francese Queneau, non puoi non pensare a Zazie, dieci anni e tutto pepe.

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LA POESIA VIVE AI MARGINI

Editoriale Novembre 2019

Colonna sonora:

Birdy, People help the people

Coldplay, In my place

Frank Sinatra, Send in the clowns

Quando ero una bambina, non avrei mai pensato di scrivere poesie, nè avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovata seduta accanto a voci autorevoli “del settore”, o a chiacchierare prima dal vivo poi per telefono col maggior poeta vivente: Magrelli, o a confrontarmi con i maggiori esponenti nazionali.

Così come non avrei mai immaginato di sentirmi chiedere da un grande uomo di cultura che lavora in un mondo di regole e disciplina, diplomazia e strategia, durante una telefonata: “Allora, raccontami di sabato. Com’è andato l’evento?”

Nel rispondergli, ho parlato a lungo, ho raccontato, contrariamente a quel che faccio di solito, ma soprattutto mi sono sorpresa quando, a chiusura del mio discorso, ho pronunciato questa considerazione del tutto personale: “La poesia vive ai margini”.

In che senso, in che modo?

Facciamo un passo indietro. Come è andato l’evento di poesia di sabato è una domanda che mi hanno rivolto in molti. Si riferisce all’evento del progetto Poesia Portale Sud, di cui si è tenuta una tappa a Bari, presso la libreria Millelibri, lo scorso sabato 19 Ottobre. Bene, è andato bene è la mia risposta serafica e vera. Ma… esiste un ma.

Un ma che mi riconduce a molte riflessioni sulla poesia e su quello che le gira intorno.

Credo che la poesia sia troppo grande per essere definita una volta per tutte, per essere inserita in schemi di riferimento, canoni estetici: diciamoci la verità, la poesia supera la metrica, oltrepassa rime e assonanze, bypassa figure retoriche e linguaggi.

Credo, personalmente credo, che la poesia non esista nemmeno tra versi e parole che i poeti (veri o presunti tali) cercano di mettere fila, non nella sequela di strofe o nelle stanze dei poemi.

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Rougenoir

di Luana Lamparelli

Racconto pubblicato per la prima volta sulla rivista di poesia Versante Ripido, numero di Luglio 2017 per il formato digitale, numero 2 del formato cartaceo.

La giusta colonna sonora per il racconto: Cocoon dei Milky Chancee I can’t wait dei Cocoon.

“Eva, perché niente armadi?”, le ho domandato ieri mattina.

In realtà gliel’ho urlato standomene sdraiato in giardino dove leggevo un libro, mentre lei era al piano superiore della villa, sistemando le camere da letto per i prossimi ospiti, persiane e vetri spalancati.

“Perché gli armadi sanno sempre di chiuso”, mi ha risposto urlando a sua volta da una stanza di sopra. “E le coperte per l’inverno?”, “Se dovessi decidere di venir qui” – e a questo punto è comparsa la sua bella faccia da una finestra, il tono di voce normalizzato – “farei i bagagli portando tutto il necessario. Qui ci sono sempre le stoviglie e l’occorrente per la cucina, e basta. Niente asciugamani, niente coperte, niente di niente”, “E perché?”, “Quante domande: leggi il libro!”, e ha sorriso.

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ZAFÓN , L’OMBRA DEL VENTO

Estate 2017, la Croazia, il mio ritorno a Dubrovnik dopo dieci anni dall’ultima volta. Nella valigia, un libro che occupava i miei scaffali da cinque anni, vivendo diversi traslochi, testimone di una consegna mai avvenuta (anche per i libri esistono i Dietro le quinte).

Una volta letto, non ho avuto dubbi: se l’estate fosse un libro, sarebbe sicuramente L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón.

È iniziata così la mia avventura tra le pagine della Barcellona stregata e il Cimitero dei Libri Dimenticati inventato dallo scrittore spagnolo.

Il brontolio lontano di un temporale estivo

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Oscar Mondadori

C’è un’ombra tetra, scura, inquietante, più simile a un’allucinazione che a una presenza reale. Ci sono ricordi lontani ma ancora vivi nella memoria di qualcuno, passioni incancellabili che pulsano di eco sul suo presente. Proprio come il ricordo di un temporale scoppiato nella bella stagione, che non perde la sua forza, se rievocato con la mente e il cuore di chi ha amato e perso. Tutto questo e molto altro c’è ne L’Ombra del vento.

