Cari genitori, dove siete?

Cosa significa emozionare, emozionarsi?

Le emozioni e i sentimenti sono la stessa cosa?

E cosa vuol dire poi partecipare, o condividere?

Non intendo secondo vocabolario, o da manuale di psicologia. Vi sto chiedendo: adesso, adesso che leggete, sapreste dare una definizione per queste parole, una risposta tutta vostra? Vi soffermereste a interrogarvi sui loro significati, sulle loro implicazioni, o seguitereste a leggere la fila di vocali e consonanti fino al punto finale?

E convivere nelle stesse emozioni, convivere negli stessi sentimenti: possiamo dire che abbiano un significato preciso anche queste affermazioni del tutto mie e personali?

Fra noi umani possiamo condividere tutto tramite la parola, che consente di “mettere in comune” anche sentimenti ed emozioni. Le esperienze sono il campo di prova, un po’ per tutto se vogliamo: dalle nostre capacità e potenzialità, al nostro grado di empatia e sensibilità, di rispetto dell’altro, di attenzione e cura, di maturità e responsabilità, di condivisione. Questo grado, talvolta, può essere pari a zero, o addirittura inferiore, se dall’indifferenza passiamo al fastidio.

Sapete poi come e cosa vede un neonato?  (Permettetemi piccoli slalom apparentemente incoerenti.)

Nelle prime due settimane di vita il bambino è praticamente miope: distingue chiaramente solo quello che si trova a 20-25 cm dal proprio viso. Questo significa che, fondamentalmente, vede i volti di chi gli si avvicina. Del volto, poi, leggevo in un manuale di Psicologia dello sviluppo ai tempi dei miei studi universitari, i neonati sono particolarmente attratti dagli occhi. Perché sono lucidi, luminosi. Ai piccoli interessano le facce, gli occhi. Solo questione di sguardi? No, molto di più: attraverso il contatto visivo con i genitori, il legame e la fiducia del neonato si rafforzano, lasciando sfocato tutto il contorno affinché l’attenzione del bambino si focalizzi su ciò che davvero conta: il viso della mamma, la sua calma, il latte, l’affetto.

In questi ultimi giorni, un fatto di cronaca mi ha riportato alla mente gli anni in cui lavoravo come educatrice professionale nelle scuole elementari (la scuola primaria, ndr). In particolare, ho iniziato a rimacinare le riflessioni che facevo osservando i genitori durante le recite e i saggi dei loro figli.

Durante quelle manifestazioni di abilità e capacità, pazienza e tenacia di alunni e insegnanti, mi chiedevo come fosse possibile per i genitori essere lì e non partecipare davvero della vita di quei bambini, di quel momento in cui avevano di fronte a sé le proprie mamme e i propri papà eccezionalmente a scuola durante l’orario curriculare, non all’ora d’entrata o d’uscita come di solito. Mi chiedevo come potesse essere più importante prestare gli occhi e l’attenzione alla ripresa piuttosto che a cercare di comprendere tutti gli sforzi fatti per essere lì, in quel momento, a recitare ognuno la propria parte, a prescindere da cosa stessero “portando in scena”. Piuttosto che a incrociare lo sguardo del proprio bambino.

I bambini si guardavano intorno, ma cosa vedevano? Cellulari che nascondevano i volti dei propri genitori, ostacolo invalicabile per quel contatto visivo così importante già per un neonato. Chi cercavano quei bambini, guardando nella direzione dei propri genitori? Uno schermo scuro che schermava il volto dei propri parenti, o lo sguardo di sostegno e approvazione, di incoraggiamento?

Quali bambini stiamo educando, a cosa? “I bambini non ascoltano: i bambini guardano”, sostiene qualcuno: ci stiamo davvero occupando di quello che i bambini guardano, ovvero di quello che noi siamo, facciamo, comunichiamo, creiamo?

Dobbiamo reimparare a costruire ricordi. Che possono essere custoditi da una fotografia, magari – ma magari anche no. Perché l’emozione è così forte e ci ha rapiti così tanto che alle riprese non ci pensiamo affatto; o perché cipensiamo, ma ce ne infischiamo profondamente: conta davvero guardare con i propri occhi, con il proprio cuore e con la propria mente, non tramite un insignificante telefonino.

L’importante non è filmare, documentare, esporre: l’importante è essere e sentirsi vivi, poter raccontare da qui a cent’anni le imprese riuscite bene e quelle venute male, per sorridere delle nostre imperfezioni, per riconoscerci umani e ritrovarci più vicini, migliorare, incoraggiarci. Perché l’uomo è perfettibile, e questo per me conta più del nostro essere imperfetti.

