Storie del buongiorno per genitori coraggiosi

Lucio Dalla cantava: “…ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”.

Una mia amica sosteneva: “Visti da vicino, sotto una lente d’ingrandimento, nessuno è normale”.

La psicologia insegna che il concetto di normalità non esiste in assoluto: ogni società ha elaborato la propria definizione. Diverse concezioni di “normalità”, dunque, una per ogni cultura, ognuna con un’ampia sfera di comportamenti accettati e condivisi dalla società a cui quella cultura appartiene. Sostanzialmente questo significa che quanto, secondo una cultura di riferimento, è giusto fare e quindi insegnare ai propri figli, per molte altre potrebbe non esserlo. Quello che è “normale” per gli eschimesi in termini di ospitalità, per esempio,  non è moralmente condivisibile né eticamente accettabile agli occhi di noi occidentali, quindi per noi sarebbe anormale.

Chi dei due ha ragione, dunque, tra la mia amica e Lucio Dalla?

Per rispondere, vorrei scomodare una parola che è andata tanto di moda qualche anno fa: “ribelle”. Usato al plurale femminile, abbinato a un sostantivo tanto a cuore per mamme e papà, ha segnato un’incursione editoriale che ha attratto molti genitori. L’opera a cui mi riferisco è “Storie della buona notte per bambine ribelli”, approdata in Italia nel 2017. “Cento vite di donne straordinarie” è il sottotitolo riportato in copertina. E figuriamoci se non attecchisse in terra nazionale, con tutte le mamme e i papà che vogliono figlie eccezionali!

Cosa significa “ribelle”? Erano davvero tremende e incorreggibili queste donne da bambine? Erano ingestibili, a prova di signorina Rottermeier, pestifere?

E poi per quale ragione aprire un filone letterario con questo titolo, “Storie della buona notte per bambine ribelli”? Dopo il modello della principessa, vogliamo forse inculcare alle nostre figlie che, se non si è ribelli da piccole, da grandi non si sarà donne degne di nota?

Con occhio da educatrice – e non me ne voglia nessuno – ho personalmente bocciato  questo titolo (sottolineo: il titolo, non l’opera, non il suo contenuto). Un titolo da trovata commerciale, diciamocelo. Perché il libro racconta di donne passate alla storia per il proprio talento, per il proprio impegno sociale, per la propria tenacia. Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack e molte altre sono le donne ritratte da illustratrici e autrici di cui si narrano le gesta. Donne senza dubbio intelligenti, forti, determinate, con una grande motivazione e un’irrefrenabile forza di volontà. Ma, appunto, donne. Quando bambine, nessuno sapeva cosa sarebbero diventate da grandi:  se guerriere, pioniere o casalinghe. Nessuno, nemmeno i propri genitori. I loro genitori: a mio parere, noi tutti dovremmo guardare a questi ultimi come i veri autori del successo delle proprie figlie. Perché, volenti o nolenti, hanno saputo trasmettere a queste piccole donne, inconsapevoli del proprio destino, il dono più bello che si possa fare: il coraggio di essere se stesse. L’insegnamento più grande, col più alto grado di virtù, che un genitore possa tramandare a suo figlio (bambino o bambina, naturale, adottato o in vitro che sia) è la capacità di essere sé stessi, di conoscersi, di scoprirsi e di percorrere la propria strada, tracciando il proprio cammino, inventandolo e realizzandolo passo dopo passo.

Genitori ribelli sono, per me, uomini e donne capaci di sostenere le differenze delle proprie figlie, di incoraggiarne l’unicità, di guardare ai loro tratti caratteriali distintivi come punti di forza da valorizzare. Sono stati, per me, uomini e donne capaci di non far temere ai propri figli limiti e difetti, quanto piuttosto di guardarli in faccia per affrontarli o accettarli.

E comunque “ribelle” non rende ancora bene. Lo sostituirei con rivoluzionari. Rivoluzionari sono i genitori così. Per me sono rivoluzionari tutti quei genitori che amano e sorreggono i propri pargoli per quello che realmente sono e non per quello che vorrebbero che fossero, perché è solo così che gli permetteranno di crescere sereni, di affrontare le sfide di tutti i giorni con un sentire invincibile nonostante tutto, al di là delle rese umane e momentanee. Diventeranno astronaute, dottoresse, scrittrici, casalinghe, maestre le loro figlie? Saranno contadini, ingegneri, professori, collaboratori scolastici i propri figli? Non ho le risposte sulle professioni: so solo che saranno uomini e donne coraggiosi, consapevoli, capaci di aiutare a loro volta gli altri nel trovare la propria strada. So solo che saranno donne capaci di parlare per esprimere le proprie idee e uomini capaci di sostenerle. Insieme potranno creare contesti migliori nelle nostre società.

Qualcuno potrà obiettare che, magari, non tutti i genitori delle grandi donne di cui il nostro libro di riferimento racconta sono stati così, ed effettivamente noi non sappiamo se fossero attenti o assenti nella loro vita, se fossero presenti qualitativamente o quantitativamente; io in primis non voglio nemmeno star lì a indagare e ricercare possibili risposte. Perché quello che conta, secondo me, è essere capaci di accendere una scintilla, in questi bambini; anche solo attraverso un pertugio, mostrargli un infinito di stelle e fargli capire, come dice Margherita Hack, che siamo figli delle stelle. Possiamo brillare anche noi, se desiderio, coraggio e consapevolezza ci animano.

A questo libro vorrei affiancarne un altro, che però è fuori collana: “Natural born loser”, di Oliver Phommavanh. Nel titolo di copertina c’è un’altra parola, graficamente barrata, subito dopo born: questa parola, cancellata come fosse un errore, è “leader”. Il libro? Racconta di come non è facile o immediato diventare leader, e quindi vincenti: bisogna tirar fuori il meglio di sé per scoprire, meravigliosamente, che sotto quella scorza iniziale si indossa già la tuta dell’eroe. Come fossimo tutti Superman senza mai aver allentato prima la cravatta. In fondo, diventare leader significa prima di tutto saper fare squadra, saper supportare gli altri, e chi può riuscirci meglio se non tutti quelli che hanno perso mille volte rialzandosi sempre, ogni volta con più consapevolezza e determinazione?

Per quanto riguarda la ribellione, piuttosto che usarla come etichetta per bambini e bambine, vorrei lasciarla per gli schemi, i prototipi, gli stereotipi, contro i bavagli alla voce critica ma costruttiva e per tutto ciò contro cui è giusto andare, ma sempre con dignità, rispetto, intelligenza. A tal proposito, vorrei aggiungere che rivoluzionari in modo viscerale sono tutti i genitori che amano incondizionatamente i loro bambini disabili, che non smettono mai di riporre fiducia nei propri figli pur essendo realistici. Quei genitori che hanno capito che la sfida più grande da affrontare e vincere ogni giorno è migliorare la qualità della vita dei propri figli.  Sono genitori che hanno vinto una sfida difficilissima: cancellare il genitore e il bambino che hanno desiderato e cullato per chissà quanto tempo e reinventarsi con tutto l’amore, l’energia, il coraggio e la rabbia che questo processo richiede. Se penso alle parole di Voltaire, “La più coraggiosa decisione che puoi prendere ogni giorno è di essere di buon umore”, penso a questi genitori, e la loro immagine mi incoraggia.

“…ma l’impresa eccezionale, dammi retta / è essere normale”, “nessuno è normale se visto da vicino, sotto una lente d’ingrandimento.”

Chi ha ragione dunque, Lucio Dalla o la mia amica?

Entrambi, ognuno per le giuste motivazioni.

