Parole per l’anno che verrà

Abbiamo tutti bisogno di parole: da ascoltare, da ripeterci, da ricordare e rammentarci.

Ma le parole non bastano: servono le azioni, i gesti, le attenzioni.

E sono talmente urgenti, tutte quante insieme, che servono a priori, perché solo a priori valgono, hanno effetto, salvano.

Se il presente è un dono, non c’è da rimandare: è la Vita stessa che richiede l’urgenza. Hic et nunc: qui e ora, perché quello che rimandi potrebbe non aspettarti. Tutto cambia forma, anche se certe cose non cambiano mai. Anzi, non certe cose: le persone.

Cosa davvero ci richiede la Vita? Parole che auguro a voi, verbi soprattutto: perchè dobbiamo impegnarci, rimboccarci le maniche, darci una mossa.

 

 

PAROLE PER L’ANNO CHE VERRÀ

AMARE

(Melodia consigliata per accompagnare la lettura: Ludovico Einaudi – Melodia africana III )

 

 

Il presente ci chiede soprattutto di amare.

Amare.

Questo verbo infinito, tanto infinito da essere sconfinato, a volte smisurato, smodato, troppo astratto da divenire irraggiungibile, o troppo concreto da annientare, soffocare, sbagliare, confondersi.

Amare.

Questa parola inflazionata, a volte dimenticata in un angolo, ad aspettare. Come un’auto che sta lì, per strada sotto casa, coperta di polvere e di foglie, perché tanto se non sei tu a inserire e girare la chiave, pigiare il pedale, sei sicuro non camminerà mai senza di te. E se invece ti sbagliassi?

Amare.

Questo verbo che si fa sentimento ricco di emozioni, promesse, speranze, progetti. Qualche volta delusioni, rimpianti, rimorsi. Più facilmente baci, carezze, sospiri; ma non troppo difficilmente mani pesanti, lividi.

Accade anche che definiamo “Amare” azioni e parole che non nascono da amore: siamo carenti, linguisticamente; maciniamo massi grezzi sotto i denti illudendoci di trarne fuori pietre preziose.

(Ma l’amore è un’altra cosa, mi dico.)

Amare, in fondo, è anche aggettivo qualificativo femminile plurale: ecco, molto spesso confondiamo tra il verbo e l’aggettivo. Siamo ignoranti, spesso anche ciechi e ipocriti.

Amare (il verbo, quello autentico) fa rima con donare. Perché il dono è momento di condivisione e te ne infischi delle regole che ti sei imposto.

Fa rima con ascoltare, e mi riferisco all’ascolto dei silenzi soprattutto. E se sono parole, che servano per costruire ancora, ogni giorno cose nuove, custodendo quel che già è stato fatto. L’amore non deve richiederci il compito di Penelope, questo continuo tessere e disfare e ricominciare.

Amare riecheggia in evitare: evitare di ferire l’altro, di darlo per scontato, di commettere sempre gli stessi errori. Errori che poi hanno il nome di egoismo, egocentrismo, e accidenti quanto fanno male! Se ami, sei attento a non ferire l’altro.

Amare è complicità: cercarsi con lo sguardo tra mille volti e lì trovarsi, occhi puntati negli occhi, se non è proprio possibile aversi in un abbraccio, tra mille persone. Perché se ci siamo, non si è semplicemente delle persone tra tante altre persone. Un gesto, una carezza, un bacio lieve nella confusione. Gli amanti rubano tempo al tempo, nulla è loro di ostacolo, il NOI è saldo tra la folla che disgrega. Altrimenti forse no, non è amore. Allora è altro. E non è vero che la complicità con gli anni può esser data per scontata: o c’è e si vede, o non c’è, e allora uno cerca lo sguardo che mai s’incrocerà col suo.

Amare è entusiasmo: quello che ti tira fuori dal letto perché c’è da vivere insieme, da correre incontro, da guardarsi negli occhi, e nulla può frenarti, c’è l’urgenza, non puoi farci niente, perché altrimenti manca l’ossigeno, la nostalgia tende agguati, la mancanza t’invade. C’è da correre, velocemente, e velocemente non è abbastanza.

Amare è cogliere l’attimo, perché la bellezza è una poesia leggera che in ogni istante può sfumare. E’ per questo che per gli innamorati tutto passa in secondo piano.

Amare è attendere, anche. Ma di certo non è deludere le attese altrui, perché altrimenti chiediti: chi amo davvero? L’immagine solitaria nello specchio, quella catturata per strada da un obiettivo, o le due immagini che camminano affianco riflesse nelle vetrine per le strade?

Amare è buttar via le proprie scelte radicali, se ci sono momenti da celebrare. Alle volte basta una banalità piccola per rendere grandi gli attimi e i ricordi.

Un po’ come dire: non importa la sala, ma il film che vi si proietta; non importa la destra o la sinistra, ma l’unità d’intenti, i valori, i principi.

Non importano gli altri, ma conta prima di tutto l’altro. Il passato lo lasci lì dov’è senza nemmeno pensarci. Cosa conta: chi eri o chi sei? Cosa conti: quel che hai perso o quel che hai trovato?

L’amore altrove, dice qualcuno. Altrove dove?, dico io, se non qui, se non ora, se non adesso, se non noi, se non per il tempo che riusciamo a regalarci?