Cosa raccontano fotografie e video più dei nostri abiti, dello spazio fisico in cui siamo, del’angolazione di ripresa? E se tutte le riproduzioni tecnologiche andassero perdute, cosa rimarrebbe? Riprendere non è vivere il momento.

Si chiama Gela il paese in cui due donne, una nonna e una zia, si sono azzuffate contendendosi il posto per le riprese migliori durante la recita di bambini d’una scuola d’infanzia, non a caso io credo: gela l’umanità, la tecnologia ha il sopravvento e noi c’impoveriamo sempre più. Quella recita, quel giorno, è saltata per aria; i bambini non hanno trovato sguardi amorevoli e incoraggianti ma spavento e preoccupazione. A Gela, come ovunque, come sempre più spesso.

Non solo non li ascoltiamo più come dovremmo, questi bambini: adesso non li guardiamo nemmeno più negli occhi. Come del resto sempre meno ci guardiamo in faccia noi, sempre meno ce le diciamo davvero le cose che pensiamo. Non ci rendiamo nemmeno conto del tempo che passa senza incontrarci: ci visualizziamo sui social, anziché incontrarci. Diventiamo followers, anziché persone. Cosa vuol dire poi persona?

A volte basterebbe uno sguardo per riconoscerci, ritrovarci, riconciliarci, sorriderci. Come per i neonati, a cui bastano quei 25 centimetri per focalizzare l’essenziale. A forza di citare il Piccolo Principe che dice “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”, abbiamo dimenticato che gli occhi sono le finestre di meraviglia a cui il cuore s’affaccia. Almeno per me, che ho sempre lavorato con i non vedenti, è così. E noi, noi che abbiamo quelle finestre, non le spalanchiamo! Ci rendiamo ciechi, abbiamo disimparato a focalizzare lo sguardo su ciò che conta davvero. In mille modi diversi.

Pensare che uno sguardo può restarti dentro, forte e vivo, a dispetto del tempo, e una fotografia scolorire in una scatola scordata.

Cosa significano le parole emozione, sentimento, emozionarsi, emozionare, partecipare, condividere?

E sbaglio io, io che sono convinta che più delle case si convive nelle emozioni, negli stati d’animo, nei sentimenti?

Luana Lamparelli

articolo pubblicato per la prima volta su Caro Diario Social, 28 Gennaio 2019

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Luana Lamparelli
LUANA LAMPARELLI - BIOGRAFIA Luana Lamparelli è un’autrice pugliese. Ha pubblicato due romanzi: Giardini senza tempo (2012) e Piccoli silenzi desiderabili (2014), in cui sono presenti numerose poesie che l’autrice presta, attraverso l’artifizio letterario, ad alcuni dei suoi protagonisti. Ha scritto racconti anche per Vanity Fair e Versante Ripido, rivista nazionale di poesia molto apprezzata in Italia e all’estero. Ha collaborato alla scrittura di una sceneggiatura per webserie e fornito contributi letterari per eventi culturali già dal 2011. Insieme ad altri poeti italiani, è coautrice di alcune sillogi, tra cui ricordiamo l’antologia di prosa e poesia civile La pacchia è strafinita, una risposta da numerose voci della poesia italiana alle dichiarazioni del Ministro degli Interni Salvini. A Giugno del 2018 ha vinto il premio Certamen Lauriferum organizzato dall’Accademia dei pensieri e delle culture del Mediterraneo nell’ambito della Notte bianca della Poesia. A Luglio dello stesso anno è stata tra i dieci finalisti del Premio Più Luce del cartellone del Festival del Vittoriale degli italiani Tener-a-mente. Dal 2014 al 2015 ha curato la rubrica di arte, cultura e spettacolo Ars artis edita sui portali della Livenetwork (barilive.it, tranilive.it, terlizzilive.it, ruvolive.it, bitontolive.it, barlettalivve.it, andrialive.it, coratolive.it), per cui ha curato anche articoli di cronaca. Il suo sito si chiama Circo Lamparelli. Nella vita di tutti i giorni è anche docente di Filosofia e Scienze Umane, educatrice specializzata in disabilità della vista e disturbi neurologici e psico-comportamentali. Tra i principali lavori di scrittura ricordiamo: Leggo un nome: Chernobyl (2011, per le manifestazioni a favore del disarmo nucleare organizzata da associazioni nazionali sensibili al tema; successivamente è stato pubblicato anche su diverse testate giornalistiche), Faccia da trappola, esca (2013, gioco di parole a più voci con cui è stata allestita una mostra audio-visiva), Faccia da Murgia. Vita, morte, miracoli e Io amo il Castello (2013, per l’evento culturale centrato sull’arte pittorica e scultorea di artisti della Puglia “Murgia. Vita, morte, miracoli”), Io non sono un fake (2015, opera inedita scritta appositamente per l’omonimo evento).

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