Luana Lamparelli

articolo pubblicato per la prima volta sul blog Caro Diario Social, 8 Febbraio 2019

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Tempo di (P)revisione

Ormai parecchio tempo fa, ho letto un libro: era il 2006 e mi è sempre rimasto impresso. Sicuramente per i contenuti, le considerazioni e le informazioni, ma soprattutto per il titolo scelto da chi l’ha scritto: il famoso Premio Nobel per la Medicina del 1986. Che è donna: Rita Levi-Montalcini. Il libro, invece, è Tempo di Revisione, giunto tra le mani dei lettori dopo Tempo di mutamenti (2002) e Tempo d’azione (2004).  Parlare di tempo, in questo preciso periodo, è emblematico: siamo all’inizio del nuovo anno,  da poco si è chiuso il 2018, inevitabilmente abbiamo fatto – chi più, chi meno – un bilancio di chiusura, e provato a focalizzare obiettivi nuovi per questo 2019. Ho sempre trovato assurdo come un confine tracciato da noi stessi, in maniera del tutto astratta, in quella dimensione che chiamiamo tempo, possa determinare una diversa predisposizione del nostro spirito di fronte all’ignoto: il futuro. Che sembra ampio, ampio almeno per i prossimi dodici mesi, fino al prossimo trentuno dicembre. A tal proposito, nel 2010, scrivevo “Non c’è un inizio, non c’è una fine. C’è un istante, un attimo, in cui varchiamo la soglia di una porta che noi uomini abbiamo immaginato. Che continuamente creiamo”. Ovviamente quella porta è il Capodanno, l’attimo esatto in cui entrambe le lancette sono sull’attenti sul loro fulcro, a segnare la mezza notte, facendoci ritrovare dall’altra parte di quella soglia astrale. In un nuovo inizio.

“Ogni inizio contiene una magia/ che ci protegge e a vivere ci aiuta”, scrive Hermann Hesse nella sua poesia Gradini.

Se penso al tempo, inevitabilmente mi torna in mente il caro ingegnere prestato alla Filosofia: De Crescenzo. “Il tempo è un’emozione”, asserisce in un suo celebre film. Che, guarda caso, s’intitola 32 Dicembre: un giorno che non esiste sui calendari, ma che potremmo tranquillamente aggiungere – se solo volessimo.

Se il tempo fosse davvero solo sostanza di emozioni, allora il tempo sarebbe inevitabilmente composto di parole, piuttosto che ticchettii e lancette. Parole per indicare tutte le emozioni che ci hanno regalato i nostri sogni, ma anche  le nostre illusioni; le vittorie, le sfide, i traguardi, e pure  le rese. Parole che sono nomi propri di persone, o aggettivi per definire le esperienze. Se fosse così, il tempo vivrebbe non su quadranti, ma in scatole: scatole diverse per ciascuno di noi e gelosamente custodite nella memoria di ciascuno di noi. E allora sì che il tempo di ognuno di noi sarebbe diverso dal tempo di tutti gli altri. E se così fosse, allora anche il tempo diverrebbe emblema e paradigma dell’unicità e irripetibilità di ciascuno di noi. Avremmo ognuno una o più parole con cui chiamare un anno, anziché la serie di numeri. Chissà, forse è per questo che ogni anno, ogni primo Gennaio, stiliamo una lista di buoni propositi (e qui mi torna in mente il mio professore di matematica e fisica del liceo che puntualmente ci ripeteva: “Di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno”).

Quali buoni propositi possiamo proporci per questo nuovo anno? Vorrei suggerire una parola pacifica, che non segni una frattura con tutto quello che c’è stato prima, che invece getti un punto e ci faccia far pace (anche più in là negli anni) coi nostri errori, che ci faccia “ricalcolare il percorso”, che ci dia coraggio per riprogrammare e per superare, per imparare ad andare “oltre” i nostri stessi limiti e che allo stesso modo ci faccia sentire meno in colpa se ci fermiamo un attimo. È semplice, e molto probabilmente ora che la leggerete penserete: “Ma che banale!”. Ebbene, questa parola è “amarsi”.

Amarsi: forma riflessiva del verbo amare, ma anche “forma” reciproca. Amarsi che vuol dire curarsi, accompagnarsi, prendersi per mano, sedersi a tavolino per capire meglio cosa fare per il proprio bene. Amarsi, voce di un verbo che ognuno di noi può coniugare in un modo tutto proprio. Cosa vuol dire amarsi?  Vi siete mai soffermati a chiedervi “Come manifesto a me stesso il mio amore? In che modo sono capace di amarmi?”. E sicuramente il nostro modo di amarci oggi non è lo stesso di ieri: perché cambia così come cambiamo noi, in base alle nostre stagioni, ai nostri tempi. E torniamo alla cara parola tempo.

Rita Levi-Montalcini, in ordine cronologico, ha scritto Un universo inquieto (2001), Tempo di mutamenti (2002), Tempo d’azione (2004) e Tempo di revisione (2006). Se pensassimo a quell’universo inquieto come a noi stessi, ciascuno potrebbe ora seguire il proprio percorso di vita attraverso i tre titoli dell’autrice Premio Nobel, scoprendo com’è cambiato nelle scelte, nelle azioni, nei modi di relazionarsi con gli altri, riflettendo su come ha agito nei diversi contesti, nelle diverse situazioni, con le stesse persone o con persone diverse, rivedendo infine tutto, come facendosi un tagliando (e non necessariamente passando per un day hospital o per un chirurgo estetico). E se aggiungessimo una P davanti a “revisione”? Allora forse, oltre a chi siamo oggi, potremmo scoprire chi saremo domani, o chi vogliamo diventare. Magari, in che modo vorremo amarci di più. Che sembra una cosa banale, e invece molti non sanno nemmeno cosa significhi starsi accanto in tutti i momenti, essere presenti e fedeli a se stessi, centrati su se stessi, pronti ascoltarsi per guardare dritto, davanti a sé, con la fiducia negli occhi e il coraggio nel cuore. Amarsi per vivere al meglio ogni momento, in tutto quello che ci capita. In quest’ottica, dovremmo pensare che il tempo sia per il progresso, come le emozioni: che dovrebbero essere sempre più belle, più intense, più autentiche.

Sempre Hesse, sempre in Gradini, scrive: “Dobbiamo attraversare spazi e spazi, / senza fermare in alcun d’essi il piede, / lo spirto universal non vuol legarci, / ma su di grado in grado sollevarci”, e forse il modo per amare questo tempo è amando noi stessi.

Buon tempo per amarvi a voi!

Luana

articolo pubblicato per la prima volta sul blog Caro Diario Social, 11 Gennaio 2019

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Cari genitori, dove siete?

Cosa significa emozionare, emozionarsi?

Le emozioni e i sentimenti sono la stessa cosa?

E cosa vuol dire poi partecipare, o condividere?

Non intendo secondo vocabolario, o da manuale di psicologia. Vi sto chiedendo: adesso, adesso che leggete, sapreste dare una definizione per queste parole, una risposta tutta vostra? Vi soffermereste a interrogarvi sui loro significati, sulle loro implicazioni, o seguitereste a leggere la fila di vocali e consonanti fino al punto finale?

E convivere nelle stesse emozioni, convivere negli stessi sentimenti: possiamo dire che abbiano un significato preciso anche queste affermazioni del tutto mie e personali?

Fra noi umani possiamo condividere tutto tramite la parola, che consente di “mettere in comune” anche sentimenti ed emozioni. Le esperienze sono il campo di prova, un po’ per tutto se vogliamo: dalle nostre capacità e potenzialità, al nostro grado di empatia e sensibilità, di rispetto dell’altro, di attenzione e cura, di maturità e responsabilità, di condivisione. Questo grado, talvolta, può essere pari a zero, o addirittura inferiore, se dall’indifferenza passiamo al fastidio.

Sapete poi come e cosa vede un neonato?  (Permettetemi piccoli slalom apparentemente incoerenti.)

Nelle prime due settimane di vita il bambino è praticamente miope: distingue chiaramente solo quello che si trova a 20-25 cm dal proprio viso. Questo significa che, fondamentalmente, vede i volti di chi gli si avvicina. Del volto, poi, leggevo in un manuale di Psicologia dello sviluppo ai tempi dei miei studi universitari, i neonati sono particolarmente attratti dagli occhi. Perché sono lucidi, luminosi. Ai piccoli interessano le facce, gli occhi. Solo questione di sguardi? No, molto di più: attraverso il contatto visivo con i genitori, il legame e la fiducia del neonato si rafforzano, lasciando sfocato tutto il contorno affinché l’attenzione del bambino si focalizzi su ciò che davvero conta: il viso della mamma, la sua calma, il latte, l’affetto.

In questi ultimi giorni, un fatto di cronaca mi ha riportato alla mente gli anni in cui lavoravo come educatrice professionale nelle scuole elementari (la scuola primaria, ndr). In particolare, ho iniziato a rimacinare le riflessioni che facevo osservando i genitori durante le recite e i saggi dei loro figli.

Durante quelle manifestazioni di abilità e capacità, pazienza e tenacia di alunni e insegnanti, mi chiedevo come fosse possibile per i genitori essere lì e non partecipare davvero della vita di quei bambini, di quel momento in cui avevano di fronte a sé le proprie mamme e i propri papà eccezionalmente a scuola durante l’orario curriculare, non all’ora d’entrata o d’uscita come di solito. Mi chiedevo come potesse essere più importante prestare gli occhi e l’attenzione alla ripresa piuttosto che a cercare di comprendere tutti gli sforzi fatti per essere lì, in quel momento, a recitare ognuno la propria parte, a prescindere da cosa stessero “portando in scena”. Piuttosto che a incrociare lo sguardo del proprio bambino.

I bambini si guardavano intorno, ma cosa vedevano? Cellulari che nascondevano i volti dei propri genitori, ostacolo invalicabile per quel contatto visivo così importante già per un neonato. Chi cercavano quei bambini, guardando nella direzione dei propri genitori? Uno schermo scuro che schermava il volto dei propri parenti, o lo sguardo di sostegno e approvazione, di incoraggiamento?

Quali bambini stiamo educando, a cosa? “I bambini non ascoltano: i bambini guardano”, sostiene qualcuno: ci stiamo davvero occupando di quello che i bambini guardano, ovvero di quello che noi siamo, facciamo, comunichiamo, creiamo?

Dobbiamo reimparare a costruire ricordi. Che possono essere custoditi da una fotografia, magari – ma magari anche no. Perché l’emozione è così forte e ci ha rapiti così tanto che alle riprese non ci pensiamo affatto; o perché cipensiamo, ma ce ne infischiamo profondamente: conta davvero guardare con i propri occhi, con il proprio cuore e con la propria mente, non tramite un insignificante telefonino.

L’importante non è filmare, documentare, esporre: l’importante è essere e sentirsi vivi, poter raccontare da qui a cent’anni le imprese riuscite bene e quelle venute male, per sorridere delle nostre imperfezioni, per riconoscerci umani e ritrovarci più vicini, migliorare, incoraggiarci. Perché l’uomo è perfettibile, e questo per me conta più del nostro essere imperfetti.

Cosa raccontano fotografie e video più dei nostri abiti, dello spazio fisico in cui siamo, del’angolazione di ripresa? E se tutte le riproduzioni tecnologiche andassero perdute, cosa rimarrebbe? Riprendere non è vivere il momento.

Si chiama Gela il paese in cui due donne, una nonna e una zia, si sono azzuffate contendendosi il posto per le riprese migliori durante la recita di bambini d’una scuola d’infanzia, non a caso io credo: gela l’umanità, la tecnologia ha il sopravvento e noi c’impoveriamo sempre più. Quella recita, quel giorno, è saltata per aria; i bambini non hanno trovato sguardi amorevoli e incoraggianti ma spavento e preoccupazione. A Gela, come ovunque, come sempre più spesso.

Non solo non li ascoltiamo più come dovremmo, questi bambini: adesso non li guardiamo nemmeno più negli occhi. Come del resto sempre meno ci guardiamo in faccia noi, sempre meno ce le diciamo davvero le cose che pensiamo. Non ci rendiamo nemmeno conto del tempo che passa senza incontrarci: ci visualizziamo sui social, anziché incontrarci. Diventiamo followers, anziché persone. Cosa vuol dire poi persona?

A volte basterebbe uno sguardo per riconoscerci, ritrovarci, riconciliarci, sorriderci. Come per i neonati, a cui bastano quei 25 centimetri per focalizzare l’essenziale. A forza di citare il Piccolo Principe che dice “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”, abbiamo dimenticato che gli occhi sono le finestre di meraviglia a cui il cuore s’affaccia. Almeno per me, che ho sempre lavorato con i non vedenti, è così. E noi, noi che abbiamo quelle finestre, non le spalanchiamo! Ci rendiamo ciechi, abbiamo disimparato a focalizzare lo sguardo su ciò che conta davvero. In mille modi diversi.

Pensare che uno sguardo può restarti dentro, forte e vivo, a dispetto del tempo, e una fotografia scolorire in una scatola scordata.

Cosa significano le parole emozione, sentimento, emozionarsi, emozionare, partecipare, condividere?

E sbaglio io, io che sono convinta che più delle case si convive nelle emozioni, negli stati d’animo, nei sentimenti?

Luana Lamparelli

articolo pubblicato per la prima volta su Caro Diario Social, 28 Gennaio 2019

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Parole a coda lunga

Sono un’educatrice, “professionale” specifica la mia laurea da 110 e lode, ma sono anche una scrittrice. A tratti sono prestata all’insegnamento delle Scienze Umane, e così mi ritrovo dall’altra parte della cattedra nei panni di prof a insegnare psicologia, sociologia, antropologia, pedagogia e filosofia. Quando ce n’è bisogno, mi occupo anche di comunicazione, recensioni, critica letteraria, editing. I più mi conoscono soprattutto come autrice: scrittrice di romanzi, racconti, poesie. Qualcuno mi chiede spesso come si conciliano tra loro le mie professionalità e competenze differenti. Sorrido e rispondo: al centro di tutto c’è lo strumento più potente che abbiamo, e anche il migliore se sappiamo usarlo con  saggezza e ponderatezza: la parola.

La parola, che porta in sé i significati di comunicare, raccontare, insegnare, imparare, educare. Parole che, a loro volta, sono cariche di altri mille significati e rimandi, su più piani. In fondo, a bene guardare, tutti i miei mestieri hanno come base comune l’educare e il comunicare.

Educare deriva dal latino educere, che vuol dire tirar fuori. Contrariamente a quanto generalmente si pensi, educare qualcuno significa permettergli di “partorire” quel che davvero egli è, con le sue capacità, le sue competenze, i suoi limiti, i suoi difetti, le sue potenzialità, di conoscersi meglio. Poiché non si smette mai di crescere e cambiare, non si smette mai di “darsi alla luce”, conoscersi nelle nuove forme che di volta in volta assumiamo. L’educatore ci aiuta in ciò, ci fornisce gli strumenti necessari di volta in volta, ci accompagna nel processo di crescita e consapevolezza. Come? In primo luogo, con la comunicazione, comunicando, ovvero “mettendo in comune”. Comunicare ed educare sono strettamente connessi: ecco come si conciliano i miei mestieri, stesse facce di un’unica medaglia. E quella medaglia sono io, siamo tutti noi, anche quando non siamo “educatori professionali” ma semplicemente siamo nel mondo come genitori, insegnanti, colleghi, amici, compagni. È chiaro che ognuno di noi può educare se stesso.

In questo momento storico, comunicare ed educare sono due sfide fondamentali, urgenti direi, a cui ognuno di noi è chiamato. Questo è vero sia per la nostra vita privata sia per quella di cittadini, riguarda tutti i ruoli che ciascuno di noi ricopre; soprattutto, ci invita a riconsiderare i concetti di responsabilità e partecipazione, richiede la capacità di osservare, riflettere, rivalutare.

Nasce da queste considerazioni e da quel che osservo tramite la vita reale e i social “Parole a coda lunga”, la mia nuova rubrica pensata appositamente per Caro diario social, il blog della cooperativa Dinamica Onlus.

 “Parole a coda lunga” è un concetto proprio del digital marketing, disciplina a cui sempre più mi avvicino perché sono convinta che vada a braccetto con la sociologia e la psicologia, anzi: credo ne sia l’evoluzione 2.0. Perché anche se scriviamo attraverso interfacce e comunichiamo da remoto, quando creiamo un contenuto dobbiamo ricordare che è per le persone. Finché restiamo umani, avremo sempre a che fare con le persone.

Parole a coda lunga, come accennavo, è un’espressione propria del mondo web, anzi: è una parola del mondo web.

Fare una ricerca “a coda lunga” significa digitare sulla stringa di ricerca una frase specifica per poter ottenere il risultato più vicino alle nostre aspettative o necessità. Quindi eseguire una ricerca che non ci faccia perdere nella rete, come accade quando ne eseguiamo una digitando solo una parola o due.

È una ricerca che porta a prodotti di nicchia, direbbe qualcuno. È una strategia che ottimizza tempi, risorse (come l’attenzione) e risultati, dico io e sottolineano molti (già parecchio prima di me). Sicuramente usare parole a coda lunga significa avere ben chiaro quello che si cerca e si vuole. E di solito chi sa quel che vuole non si accontenta, è capace di mettere in discussione, criticare in maniera intelligente, di ascoltare l’altrui punti di vista per un confronto autentico. Indubbiamente, poi, usare parole a coda lunga significa cercare qualcosa che sia fuori dalla massa.

Ecco, allora, di cosa mi occuperò in questa rubrica: condividerò con voi le mie considerazione su parole  e messaggi veicolati dai più popolari mezzi di comunicazione (e popolare non è sinonimo di autorevole), con un occhio attento all’estensione, alla portata e alla pluralità di significati a cui rimanda quella parola, o quel messaggio. Alle volte saranno delle “conversazioni” un po’ complesse, ma ogni pedagogista ed educatore lo sa: abbiamo bisogno del paradigma della complessità, del suo esercizio consapevole e responsabile, soprattutto oggi.

Come educatrice e scrittrice, mi concedo il lusso di trasporre la famosa definizione “parole a coda lunga” dal mondo del digital marketing all’ambito psicologico, sociologico, letterario, e di discutere con voi su quel che (ci) accade partendo dalle parole e dai significati.

Non mi resta che darvi appuntamento alla nostra prima parola, per la prossima settimana.

Se volete, potete anche indicarmi voi stesse parole, affermazioni e messaggi ascoltati qui è là, o condividere con me le vostre riflessioni sugli articoli letti, scrivendomi a: circolamparelli@gmail.com.

Luana Lamparelli

articolo pubblicao per la prima volta sul blog Carodiario social, 14 Dicembre 2018

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La creatività di Roberto Marzano

Ritorno a condividere le piacevoli conversazioni con persone in gamba davvero.

Oggi vi presento Roberto Marzano. Chi è, ma perché, cosa fa, come mai proprio lui?

 

 

Prima di entrare nel vivo della nostra intervista, voglio rispondere al “perché”: in una società come la nostra c’è bisogno di conoscere persone come Roberto Marzano.

Roberto Marzano è nato a Genova il 7 marzo 1959 e ama definirsi poeta e narratore “senza cravatta”, chitarrista, cantautore naif e “bidello giulivo”.

Barcollando tra sentimento e visioni, verseggia di vagabondi e di prostitute, di amori folli, di ubriachi e dei quartieri ultrapopolari dov’è vissuto. Meditabondo, si arrabatta tra città arrugginite, bar chiusi, televisori diabolici, supermercati metafisici, operai, nottambuli… e oggetti inanimati ai quali dà viva voce. Un poetare pregno di originalità e dell’ironia pungente che lo ha  già contraddistinto nel campo della canzone d’autore.

Sembra uno stralcio estrapolato da una biografia fantastica, la presentazione di un personaggio-poeta nato dalla fervida immaginazione e dalla penna di uno scrittore, invece no: è la biografia di Roberto Marzano, ligure doc in carne e ossa. Ma non finisce qui. In merito alla sua passione per la musica e alla sua esperienza come musicicsta, in un probabile romanzo firmato da Fermin Romero de Torres (se fosse un autore fantasmagorico ad aver inventato Roberto Marzano, sarebbe proprio Fermin, il famoso personaggio inventato da Carlos Ruiz Zafòn nella sua tetralogia Il Cimitero dei libri dimenticati) :

Molto applaudite le sue performance tenutesi a Roma, Torino, Milano, Napoli, Bologna, Bari, Trieste,  Matera, Modena, Como, Alessandria, Crema, Sanremo, Savona e nella sua Genova: variopinti quadretti dove i versi vanno a incastrarsi nelle corde della chitarra, in un divertente e originale collage di endecasillabi, sberleffi e canzoni scoppiettanti che suscitano, volutamente, sorpresa e ilarità. Inventatosi l’improbabile casa editrice “SiFaPerFarBenEdizioni”, produce una serie di “Quadernetti Poetici” a tema, con poeti, narratori, pittori, fotografi italiani e stranieri.

I “Quadernetti Poetici” sono un progetto editoriale di straordinaria bellezza. Uniscono voci e sguardi differenti intorno a un unico tema, sviluppando così un lavoro corale, dove ogni voce resta autentica e unica nella sua singolarità, unendo e favorendo l’incontro con personalità che spaziano sia per geografia sia per specificità artistica. Non solo: da un punto di vista grafico, sono opere d’avanguardia: confrontando i volumi del design contemporaneo in materia di editoria, Marzano con le sue scelte stilistiche, le sue impaginazioni, le sue rese grafiche precorre i tempi. Lo studio minuzioso e calibrato tra testi, temi e autori è alla base della progettazione di ogni singolo quadernetto, ben diverso dagli altri; l’immaginazione vivace, l’allegria intellettuale di Roberto Marzano, la sua capacità carismatica e il suo lavoro “dietro le quinte”, la sua leadership letteraria e culturale costituiscono il fil rouge che unisce fra loro tutti i numeri.

 

  1. “Sedani mimose mandarini e rose” è il tuo nono quadernetto poetico che raccoglie componimenti di più autori: come e quando nasce l’idea che ha dato il via al primo numero?

La voglia e l’idea nascono dal piacere di dare spazio a chi fa fatica a trovarne. Anch’io ci sono passato, per cui dare la possibilità di essere pubblicati gratuitamente ad artisti di ogni tipo mi dava e mi dà immensa soddisfazione. Nei miei “quadernetti (dove convivono pacificamente dilettanti e artisti più affermati) non c’è nessuna selezione: tutti sono pubblicati aldilà del valore delle proposte che, comunque, è sempre di ottimo livello. Unico “regolamento” (che mi sembra più giusto del banale ordine alfabetico) è quello di pubblicare in ordine di arrivo dei contributi.

 

 

 

  1. Cosa è cambiato strada facendo tra la prima edizione e quest’ultima?

Di sicuro la qualità della pubblicazione. Man mano che vado avanti acquisisco sempre più capacità tecniche per impreziosire i “quadernetti poetici”. Diciamo che “per amor dell’arte” mi piace complicarmi un po’ la vita. Per cui sperimento su colori e situazioni d’impaginazione. I “quadernetti” sono piuttosto coloriti e colorati, disomogenei nella grafica, un tantino infantili, quasi naif. L’intento è quello di discostarsi dalla consueta veste di altre, pur rispettabilissime – detto senza alcuna ironia – antologie. Provo a dare una botta di vita a un ambiente talvolta rigido e ingessato, con la tendenza a prendersi troppo sul serio. Qui, di “serio”, non c’è proprio nessuno! La partecipazione è libera e a costo zero, fatta solo per amore delle arti e della loro divulgazione. Il risultato potrà anche apparire kitsch o un po’ pacchiano, ma la mia poca voglia di “serietà” deve in qualche maniera esternarsi, e i “quadernetti” vanno proprio in quella direzione.