L’ombra del vento è il primo capitolo della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, ossia il punto di partenza per perdersi in un labirinto di verità e vite diverse che coinvolgono numerosi personaggi e convergono verso un’unica storia di scrittori e libri maledetti.

Con le prime pagine del romanzo, il lettore incontra subito Daniel Sempere, protagonista principale attorno a cui ruotano tutte le vicende e a cui conducono tutte le vite che Zafón farà conoscere al lettore coi capitoli successivi della tetralogia. Daniel ha dieci anni quando inizia a prendere per mano il lettore; ne avrà trentuno quando l’avrà condotto sino all’ultima riga dell’ultima pagina, al termine del primo romanzo che ha portato il suo autore alla fama mondiale. Con l’ultima pagina del primo capitolo di questa incredibile tetralogia, non si arriva a una conclusione, quanto a una dichiarazione che fa da apripista al romanzo successivo, Il Gioco dell’angelo.

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Di versi, mari inquieti e biciclette

INTERVISTA A PAOLO POLVANI

Con questo mese di Settembre parte anche il nuovo ciclo di interviste a personalità del mondo della cultura e dell’arte in generale. Uso il termine “nuovo” perché voglio recuperare la rubrica Ars Artis che ho ideato e curato anni addietro. Edita su diverse pagine della Livenetwork.it (una su tutte, barilive.it), ha avuto un bel seguito di lettori che tutt’oggi, quando mi conoscono casualmente, mi dicono sorpresi “Ma io leggevo la tua rubrica! Mi piaceva tanto”. È stata un’esperienza che ha portato altre cose belle, quindi ecco che ricomincio.

Ars Artis si proponeva di far conoscere al pubblico iniziative nuove e protagonisti. Scrittori, fotografi, attori, manager, musicisti si raccontavano ai lettori con la propria voce, accorciando le distanze tra chi produce arte e chi può ammirarla o fruirne. Il mio vero obiettivo è sempre stato quello di far capire che, in realtà, non esiste alcuna distanza: si produce musica, o letteratura, o cinematografia, e al tempo stesso si lavano piatti, si innaffiano piante, si compra cibo; al tempo stesso si hanno preoccupazioni, ricordi, speranze, risate. A fare la differenza, nel bene o nel male, è l’unicità della persona, la sua scintilla di brio, e anche questo appartiene a tutti, a prescindere dal mestiere che si svolge o non svolge.

Ogni mese, a partire da oggi, una voce si racconterà per scoprire la persona al di là della sua passione e del suo mestiere – che sia scrittore, fotografo, pittore, musicista, o altro. Attraverso i protagonisti delle interviste, poi, si potrà conoscere molto di più, scoprire altre voci, altri autori, alimentare la nostra curiosità di ricerca e scoperta.

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21 GIORNI PER CAMBIARE

Editoriale di Settembre 2019

Studi scientifici affermano che al cervello occorra un tempo minimo di ventuno giorni per smantellare un’abitudine e installarne un’altra più favorevole al nostro benessere.

Ventuno giorni per cambiare abitudini, quindi pensieri, e permetterci di stare meglio.


Pronunciare una ferita quando è appena ricucita non è semplice. Arginare la tensione, contenere un’emozione è più nobile. Ecco l’ombra di qualcosa che poi cambia. Scavare o tralasciare il senso, voltarsi e non guardare dentro. Ammettere o tacere, avvicinarsi e rimanere.

Cristina Donà, Conosci
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Marco Grassi, L’incidente sui binari della comunicazione – Il caso Ferrotramviaria

DIALOGO CON L’AUTORE

Era il 12 Luglio 2016 quando la nostra comunità subiva un grave incidente, un lutto indelebile. Due treni della Ferrotramviaria, ET 1016 ed ET 1021, al chilometro 51, nelle campagne tra Corato e Andria, entravano in collisione fra loro. La curva su cui verificava l’impatto aveva impedito che i due macchinisti potessero avvistarsi, rallentare la velocità di marcia, evitare l’impatto e la tragedia. Nell’incidente perdevano la vita ventitré persone: i due macchinisti, il capotreno del ET 1016, un Dirigente di Movimento fuori servizio e diciannove passeggeri. I giornali avrebbero riportato che le condizioni metereologiche, quel giorno alle 11:05, fossero buone. Intorno, cicale e ulivi a inghiottire il dramma.