In amor vince chi fugge? In amore vince chi resta? No, in amore vince chi va incontro all’altro, reciprocamente. E se non c’è reciprocità, non ne vale la pena, fidatevi.

Si vuol bene, si fa del bene: gesti piccoli, gesti grandi, gesti giusti. Gesti sempre, perchè Amore non è fatto per scusarsi delle proprie mancanze o superficialità: amore è fatto per evitarle.

Alle volte però l’amore non è affatto tutto questo.

Alle volte, poi, si ama l’altro con una misura diversa da quella che si riceve. E l’amore, come l’entusiasmo, è una torta di cento fette, dove ogni delusione, ogni attesa vana, ogni momento rimandato, ogni momento lasciato lì ad aspettare ne mangiano alcune. E se l’altro non ricolma quel piatto, se ancora rimanda?

Arriva la tristezza, quella sì che pesa.

Come un sasso.

E noi – spesso non lo sappiamo –  siamo fortunati a inciampare in quel sasso.

Perchè…

 

 
Si cade, s’inciampa
tra i sogni e le speranze
tra quello che cercavi
quello che vuoi
quello che ti è negato.
 

É allora che ti svegli:

cadendo
le ginocchia sbucciate
sanguinano:
in un lampo ricordi
d’esser vivo
e sai:
felicità
ha un altro sapore
un altro ritmo
un altro cuore.
Piangere adesso:
le ginocchia sbucciate
le lacrime salate
le guariranno.
 (A tutte le mie amiche che in questo 2016 hanno scoperto il lato difficile davvero dell’amore. Luana)

© COPYRIGHT 2016 | TUTTI I DIRITTI RISERVATI | LUANALAMPARELLI.IT

Luana Lamparelli
Luana Lamparelli è una scrittrice pugliese. Dal 2011 a oggi molti lavori portano la sua firma. Collabora con artisti e realtà culturali diverse, è stata ospite di numerosi eventi culturali, per cui ha sempre presentato opere inedite. Tra questi vi sono: Leggo un nome: Chernobyl (2011, per le manifestazioni a favore del disarmo nucleare organizzata da associazioni nazionali sensibili al tema; successivamente è stato pubblicato anche su diverse testate giornalistiche), Faccia da trappola, esca (2013, gioco di parole a più voci con cui è stata allestita una mostra audio-visiva), Faccia da Murgia. Vita, morte, miracoli e Io amo il Castello (2013, per l’evento culturale centrato sull’arte pittorica e scultorea di artisti della Puglia “Murgia. Vita, morte, miracoli”), Io non sono un fake (2015, opera inedita scritta appositamente per l’omonimo evento). Nel 2013 ha curato la sceneggiatura della puntata Tempus fugit per la web-fiction Bishonnen, di cui è anche protagonista. Ha pubblicato due romanzi: Giardini senza tempo (2012) e Piccoli silenzi desiderabili (2014) e curato la comunicazione con la stampa per diversi eventi. Dal 2014 al 2015 ha curato la rubrica di arte, cultura e spettacolo Ars artis edita sui portali della Livenetwork (barilive.it, tranilive.it, terlizzilive.it, ruvolive.it, bitontolive.it, barlettalivve.it, andrialive.it, coratolive.it), per cui spesso ha curato articoli di cronaca. Nel 2015 è stata membro della giuria tecnica del Premio Letterario Nazionale “Corti e brevi”. Nel 2016 vanityfair.it pubblica il suo racconto a puntate #ChatRoom. Dal 2017 collabora con Versante Ripido, la fanzine di poesia in edizione cartacea e digitale. Nello stesso anno, infatti, inizia a lavorare "con più impegno e dedizione, passione e consapevolezza" alla composizione in versi, partecipando ospite a numerosi eventi ed entrando in contatto con diverse realtà a livello nazionale. Trovate tutti i suoi lavori presenti online sulla pagina "Roba da leggere" di questo blog. Refrattaria da sempre ai concorsi, forse cambierà idea.

1 Comment

  1. Nasciamo soli per avere la possibilità di incontrarci. Uomini con donne, con uomini…con donne. Per cui bisognerebbe amare se stessi, unico assioma, per stillare amore a lento rilascio verso altri, ed adsorbire amore altrui a lento rilascio, in medesimo costrutto. Ma l’Amore che ci accade non lo decidiamo noi…noi siamo pronti ad accettarlo, noi siamo pronti a perderlo….noi siamo pronti a ritrovarlo.
    Un giorno, lui mi disse:”dammi la mano. Andiamo?…lo so che è dura” e mi sorrise.
    Un giorno, un fottutissimo cancro lo prese per mano, strappandola alla mia, rimasta vuota.
    Non so quale sia il lato davvero difficile dell’amore.
    So per certo che le mie ferite non erano semplici sbucciature sulle ginocchia; piuttosto immensi squarci dell’anima, ricordo, ancora caldi.
    L’Amore che ci accade non lo scegliamo….non so quale sia il lato davvero difficile e la sua definizione. Per me, non esiste….
    Eppure ora posso solo dire che, sovente mi accade di amarmi, talvolta di stillare, pronta ad adsorbire.
    Amore per la vita.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *