Strade, tragitti

Luana Lamparelli – reading per la Notte Bianca della Poesia 2019

28 Giugno, ore 14:45.

Un messaggio giunge sul mio cellulare.

A distanza di qualche giorno dall’evento a cui ero presente come ospite, ricevo inaspettatamente una foto. La ricevo da un numero amico: ad averla scattata è il mio ex vicino di casa, architetto. Salutandoci, quella sera, mentre andava via, non mi aveva detto di aver scattato delle foto: la sorpresa è mista all’incredulità.

Mi sono chiesta in quale momento fosse stata scattata, di quali parole fosse stato fermato l’istante, di quale poesia stessi cercando di trasmettere il non detto e il non scritto al pubblico che lì ascoltava.

Qualche ora prima avevo ripercorso il tragitto che mi riportava a casa quando “casa” era un paese non mio. Con il cuore leggero e consapevole del tempo trascorso, delle cose cambiate, dei fallimenti e delle svolte, avevo ricalcato i percorsi che solo fino a quattro anni fa mi erano più familiari, fino a ritrovarmela davanti: la casa che ho abitato e riempito di cene, pomeriggi con le finestre aperte e il jazz e Beethoven che suonavano, notti insonni trascorse stirando, albe aspettate e vissute scrivendo perchè bisognava consegnare i lavori ma il tempo era poco, l’ispirazione sempre in ritardo, il caldo delle giornate estenuante. Qualche ora prima avevo contemplato, dopo tanto e con dolcezza, il gelsomino piantato sette anni fa in un vaso per strada, per adornare quell’angolo del centro storico che io e i miei vicini avevamo fatto nostro a nostro modo. Il gelsomino ha resistito alla mia partenza: i suoi rami si sono intensificati, hanno scavalcato la tettoia del portoncino, il primo balconcino, raggiungendo il più alto puntano dritti verso il cielo, coi fiori profumati e i sogni racchiusi nel verde delle foglie. Ho sorriso seguendone il tragitto intricato eppure naturale – e naturale sembra essere il sinonimo di imprevedibile, alle volte.

Quella è stata la casa in cui i miei libri hanno trovato sistemazione su nuovi scaffali, dove mi sono divertita a inventare gli spazi, dove sono state parcheggiate le prime pedalate in bici dopo tanto tempo. Quella è stata la casa in cui è nato Piccoli silenzi desiderabili, dove ho pianto scoprendo il finale del racconto L’ufficio in riva la mare, scritto mentre le stoviglie aspettavano nel lavandino e il pranzo si freddava nel piatto. Non sempre la scrittura segue le nostre traiettorie: alcune storie hanno una vita propria, le conosci man mano che diventano nero su bianco sotto i tuoi occhi, sotto le tue dita che pigiano i tasti. Certe storie ti prendono per mano e ti fanno scoprire quello che tu non avevi immaginato, anche se porteranno il tuo nome.

Quella è stata la casa dove ho sorriso divertita per i dialoghi di Eva, la pazza che rivela al lettore chi siano tutti i personaggi che si muovono tra le pagine di PSD. È tra quelle stanze che il terzo romanzo ha preso forma ma mai consistenza finale, e ancora oggi aspetta. In quella casa, in qualche modo, c’è stato mio padre: tra tutti i suoi vinili accatastati e quello di Buona domenica incorniciato, come a ricordarmi i pomeriggi che trascorrevamo nella mia infanzia io e lui sul divano, accanto al giradischi, ascoltando e cantando “Sotto il segno dei pesci”, lontano dagli acidi della camera oscura, quella del suo studio fotografico dove io non potevo entrare, mi era proibito, ma puntualmente mi intrufolavo. Da quanto non ho una buona domenica con mio padre?

Da quanto conosco il potere delle parole che non sempre sortiscono l’amore?

Le fotografie raccontano storie custodite in frammenti. Dietro l’obiettivo della macchina fotografica, l’occhio strizzato per meglio mettere a fuoco sembra fare l’occhiolino al caso che si dispiega lì davanti, mentre l’inquadratura si scompone e ognuno torna al proprio posto, alla propria risata, alla propria solitudine.

Quante cose insegna l’arte della fotografia?

Quante cose ho imparato senza volerlo?

Quanti anni sono passati da quando, nel lettone dei miei, ponevo le mani come mio padre mi aveva insegnato e studiavo inquadrature di geometrie astratte lanciate sul soffitto? Avevo quattro anni, avrei imparato molto dopo che non tutto quadra nel mondo degli adulti. È lì che si nasconde la poesia della vita.

Alle volte, in quella casa di quel paese non mio, tornavo dopo aver percorso un fitto intreccio di stradine e viuzze fatte per lasciarmi dietro qualcosa di me stessa che non volevo portare più con me. Inevitabilmente qualcosa restava addosso, come un profumo difficile da scordare, come l’ambra liquida e l’ebano che ancora hanno saputo tornare nei sogni degli anni a venire.

Guardo la foto arrivata sul mio cellulare senza parole nè preavviso e mi interrogo. Cosa dicevo, di cosa parlavo mentre ne sfioravo il ricordo tra le dita sospese, nell’attimo in cui l’otturatore si è chiuso e ogni cosa è stata immortalata e taciuta in quest’immagine?

A me piace pensare che quello sia l’istante in cui, anticipando i versi di una precisa poesia che avrei letto di lì a poco, stessi dicendo ai presenti che ogni città che viviamo – è irrilevante per quanto tempo – e poi abbandoniamo – qualsiasi sia il motivo – non è solo una città, non è solo quello che abbiamo vissuto: per scoprire cos’altro sia, dobbiamo ripercorrerla ancora.

E una volta sola non è sufficiente, una volta sola non sarà mai tutte le volte.

Luana Lamparelli

Ruvo, 10 Luglio 2019

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PLAYLIST DI UN POMERIGGIO ESTIVO:

Una somma di piccole cose, Niccolò Fabi

Se io fossi il giudice, Afterhours


Luana Lamparelli
Luana Lamparelli è una scrittrice pugliese. Dal 2011 a oggi molti lavori portano la sua firma. Collabora con artisti e realtà culturali diverse, è stata ospite di numerosi eventi culturali, per cui ha sempre presentato opere inedite. Tra questi vi sono: Leggo un nome: Chernobyl (2011, per le manifestazioni a favore del disarmo nucleare organizzata da associazioni nazionali sensibili al tema; successivamente è stato pubblicato anche su diverse testate giornalistiche), Faccia da trappola, esca (2013, gioco di parole a più voci con cui è stata allestita una mostra audio-visiva), Faccia da Murgia. Vita, morte, miracoli e Io amo il Castello (2013, per l’evento culturale centrato sull’arte pittorica e scultorea di artisti della Puglia “Murgia. Vita, morte, miracoli”), Io non sono un fake (2015, opera inedita scritta appositamente per l’omonimo evento). Nel 2013 ha curato la sceneggiatura della puntata Tempus fugit per la web-fiction Bishonnen, di cui è anche protagonista. Ha pubblicato due romanzi: Giardini senza tempo (2012) e Piccoli silenzi desiderabili (2014) e curato la comunicazione con la stampa per diversi eventi. Dal 2014 al 2015 ha curato la rubrica di arte, cultura e spettacolo Ars artis edita sui portali della Livenetwork (barilive.it, tranilive.it, terlizzilive.it, ruvolive.it, bitontolive.it, barlettalivve.it, andrialive.it, coratolive.it), per cui spesso ha curato articoli di cronaca. Nel 2015 è stata membro della giuria tecnica del Premio Letterario Nazionale “Corti e brevi”. Nel 2016 vanityfair.it pubblica il suo racconto a puntate #ChatRoom. Dal 2017 collabora con Versante Ripido, la fanzine di poesia in edizione cartacea e digitale. Nello stesso anno, infatti, inizia a lavorare "con più impegno e dedizione, passione e consapevolezza" alla composizione in versi, partecipando ospite a numerosi eventi ed entrando in contatto con diverse realtà a livello nazionale. Trovate tutti i suoi lavori presenti online sulla pagina "Roba da leggere" di questo blog. Refrattaria da sempre ai concorsi, forse cambierà idea.

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