Da quel momento, la nostra identità comunitaria e storica è stata ferita indelebilmente, la tragedia ci ha colpiti e scossi tutti. Alla Ferrotramviaria, infatti, da Barletta a Bari siamo tutti legati per vissuti personali che su quelle rotaie hanno avuto il loro corso. Tra lezioni universitarie, esami, lavoro, motivi diversi, semplici uscite nei paesi collegati dalla rete ferroviaria, quei treni significavano potersi muovere su una linea non prevista da altri mezzi di trasporto pubblico e in tutta sicurezza. Se molte generazioni hanno conseguito una laurea presso l’Università degli Studi di Bari, è grazie alla Bari Nord, come semplicemente la chiamiamo noi. Dopo quel giorno, però, la memoria storica non è stata più la stessa.

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Ciao, Uomo di Tiresia

Da questo post, l’articolo giornalistico ANDREA CAMILLERI, Ciao Uomo di Tiresia, a cura di Luana Lamparelli, per il Progresso Magazine


Lo scrittore Andrea Camilleri.

Arriva forte come un proiettile e rimbalza da parte a parte la notizia: Andrea Camilleri ci ha lasciati.

Ci ha lasciati l’uomo, ci ha lasciati lo scrittore.

La sua vita ha tanto da insegnarci: la tenacia e il coraggio soprattutto, insieme al non arrendersi, anzi: arrabbiarsi e mescolare quella rabbia alla propria passione. Forse nasce così la determinazione, quella che segna l’obiettivo e manda tutti al diavolo.

Chissà come si sono sentiti i dieci editori che hanno scartato il suo primo romanzo, Il corso delle cose, quando hanno visto letteralmente volare Camilleri sulle loro teste, anni dopo e lavori acclamati dal pubblico su ogni fronte. “È il corso delle cose” direbbe forse oggi con la sua ironia, anche in merito alla sua scomparsa, lui che era felice di vivere e non temeva la morte.

Il suo primo romanzo nasceva per una promessa fatta a suo padre: quella di scrivere la storia che Andrea aveva inventato per lui accudendolo in ospedale prima che morisse. Fu proprio suo padre a dirgli di scriverla così come l’aveva raccontata a lui, con quelle espressioni dialettali che colorivano e intensificavano la narrazione, la rendevano più vera, più verista. Come Pirandello, anche Camilleri è sempre stato abile nel passare dal verismo del suo tempo all’umorismo, e viceversa. Una storia, quella narrata nel primo romanzo, nata parallelamente alla vita reale. La vita di uno scrittore è così: procede in parallelo su due, tre o più binari, portandolo in diverse dimensioni, e non sempre quella sua privata e personale viaggia sugli stessi stati d’animo narrati. I personaggi hanno una vita propria, a un certo punto, e tu – volente o nolente – devi seguirli, assecondarli, stargli dietro. Non puoi fare altrimenti. Così come lo stesso Camilleri racconta ne I racconti di Nenè:

Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto”.

da Andrea Camilleri, I racconti di Nenè, raccolti da Francesco Anzalone e Giorgio Santelli, Feltrinelli
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Strade, tragitti

Luana Lamparelli – reading Notte bianca della Poesia

28 Giugno, ore 14:45.

Un messaggio giunge sul mio cellulare.

A distanza di qualche giorno dall’evento a cui ero presente come ospite, ricevo inaspettatamente una foto. La ricevo da un numero amico: ad averla scattata è il mio ex vicino di casa, architetto. Salutandoci, quella sera, mentre andava via, non mi aveva detto di aver scattato delle foto: la sorpresa è mista all’incredulità.

Mi sono chiesta in quale momento fosse stata scattata, di quali parole fosse stato fermato l’istante, di quale poesia stessi cercando di trasmettere il non detto e il non scritto al pubblico che lì ascoltava.

Qualche ora prima avevo ripercorso il tragitto che mi riportava a casa quando “casa” era un paese non mio. Con il cuore leggero e consapevole del tempo trascorso, delle cose cambiate, dei fallimenti e delle svolte, avevo ricalcato i percorsi che solo fino a quattro anni fa mi erano più familiari, fino a ritrovarmela davanti: la casa che ho abitato e riempito di cene, pomeriggi con le finestre aperte e il jazz e Beethoven che suonavano, notti insonni trascorse stirando, albe aspettate e vissute scrivendo perchè bisognava consegnare i lavori ma il tempo era poco, l’ispirazione sempre in ritardo, il caldo delle giornate estenuante. Qualche ora prima avevo contemplato, dopo tanto e con dolcezza, il gelsomino piantato sette anni fa in un vaso per strada, per adornare quell’angolo del centro storico che io e i miei vicini avevamo fatto nostro a nostro modo. Il gelsomino ha resistito alla mia partenza: i suoi rami si sono intensificati, hanno scavalcato la tettoia del portoncino, il primo balconcino, raggiungendo il più alto puntano dritti verso il cielo, coi fiori profumati e i sogni racchiusi nel verde delle foglie. Ho sorriso seguendone il tragitto intricato eppure naturale – e naturale sembra essere il sinonimo di imprevedibile, alle volte.

Quella è stata la casa in cui i miei libri hanno trovato sistemazione su nuovi scaffali, dove mi sono divertita a inventare gli spazi, dove sono state parcheggiate le prime pedalate in bici dopo tanto tempo. Quella è stata la casa in cui è nato Piccoli silenzi desiderabili, dove ho pianto scoprendo il finale del racconto L’ufficio in riva la mare, scritto mentre le stoviglie aspettavano nel lavandino e il pranzo si freddava nel piatto. Non sempre la scrittura segue le nostre traiettorie: alcune storie hanno una vita propria, le conosci man mano che diventano nero su bianco sotto i tuoi occhi, sotto le tue dita che pigiano i tasti. Certe storie ti prendono per mano e ti fanno scoprire quello che tu non avevi immaginato, anche se porteranno il tuo nome.

Quella è stata la casa dove ho sorriso divertita per i dialoghi di Eva, la pazza che rivela al lettore chi siano tutti i personaggi che si muovono tra le pagine di PSD. È tra quelle stanze che il terzo romanzo ha preso forma ma mai consistenza finale, e ancora oggi aspetta. In quella casa, in qualche modo, c’è stato mio padre: tra tutti i suoi vinili accatastati e quello di Buona domenica incorniciato, come a ricordarmi i pomeriggi che trascorrevamo nella mia infanzia io e lui sul divano, accanto al giradischi, ascoltando e cantando “Sotto il segno dei pesci”, lontano dagli acidi della camera oscura, quella del suo studio fotografico dove io non potevo entrare, mi era proibito, ma puntualmente mi intrufolavo. Da quanto non ho una buona domenica con mio padre?

Da quanto conosco il potere delle parole che non sempre sortiscono l’amore?

Le fotografie raccontano storie custodite in frammenti. Dietro l’obiettivo della macchina fotografica, l’occhio strizzato per meglio mettere a fuoco sembra fare l’occhiolino al caso che si dispiega lì davanti, mentre l’inquadratura si scompone e ognuno torna al proprio posto, alla propria risata, alla propria solitudine.

Quante cose insegna l’arte della fotografia?

Quante cose ho imparato senza volerlo?

Quanti anni sono passati da quando, nel lettone dei miei, ponevo le mani come mio padre mi aveva insegnato e studiavo inquadrature di geometrie astratte lanciate sul soffitto? Avevo quattro anni, avrei imparato molto dopo che non tutto quadra nel mondo degli adulti. È lì che si nasconde la poesia della vita.

Alle volte, in quella casa di quel paese non mio, tornavo dopo aver percorso un fitto intreccio di stradine e viuzze fatte per lasciarmi dietro qualcosa di me stessa che non volevo portare più con me. Inevitabilmente qualcosa restava addosso, come un profumo difficile da scordare, come l’ambra liquida e l’ebano che ancora hanno saputo tornare nei sogni degli anni a venire.

Guardo la foto arrivata sul mio cellulare senza parole nè preavviso e mi interrogo. Cosa dicevo, di cosa parlavo mentre ne sfioravo il ricordo tra le dita sospese, nell’attimo in cui l’otturatore si è chiuso e ogni cosa è stata immortalata e taciuta in quest’immagine?

A me piace pensare che quello sia l’istante in cui, anticipando i versi di una precisa poesia che avrei letto di lì a poco, stessi dicendo ai presenti che ogni città che viviamo – è irrilevante per quanto tempo – e poi abbandoniamo – qualsiasi sia il motivo – non è solo una città, non è solo quello che abbiamo vissuto: per scoprire cos’altro sia, dobbiamo ripercorrerla ancora.

E una volta sola non è sufficiente, una volta sola non sarà mai tutte le volte.

Luana Lamparelli

Ruvo, 10 Luglio 2019

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