2 Aprile – Un’infinità di mondi differenti

Perché se penso a un colore per l’infinito viaggiare dell’uomo, non può che essere l’azzurro

(dal romanzo “Piccoli silenzi desiderabili”, 2014)

C’è una comunicazione molto più sottile, immediata, istintiva e intuitiva.

Si basa sul riconoscersi a pelle, entrare in empatia, sentire e percepire in modo differente, lasciando a margine del foglio su cui scriveremmo “io” tutto quello che ci riguarda, scrivendo soltanto “tu, noi” nel testo.
C’è una comunicazione che è fatta di sguardi che si incrociano e si riconoscono tra numerosi volti.

Un gesto avvicina o respinge, una parola ha una vibrazione molto più potente del suo significato, uno sciocco schiocco di dita scombussola un ordine preciso. Un mondo di vetro può andare in frantumi per un’eco muta.

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29 Marzo 2020 – Un bacio alla mia Ruvo

Da un paese completamente immobile, dove il silenzio racconta di mille voci in attesa, io ho solo voglia di contemplare.
Ho delle fragole tra i capelli, il disordine delle cose belle nel sorriso, la calma tra le costole.
Da qualche parte c’è una barca capovolta: un’astronave per volare.
I confini geografici li lascio alle cartine, quelle di tornasole mi raccontano di distanze nulle, d’improvviso risuonano parole in un’altra lingua. A tratti la parlo senza averla studiata mai. Da più punti del passato giungono ora daccapo alla mente: scritte in questa porzione di spazio, hanno scavalcato i cieli, raggiunto altre vette, per essere tradotte altrove da altra mano.

Ogni lingua sa alterare i sapori delle parole, un po’ come il ricordo che pare nostalgico, invece è brio di coriandoli. Così un po’ si perde quanto nel testo e nelle intenzioni è “dovuto”.

Sanno di sorrisi e lacrime, tutti tenaci però.

Le dedico alla mia Ruvo, che è la mia terra, il mio punto di partenza per tutto e il mio punto di approdo puntuale.

Da un balcone allungo sguardi che sanno volare lontano, planare meglio se li chiudo.
Ho solo voglia di contemplare del silenzio le rose.
Sanno di risate, scherzi, notti tirate fino a tardi, feste in maschera, in spiaggia, cene a tema e serate a lume di candela.
Custodiscono conversazioni sussurrate e voci sguaiate.
Ho vent’anni, ne ho trentadue, ne ho dieci, ne ho cinque, quanti ne avrò domani?
Per oggi voglio solo contemplare del silenzio le rose.

Ti mando un bacio, Ruvo.
Ti mando un bacio, mondo.
Per oggi ho voglia solo di accarezzare tutto con lo sguardo.

Luana

Pensando a tutto ciò, ho deciso di regalare poi la mia poesia “Del silenzio le rose” alla mia città d’origine, insieme ad altre parole che raccontano di un vissuto strettamente personale, io che non amo molto parlare davvero di me e di quel che di me non si sa, a dispetto di quel che si possa pensare. Ho deciso di farlo perché siamo tutti smarriti, e in questo siamo tutti uniti: dedico queste mie parole a tutti coloro che conosco o che ho solo incontrato, con la speranza che volino lontano, abbraccino e incoraggino chi attende un abbraccio, una carezza. Sempre qui, per chiunque voglia:

DEL SILENZIO LE ROSE, Luana Lamparelli

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LINGUAGGIO PUBBLICO E DEMOCRAZIA – Intervista a Gianrico Carofiglio

In questi giorni sicuramente stiamo leggendo tutti un po’ di più e siamo sempre sintonizzati per restare aggiornati in tempo reale. Mai come prima d’ora, data l’emergenza globale a cui ci inchioda il Coronavirus, il linguaggio di chi ci parla – dai medici ai politici agli scienziati agli esperti – deve essere chiaro, diretto, immediato, per poter avere una comunicazione efficace ed efficiente che raggiunga tutte le fasce della popolazione. Il linguaggio, mai come oggi, deve farsi ed essere democratico.

Questa considerazione mi ha ricordato un confronto avuto con lo scrittore Gianrico Carofiglio su un suo saggio, “Con parole precise” (Laterza, 2015) e l’intervista che ho curato per un giornale.

La ripropongo, per la prima volta in versione integrale.

Chissà, magari vi ricorda di avere un libro dell’autore che aspetta ancora, in un angolo di casa, di essere letto.

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ASTEROIDE CENTOCINQUANTADUE

Pensare al futuro, oggi. Vivere seminando per il futuro, oggi.

Abbiamo domande, paure, distanze da colmare e attese dilatate. Tutto scorre in un tempo impreciso, più che imperfetto.

Ho scritto “Asteroide Centocinquantadue” nel 2017, per un’opera collettiva sul tema del “futuro” mai pubblicata. In questi giorni difficili ho deciso di regalarlo pubblicandolo qui per la prima volta.

Ho preso questa decisione confrontandomi con l’art director Alessandro Pession. La fotografia che accompagna questo racconto è sua, scattata appositamente in questi giorni.

Questi giorni che sono di vicinanze sentite e distanze spazio-temporali: in questo siamo tutti uguali, tutti uniti.

Buona lettura.

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Complicazioni

Podcast – Luana legge Complicazioni, da Rivelazione di Vitantonio Lillo

Adesso è tutto filtrato, persino i flirt.

Soltanto dieci giorni fa, le nostre giornate erano scandite da altri ritmi, altri tempi, altre velocità; erano intrise di luoghi ampi, di sguardi e volti che s’incrociavano senza nemmeno far caso; erano dense di attese per abbracciarsi, baciarsi, ridere e guardarsi negli occhi per davvero.

I treni, le stazioni, le piazze, gli aeroporti, le strade da percorrere e quelle da conoscere, e ancora i biglietti da obliterare, il libro da ritirare, il pacco da consegnare, la spesa da fare e lo shopping per curare, piegandosi all’imperativo “accumulare, comprare, accumulare”. L’estetista, il parrucchiere, il commercialista, la fila da fare, il caffè al bar per non sbottare, la passeggiata per il corso, la corsa per non perdere la corriera, l’automobile dal meccanico, gli annunci per comprare, gli appuntamenti da fissare: con l’autosalone, il consulente, l’amministratore, l’agenzia immobiliare.

Adesso i luoghi fuori dalle nostre case sono vuoti, svuotati: soltanto la natura e la Primavera li vivono.

Nell’ultimo periodo una bestiolina invisibile ma potente, ancestrale e attuale al tempo stesso, ci sta rendendo un po’ la vita ostica. Insomma, con la sua diffusione, il Covid-19 ha iniziato a restringere i nostri spazi vitali, a segregarci nel nostro io, più che nell’intimità delle nostre case. Nessun io è grande abbastanza, senza gli altri: l’uomo è un animale sociale, insegna la Psicologia.

Avevamo l’abitudine di perderci nel tram tram del quotidiano; adesso è già un sogno.

Voglio continuare a trovare sconosciuti a cui strappare un sorriso, attaccare bottone, voltare le spalle per un’antipatia a pelle. Anche solo chiudendo gli occhi. In viaggio con la fantasia, giungendo anche a voi.

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SOGNO DI VOLARE – Intervista a Beatrice Capozza

Se la guardi dritto negli occhi mentre sorride, non sai dire quanti anni abbia: sembra una bambina che ha vissuto tanto. Occhi che brillano, voce che rivela consapevolezza, fermezza e dolcezza: sono i tratti che connotano tanto la persona quanto la personalità e le opere di Beatrice Capozza, illustratrice e pittrice coratina.

In giorni difficili come questi, in cui siamo aggrediti dalla minaccia del Covid-19, impotenti di fronte alle conseguenze della guerra in Siria per tanti bambini ed esseri umani, incapaci di frenare quello che di negativo accade nel mondo e al nostro pianeta, forse abbiamo bisogno di messaggi semplici e profondi insieme. Per questo ho deciso di parlare di Sogno di volare, il primo silent book di Beatrice Capozza, e intervistarla su questo lavoro e su altre sue opere che possiamo ammirare spaziando tra città pugliesi (Bitonto e Andria) e Riace, il centro calabrese ormai conosciuto ai più. Non solo: con l’intervista, come sempre, ho voluto “incontrare” davvero e far parlare la donna che è, che vive di emozioni e suggestioni, oltre l’artista. Come sempre, l’ultima domanda è di rito: suggerimenti per conoscere altre opere e nomi di altri artisti, tra letteratura, musica e fotografia. Perché, soprattutto in questi giorni così delicati per l’Italia, abbiamo il dovere di nutrire la cultura attraverso la strada più facile e immediata: la curiosità. Stando a casa.

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Raymond Queneau, ZAZIE NEL METRÓ

Il libro era divertentissimo, fu un romanzo di cui parlarono tutti quanti. (…) Appena arrivata a Parigi, Zazie vuole vedere la metropolitana, «il metró, il metró», ma la metropolitana è in sciopero.

Louis Malle, in un’intervista del critico cinematografico Philip French

Se dici Parigi e conosci lo scrittore francese Queneau, non puoi non pensare a Zazie, dieci anni e tutto pepe.

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LA POESIA VIVE AI MARGINI

Editoriale Novembre 2019

Colonna sonora:

Birdy, People help the people

Coldplay, In my place

Frank Sinatra, Send in the clowns

Quando ero una bambina, non avrei mai pensato di scrivere poesie, nè avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovata seduta accanto a voci autorevoli “del settore”, o a chiacchierare prima dal vivo poi per telefono col maggior poeta vivente: Magrelli, o a confrontarmi con i maggiori esponenti nazionali.

Così come non avrei mai immaginato di sentirmi chiedere da un grande uomo di cultura che lavora in un mondo di regole e disciplina, diplomazia e strategia, durante una telefonata: “Allora, raccontami di sabato. Com’è andato l’evento?”

Nel rispondergli, ho parlato a lungo, ho raccontato, contrariamente a quel che faccio di solito, ma soprattutto mi sono sorpresa quando, a chiusura del mio discorso, ho pronunciato questa considerazione del tutto personale: “La poesia vive ai margini”.

In che senso, in che modo?

Facciamo un passo indietro. Come è andato l’evento di poesia di sabato è una domanda che mi hanno rivolto in molti. Si riferisce all’evento del progetto Poesia Portale Sud, di cui si è tenuta una tappa a Bari, presso la libreria Millelibri, lo scorso sabato 19 Ottobre. Bene, è andato bene è la mia risposta serafica e vera. Ma… esiste un ma.

Un ma che mi riconduce a molte riflessioni sulla poesia e su quello che le gira intorno.

Credo che la poesia sia troppo grande per essere definita una volta per tutte, per essere inserita in schemi di riferimento, canoni estetici: diciamoci la verità, la poesia supera la metrica, oltrepassa rime e assonanze, bypassa figure retoriche e linguaggi.

Credo, personalmente credo, che la poesia non esista nemmeno tra versi e parole che i poeti (veri o presunti tali) cercano di mettere fila, non nella sequela di strofe o nelle stanze dei poemi.

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