 

 

  1. Ogni quadernetto ha un suo tema: cosa ti ispira per la proposta da fare puntualmente ogni anno ai poeti e scrittori che decidono di collaborare al tuo progetto?

Sinceramente cerco di proporre i temi più nelle mie corde, quelli che stimolano, se ce ne fosse bisogno, la mia creatività. Temi di solito non convenzionali nei quali gabbiani, tramonti e cuori infranti difficilmente trovano posto. La risposta dei partecipanti (non solo poeti ma, anche, disegnatori, pittori, fotografi, scultori e prosatori da tutta l’Italia ma non solo) è incoraggiante e in continua espansione.

 

  1. Quest’ultimo tema è brioso, colorato, profumato e ironico già nel titolo. Contiene qualche elemento autobiografico nascosto?

Ci sono e non ci sono… Nel senso che qualcosa di chiunque si può rintracciare in una mela come in un fiore. A chi non è capitato di sentirsi depresso come un cipresso o bello come una rosa? Di cadere come una pera, di farsi accarezzare dal vento desiderosi di essere sgranocchiati come un sedano o di voler aprirsi al mondo come fossimo profumati mandarini?

L’ironia è per me un vero e proprio modo di essere – sono così anche fuori dai miei versi – che per forza di cose si ripercuote nello stile poetico. Ironia per esorcizzare e dissacrare i luoghi comuni, le feste comandate, le divise sociali, ma anche gli orrori (quelli veri) che ci travolgono ogni giorno.

 

 

  1. Questo progetto ti appartiene interamente. Sei tu, infatti, che proponi il tema, che coordini i lavori, che gestisci l’editing, l’impaginazione e anche la grafica. Cosa puoi dirmi in merito al connubio che puntualmente crei tra contenuti grafici e testi?

Lavorare da soli ha indubbiamente i suoi vantaggi, come tutti gli artisti ben sanno. Cerco di dare una certa attinenza ai contenuti con i colori dei caratteri ma anche con quelli dominanti delle fotografie.

 

  1. Sei un esperto di grafica? Come nascono le tue impostazioni grafiche per ogni quadernetto poetico?

No, sono solo un praticone che si evolve man mano che aumenta l’esperienza sul campo. C’è una certa ricerca sui font che utilizzo per il nome degli artisti, assieme alla combinazione di colori diversi per ogni carattere alla ricerca di un equilibrio cromatico che renda ogni pagina assolutamente diversa dalle altre. Comunque, la cosa che mi sollazza di più è creare le copertine che cerco di realizzare più accattivanti possibile.

 

  1. Parlaci di te a ruota libera!

Sono di Genova, non sono un grafico ma graficheggio, non sono laureato in lettere ma verseggio, non ho fatto il Conservatorio ma suono, e insegno, la chitarra da svariati decenni. La fortuna di avere un lavoro sicuro fa sì che possa sbizzarrirmi liberamente, senza alcun compromesso al fine di tirarci fuori del vile denaro. Di lavoro faccio il bidello e il rapporto con i ragazzi e certi insegnanti mi dà tanta soddisfazione e nuova linfa nel mio incedere poetico, musicale e creativo in ogni senso. Ho pubblicato un romanzo, una raccolta di racconti e cinque di poesie. A settembre uscirà “Hanno ammazzato il tempo” a cura di “Il piacere di scrivere”. Mi diverto a proporre un po’ dappertutto le mie performance poetico-musicali che assomigliano parecchio ai “quadernetti”: variopinti quadretti dove versi e gag vanno a incastrarsi nelle corde della chitarra, in un divertente e originale collage di endecasillabi, sberleffi, sorprese e canzoni scoppiettanti che suscitano, volutamente, sorpresa e ilarità.

Amo la vita e i miei figli, la musica, i libri, i cani,  il cinema, i bambini, il teatro, la pittura, la fotografia che, fortunatamente, contraccambiano.

Non mi resta che suggerirvi il link per l’ultimo quadernetto pubblicato, Sedani mimose mandarini e rose, dove trovate anche un mio contributo poetico allegramente ispirato dal titolo. Vi invito a curiosare anche tra i numeri precedenti (nelle immagini che accompagnano questo articolo, ne vedete tutte le copertine): ogni numero è fruibile gratuitamente online.

 

Vi lascio con alcuni approfondimenti sulle attività promosse da Roberto Marzano, sulle sue pubblicazioni e sui premi che ha vinto, ma prima permettetemi di dire che scoprendo questa mente geniale e meravigliosa ho pensato: per i nostri ragazzi, per i nostri bambini, per i nostri studenti e per tutti noi, Roberto Marzano è un esempio grandioso, l’esempio che declina quella citazione “Prendete la vostra vita e fatene un capolavoro” in un ritratto reale e a noi vicino.

Luana Lamparelli

 

 

Roberto Marzano, qualcosa di più sul nostro autore: 

A Genova, tra il 2016 e il 2017, ha organizzato le rassegne poetiche “Binari InVersi” e “Poetando” che con grande successo hanno visto la partecipazione di artisti da tutta l’Italia. Inventatosi l’improbabile casa editrice “SiFaPerFarBenEdizioni”, produce una serie di “Quadernetti Poetici” a tema, con poeti, narratori, pittori, fotografi italiani e stranieri.

I suoi versi sono stati tradotti in spagnolo da Carlos Vitale, in francese da Cinzia Calì, in inglese da Monica Luxardo, in genovese da Bruna Pedemonte e in tedesco da Günter Melle.

Come musicista (Roberto Marzano & gli “Ugolotti” e “Small Fair Band”) si è esibito in centinaia di concerti.

 

Ha pubblicato: “Extracomunicante. Dov’è finita la poesia?”- De Ferrari (2012); “Senza Orto né Porto”- Edizioni di Cantarena – QP (2013);  “Senza Orto né Porto”- Bel-Ami Edizioni (2013); L’Ultimo Tortellino… e altre storie” (racconti) – Matisklo Edizioni (2013); “Dialoghi Scaleni” – Matisklo Edizioni (2014); “Come un Pandoro a Ferragosto” (romanzo) – Rogas Edizioni (2015); M’illumino di mensole” – Matisklo Edizioni (2016).

 

Ha vinto il Premio Nazionale“ FITEL 2002” – Roma; la III Rassegna Letteraria “Monte Zignano 2008″ – Genova; la XXI Edizione Concorso Letterario “Don Lelio Podestà 2010” – Chiavari (Ge);  la III Edizione del “Concorso Letterario Bel-Ami 2013” – Napoli; Premio Nazionale di Poesia “La Bormida al Tanaro Sposa 2014” – Mallare (Sv); Concorso “Trieste… Invito alla Poesia 2016” – Trieste; Premio letterario “L’albero di rose 2017” – Accettura (Mt); Concorso fotografico e poetico “La  Paura e la Città 2017” – Bologna.  Innumerevoli  piazzamenti, “menzioni”, “premi speciali” e “segnalazioni”.

 

Immagini di copertina dei “Quadernetti Poetici” © Roberto Marzano

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Una balena è la poesia

“UNA BALENA È LA POESIA” – LABORATORIO DI SCRITTURA POETICA

 

Giovedì 24 Maggio, così come da calendario del programma di eventi “Ruvo in poesia” organizzato dall’associazione culturale In Folio e da Circo Lamparelli con il patrocinio del Comune di Ruvo di Puglia, si terrà il laboratorio di scrittura poetica “Una balena è la poesia”, presso Palazzo Caputi Museo del Libro e Casa della Cultura di Ruvo dalle 17:00 alle 19:00.

A condurlo la sua stessa ideatrice e curatrice, la scrittrice ruvese Luana Lamparelli.

Il laboratorio “Una balena è la poesia” è un percorso che mira a far arrivare la poesia alla vita di tutti i giorni e a scoprirla nella sua semplicità, nella sua immediatezza, obiettivo molto a cuore dell’autrice, perché la poesia è espressione di un sentire preciso e acuto nella frenesia o nell’abitudine della quotidianità, come un ricordo che viene a trovarci mentre laviamo i piatti, o un lampo di meraviglia durante il solito viaggio in treno da pendolari. Per questo il laboratorio nasce pensato per chiunque, non è indirizzato solo a chi è già appassionato di poesia o avviato nella sua composizione.

Nella prima parte del laboratorio sarà proposta la visione di un cortometraggio realizzato da un noto artista dell’animazione e da un famoso pittore. Il cortometraggio non riguarda la poesia ma è stato scelto dall’autrice Lamparelli perché “metafora” della poesia stessa. Attraverso la visione di altre immagini, dipinti e fotografie, tramite la spiegazione di questo nome curioso per un laboratorio di scrittura poetica, parlerà del potere evocativo e suggestivo della parola che si fa polisemantica non solo attraverso il contesto in cui è inserita ma soprattutto tramite il dipanarsi di emozioni che riesce a creare o rievocare in chi legge, divenendo così non solo strumento dell’immagine, ma invitando l’immaginazione a soffermarsi sulle altre percezioni sensoriali o su stati d’animo. Saranno inoltre spiegati e presentati alcuni aspetti tecnici propri dello scrivere in versi, fornendo gli strumenti basilari e indispensabili, e saranno letti dei brani in prosa rappresentativi del punto di vista poetico.

Il momento finale del laboratorio sarà operativo: chi vorrà potrà dedicarsi alla composizione di una poesia collettiva, o individuale, in base alla decisione del gruppo, poiché il momento finale del laboratorio vede protagonista attivo il gruppo dei partecipanti più delle altre fasi. Chi lo desidera potrà proporre dei componimenti precedentemente elaborati, per il piacere della condivisione o per lavorarci su insieme all’autrice.

Il laboratorio di scrittura poetica è gratuito. Per iscriversi occorre inviare una mail all’indirizzo circolamparelli@gail.com oppure utilizzare l’apposito form sul sito www.luanalamparelli.it, sezione Eventi. Il corso è dedicato a un numero di quindici partecipanti. Se le iscrizioni dovessero superare il numero previsto, saranno accettate le prime quindici pervenute in ordine di tempo. Ogni mail ricevuta avrà una risposta.

*****

Luana Lamparelli, educatrice professionale, docente in Scienze Umane, scrittrice e poetessa.

Ha pubblicato due romanzi (Giardini senza tempo, 2012, e Piccoli silenzi desiderabili, 2014), diversi racconti pubblicati su riviste nazionali digitali e cartacee, come Vanity Fair e Versante Ripido.

 

Erri De Luca, La natura esposta

Il primo libro letto in questo 2018 appena iniziato è “La natura esposta” di Erri De Luca.

Il protagonista non ha nome, almeno non per il lettore. È un uomo di montagna, scultore talentuoso (a detta di una donna ora non più nella sua vita) ma riservato, senza pretese né ambizione.

Chi credi di essere, se non sei brillante e magnifico? Siamo i bambini della divinità. Far la parte degli incapaci non rende giustizia al nostro creatore. Non è giusto diminuirsi, per non disturbare gli altri intorno a noi. Siamo fatti per splendere come fanno i bambini. Dobbiamo manifestare con gratitudine i doni ricevuti. Quando tu sei brillante e magnifico, incoraggi gli altri a esserlo anche loro. (Erri De Luca, La Natura Esposta, pg. 81)

Per vivere ripara piccoli pezzi di statue rotte, lavora pezzi di legno che recupera durante escursioni e soprattutto accompagna oltre confine, passando tra i monti, tutta la gente che vuole andare altrove: gli immigrati, i clandestini. Non è il solo a farlo: altri due suoi amici di paese, il fabbro e il fornaio, hanno il suo stesso doppio lavoro. La sola differenza tra il protagonista e gli altri due è che lui restituisce i soldi quando giunti al momento del distacco, quello a partire dal quale i viaggiatori saranno al di là del confine e lui pronto a tornare indietro. Perché lo fa? Perché reputa che sia giusto così.

Quando la voce si sparge, è costretto a lasciare il villaggio di montagna. Per il suo esilio sceglie in un paese di mare, dove riceve un incarico: restaurare una statua di marmo che rappresenta il Cristo in croce ripristinandola a quel che era la reale intenzione dello scultore artefice. La statua, infatti, era originariamente nuda, ma col Concilio di Trento la Chiesa aveva fatto coprire con drappeggi tutte le parti intime scoperte.

Inizia così il vero viaggio del protagonista. Sempre abituato ad attraversare confini scalando montagne che conosce benissimo, si trova ora a scoprire e indagare le vere intenzioni dello scultore padre dell’opera affidatagli. L’espediente dell’arte, del lavoro artistico, diviene motivo di ricerca interiore, di dialogo con sé e con altre voci diverse da sé. Insieme al lavoro di restauro che procede, la vita di tutti i giorni a cui non possiamo sottrarci: perché ci viene a cercare. Come l’amore, o come la sua assenza.

Sembra quasi che De Luca abbia voluto trasporre nell’immagine dello scultore quella scrittore, creando analogie e parallelismi tra i due mestieri: ci si dedica anima e corpo a una storia non nostra, in qualche modo, da scoprire, osservare, codificare e infine completare col lavoro della scrittura, esattamente come accade allo scultore. La scultura è il risultato di un lavoro di sottrazione, come Michelangelo Buonarroti ben dichiarava; la scrittura è un lavoro di addizione: di parole, immagini da evocare, sentimenti da trasferire, in un certo senso tramandare. Non è un caso, secondo me, se il romanzo di De Luca termina esattamente quando il restauro è finito, quando la parte mancante, il sesso del Cristo (da qui il titolo dell’opera), è nuovamente parte integrante della statua. La scrittura ha scoperto l’ultima parola, che coincide con l’ultima azione dello scultore reastauratore.

Ci sono frasi bellissime, di una poesia disarmante, folgoranti perché scavano dentro di noi, fino alla parte nostra più delicata, più nascosta e segreta (quasi come l’intimità del Cristo), per accarezzarla.

L’universo mescola i suoi frammenti, niente è alieno. (Erri De Luca, La Natura Esposta, pg. 114)

(Erri De Luca, immagine dal web)

La fine del’inverno stiracchia di minuti la giornata. (Erri De Luca, La Natura Esposta, pg. 89)

 

‘Non sai perdere.’

Non rispondevo, però zitto pensavo il contrario. Lo so fare, so perdere tutto.

Adesso che non c’è, glielo dico nel buio. Avevi ragione, non so perderti. Continuo a strepitare in cuore come un pollo strozzato. Non succede due volte di essere amato con l’intesità di una missione. Non succede a molti di noi neanche una volta. (Erri De Luca, La Natura Esposta, pg. 39)

Durante il lavoro di restauro per riportare la statua alla sua originaria nudità, sottraendo il drappeggio in marmo aggiunto a posteriori, il protagonista racconta di sé. La creazione di una nuova nudità del Cristo procede di pari passo con un dialogo intimistico, una sorta di viaggio di scoperta. Con il narrarsi del protagonista, si scopre che ha perso un gemello a sei anni, ma entrambi in una certa maniera sono cresciuti insieme pur dopo la morte dell’altro. Perché possiede uno spazio anche per l’altro, chi resta. Uno spazio in cui parla, una voce che gli parla: questo continua a possedere chi ci lascia in chi resta.  E poiché tutti noi abbiamo perso qualcuno di cui però ancora sentiamo la voce, come una guida, con tutto l’amore che provava per noi, tutto questo ci avvicina ancor più al protagonista. Proprio così come la statua – con la sua storia e i suoi segreti scalfiti nel marmo – avvicina il protagonista ora al suo primo artefice, ora al Cristo, pur non essendo credente.

È primavera, ho svernato insieme a una statua. Cambiando di mano agli arnesi posso dire di avere scolpito a due mani. Abbiamo finito, le mani e io, la mano di mio fratello e la mia. La sua vita travolta prosegue in me. C’è spazio in ognuno per ospitare gli assenti.   (Erri De Luca, La natura esposta, pag.95)

In questo libro c’è l’umiltà, la parte più modesta di tutti coloro che hanno dovuto rinunciare a qualcosa di cui percepiscono l’eco tra il mare e le montagne, tra quegli spazi infiniti e sconfinati come il nostro Io più nostalgico. Così è l’immigrato musulmano esperto di Corano con cui si confronta il protagonista per conoscere meglio alcuni dettagli che, tramite il tatto, coglie sulla statua. Così sono gli immigrati, che tanto spesso svolgono lavori semplici, conducono vite isolate, eppure potrebbero insegnarci tanto, se solo anche noi fossimo umili di fronte all’ascolto, al racconto. Perché spesso provengono da storie molto più ricche del lavoro silenzioso che svolgono nella dignità della semplicità.

Di notte il mare mi metteva nostalgia di terra. (…) Non conosco nessuno senza nostalgia di un’ora e di qualcuno. Sul peschereccio di notte ne avevo così tanta da far diventare voci le onde. E rispondevo in berbero, la mia lingua d’infanzia. (Erri De Luca, La natura esposta, pgg. 96-97)

Non a caso, il protagonista riuscirà a comprendere le intenzioni dell’autore della statua grazie al confronto con tre figure differenti, tre uomini con cui dialoga in momenti distinti: un rabbino, un musulmano e il prete che lo ingaggia per l’impresa. Per dirla con Lévinas, “l‘altro è apertura all’infinito”, e questo infinito nel romanzo di De Luca si avvera autenticamente, quasi un’epifania a cui la pazienza e la dedizione approdano; coincide con la statua che ritrova la sua originalità grazie alla sinergia di più voci capaci di coesistere nonostante le differenze culturali.

C’è l’amicizia vera, insieme all’inganno e alla salvezza, in questo romanzo di De Luca. Ci sono, a parer mio, tutti gli elementi della storia del Cristo, che sono poi gli elementi dell’umanità spogliata di tutte le sue sovrastrutture. Denudata, esposta.

 

“La Natura Esposta” è per me uno di quei pochi libri che, dopo la lettura, richiedono Silenzio, quel silenzio a me tanto caro dove ogni parola brilla e si fa scintilla per altri pensieri e sentieri dentro di noi; allora restare in silenzio si fa necessario per assaporare l’intera storia fino in fondo, come merita.

Non ho amato questo libro da subito: come le migliori persone, richiede tempo per rivelarsi, per farsi conoscere nella sua unicità, per farsi amare.

Ne ho letto la prima pagina il primo Gennaio, in aereo, sorvolando l’Italia. Non è il primo viaggio che fa:  è infatti un caro ricordo del mio viaggio in Sardegna, Isola della Maddalena, durante lo scorso Giugno 2017. Adesso molte sue frasi mi accompagneranno in diversi momenti, come un’eco, avvicinandomi a luoghi solo miei e riconciliandomi col mondo. Perché molto spesso abbiamo bisogno di sapere che non siamo gli unici a osservare le stelle che splendono in cielo di notte con quello sguardo lì.

Vorrei dire grazie a Erri De Luca.

Chissà, forse un giorno glielo dirò.

 

Foto ©circolamparelli

 

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LA POESIA, ALMENO QUELLA

La poesia, questa mano più grande di me, questa bocca che parla, questo cuore che sente quando io non voglio sentire, questo occhio che guarda cose invisibili da prospettive sempre nuove e imprevedibili.
La poesia, questa bambina, voce imponente che a volte mi rende impotente dei gesti che vorrei – costringendomi a sedermi, schiena ricurva, polso che scivola su fogli non più immacolati.
La poesia – io non la volevo, ma mi tende agguati, ma la cerco, ma la amo. Non sempre mi sorprende, di rado mi commuove, più spesso mi fa storcere il naso. Ma esiste – che io lo voglia o no, è il sasso in cui sempre inciampo.

La poesia – e mi sospinge dita a girar pagine, a scrivere ancora, a cercare altrove così come a guardarmi dentro.

No, non la smetto.

(©Luana Lamparelli 2017)

Queste parole, nate come un flusso repentino su un freddo monitor, le ho poi scritte a mano. Non solo. “Cerca su internet le light novel, dagli un’occhiata”, mi ha detto un giorno qualcuno. Da quel giorno ho ripreso a disegnare. Ebbene, a queste stesse parole ho aggiunto due disegni piccoli. Ne è venuta fuori una pagina particolare del mio grande quaderno, quello che porto sempre in borsa, su cui appunto tutto, e che qualcuno ha visto steso su tavolini di bar mentre parlavo con altra gente. Eccola qui, a portata di click.

 

Oggi è il 21 Marzo, giornata mondiale della poesia. Da tempo, per questa giornata, avevo iniziato a cercare poesie. Alcune mi hanno colpita più di altre, tanto da decidere di inserirle in questa pagina, fotografate. Ho anche deciso di non limitarmi a questa giornata: aggiungerò foto di tutte le poesie che nel tempo troverò. Le caricherò man mano che quelle belle davvero – belle per me, umilmente – mi colpiranno, verranno a cercarmi, spunteranno.

Qui di seguito riporto i titoli insieme al nome degli autori dei versi che, in foto, seguono:

  1. DUE DI UNO, racconto tratto da “Inventario dei sogni” di Vitantonio Lillo.
  2. INCONTRO SOGNATO IN FORMA DI HAIKU, racconto tratto da “Inventario dei sogni” di Vitantonio Lillo.
  3. NON CI SALVEREMO, poesia tratta da “Un mondo come un clamoroso errore” di Paolo Polvani.
  4. A T., poesia tratta da “Bestiario fiorito” di Vitantonio Lillo.

 

 

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HOUSTON, LA PRIMAVERA

 

(Parte la solita musichetta mentre parlo con Houston. Oggi suona Yann Tiersen, se fate click lo sentite anche voi.)

HOUSTON, DA QUANTO TEMPO È CHE NON CI SENTIAMO?

Sì, lo so: sono io la latitante. Ma ti penso, cosa credi? Non ti scrivo, è solo questo.

Come tante mail che recito nella mia mente, tra la frenesia e l’andirivieni del quotidiano, e che sempre rimando: a un altro momento che puntualmente non arriva mai. Teresa a Parigi, lei che mi chiamava “Lulùdaimillecolori”, è forse l’unica che può vantarsi di una mia certa costanza imprecisa.

Suvvia, non fare capricci: ti scrivo oggi ch’è un giorno speciale: te ne devi rallegrare!

Ho un sacco di colori per te, profumano di primavera.

È arrivata anche quest’anno, sai?

Sì, anche quest’anno. Dopo le dimissioni di Renzi che ha preso peso. Sarà che dorme meglio, o per compensare un ego un po’ sgonfiato. Dopo la cattivissima campagna pubblicitaria della Lorenzin sulle mancate procreazioni. Cattivissima non per il messaggio di fondo (no, per quello l’aggettivo giusto è “penosa”), ma perché secondo me i grafici che l’hanno ideata si sono divertiti un sacco a fargliela così come la conosciamo noi. Insomma, i cittadini ai politici qualche torto glielo devono pur fare, o no? E poi sì… non è proprio bella questa nuova stagione per il PD, ma anche per loro è il 21 di Marzo.

Anche oggi la Primavera è scesa come petali leggeri sulle teste dei disoccupati, dei giovani disperati, dei genitori che ogni giorno si dan forza, degli anziani che non possono fare la spesa e allora frugano tra la spazzatura, “ma buttar cibo non è reato, recuperarlo dai cassonetti invece sì” fa notare giustamente un tedesco proprio figo. (No, Houston, non uso “figo” per il suo cervello. Che ovviamente apprezzo un sacco.)

Si è posata, come una mano che protegge senza farsene accorgere, sui bambini che crescono diversi gli uni dagli altri, e non lo sanno che la felicità ha lo stesso suono, nel cuore, anche se non la stessa sostanza materiale. Lo scopriranno?

È arrivata a ricoprire le terre che germoglieranno in grano dorato e su cui magari qualcuno farà un picnic; sulle sponde di spiagge, di laghi, di fiumi; tra i cieli solcati dagli aerei e gli oceani tagliati dalle navi. Tra i pesci, tra le api, tra le speranze e le illusioni.

Ha portato qualcosa di nuovo alle delusioni, forse è una promessa, perché se l’Inverno ha saputo cambiar pelle, allora pure noi riusciremo a farlo, un giorno.

Sì, Houston, è arrivata anche sui prati dei camposanti, e perdonami se non mi soffermo, ma lo sai che se una lacrima rischia di tradirmi, io la truffo facendomi buffona. Tu non vuoi mica che faccia la buffona, no? Ecco, appunto.

Houston, abbiamo un problema. Ci si scorda sempre troppo da dove si arriva, di chi si è stati, della bellezza della gentilezza, della forza dell’onestà, della brutalità dell’intelligenza. Sì, non mi sto sbagliando: l’intelligenza è brutale per chi crede di giocarci, d’ingannarci, di tradirci. Di avere il potere di ferirci. Alla fine sai come andrà? Che si ferirà con le sue stesse parole, in coerenza con quel che sostiene: “L’Universo ti restituirà tutto”. Ecco, le persone intelligenti sanno essere brutali: perché insieme a quel tutto, gli danno pure il resto, a questi truffatori. Che è una lezione di vita che non impareranno mai. Sì, Houston, la gente immatura continua tutt’oggi a non crescere. Così come i denti che spuntano nuovi ai bimbetti fanno un male cane. Solo che questi non se lo possono risparmiare, il dolore di diventar grandi; quegli altri invece sì. E si raggirano.

Houston, ma vedi che mi distrai? Quante domande che mi fai! Abbiamo tutti questi problemi, come ieri che era Inverno, anche oggi ch’è Primavera. Non posso dirti da quaggiù che li risolveremo, non posso garantirti che un futuro ti contatterò dicendoti anche io la frase originale storica che poi ti ha reso celebre seppur tradotta male. Insomma, non so se ti dirò “Abbiamo avuto un problema”, sottintendendo “ma ora è tutto risolto”. L’umanità non si risolverà mai. Manchiamo di rispetto e gentilezza, di onestà e lealtà, di schiettezza. Tutte cose che fanno rima con “freschezza”, ma anche questa Primavera soffierà leggera su panorami e paesaggi senza vedere il cambiamento che il mondo e i bambini meritano.

Non sono pessimista: è che lo tengo un poco per me, questo sogno che cullo in gran segreto. Così, magari… chissà, si avvera.

Però, Houston, non tutto è perduto.

E siccome di questo io son sicura, ho voluto cercare, nei giorni passati, per portarti la dimostrazione che è così. Non tutto è perduto. La poesia, per esempio.

Qualcuna nuova l’ho scritta, sì. Più d’una. Ma io non te ne donerò alcuna.

Nemmeno di altri, no. Ci avevo pensato, a esser sincera. Io volevo giungere a te con un mazzetto di fiori raccolti strada facendo, come quando ero bambina e da sola andavo all’asilo, non troppo distante da casa, e mia madre mi scrutava dalla finestra, e non lo so cosa pensava di me mentre io allungavo il braccio e strappavo via quelle macchie di colore dal verde cui appartenevano. Sì, me ne andavo in giro da sola, ma mica dai miei cinque anni! Ne avevo tre, la prima volta che me ne sono andata col mio triciclo. Poi sono arrivati i quattordici: in bici per la campagna, raggiungendo una mia amica, e mia madre non lo sapeva se fossi arrivata o no, allora i cellulari nemmeno potevamo sognarli!

Com’era bello il mondo, il mio paese: i bambini per strada coi palloni contro il portale della Cattedrale, piazza Castello abbacinata dal sole e vivace di grida e pallonate. Niente suonerie.

Houston, ecco: sai qual è il problema più grande? La tecnologia.

Anzi no: non è la tecnologia. Siamo noi: perché lei non ha colpa se, pur mettendo a nostra disposizione mille canali, noi non siamo capaci di far partire la telefonata o il messaggio che dovremmo, chiedere “scusa”, “come stai?”, “parliamo e ci chiariamo?”. Le strade sono mille, ma noi sappiamo solo perderci. E non da coraggiosi: no, da vigliacchi.

Houston, abbiamo un problema: l’Inverno è cambiato, s’è trasformato. Ha deciso di togliersi di dosso i vecchi panni , anche se s’era affezionato, anche se gli è costato fatica, e adesso noi lo chiamiamo Primavera. PRIMAVERA. Senti già la poesia del gelsomino, Hou’, senti, senti!

…e noi, Houston, saremo mai capaci di cambiare pelle, spogliarci delle parole dietro cui ci trinceriamo, farci nuovi, farci veri?

Houston, oggi avrei voluto portarti poesie: nuove, vecchie, mie, d’altri. D’altri soprattutto. Le ho cercate, sai? Ma poi mi son chiesta: basteranno mille o una sola poesia per alleviare tutto quello che ancora ci fa soffrire, per cancellare quello che purtroppo ricordiamo, per colmare il vuoto che sempre ci porteremo dentro?

Ho risposto. Perdonami se le mie mani sono scarne e disadorne.

Una poesia a volte non basta. È allora che ci vuole più fantasia.

E se nemmeno quella, allora il silenzio.

 

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Intervista a Paquito Catanzaro, autore di Quattro tre tre

Ormai manca poco perché il nuovo libro di Paquito Catanzaro, napoletano classe 1981, arrivi in libreria, dopo il successo del suo Quattro tre tre e di molte altre opere precedenti.

Simpatico, attento, intelligente e dinamico, l’autore Catanzaro possiede quelle caratteristiche proprie di chi scrive: la consapevolezza dei molteplici punti di vista sulla stessa realtà, l’ironia e la poesia che sempre convivono insieme. Tutto questo si ritrova nel suo libro, di cui oggi vi parlo. Ma anche nella sua biografia sulla quarta di copertina:

Paquito Catanzaro è nato a Torre del Greco nel 1981. Dopo aver vanamente provato a diventare un supereroe, ha scelto la professione di attore per realizzare il sogno di raccontare a voce alta storie, fiabe, aneddoti o fatti strani. Ha fondato nel 2011 la compagnia teatrale Parole Alate con la quale ha portato in scena numerosi spettacoli in veste di attore e regista. Ha partecipato alle antologie Storie di ordinaria residenza (Homo Scrivens 2013), Dei trenta e più modi di perdere l’ombrello (Homo Scrivens 2014) e al romanzo Forza Napoli! di Aldo Putignano (Giulio Perrone 2013). Vorrebbe completare la sua nota biografica con una frase a effetto, ma in questo momento proprio non gli viene in mente nulla.

 

QUATTRO TRE TRE è un titolo evocativo: subito pensiamo alla formazione in campo, già immaginiamo di leggere tra le pagine di primi tempi, falli, calci di rigore, arbitri che fischiano, allenatori che imprecano, tifosi che istigano e incoraggiano. Invece no.  Quattro tre tre ci dice solo che incontreremo quattro difensori, quattro centrocampisti, tre attaccanti. Non ci dice nulla però di quello che realmente la lettura ci rivelerà: storie di vita vera di colossi del calcio passati alla storia. Più quella di un allenatore e di un ragazzo che, col suo sogno, scandirà il primo tempo, l’intervallo e i minuti di recupero. Perché nella vita c’è sempre un tempo per recuperare.

Ho incontrato l’autore – alto, sorriso cordiale e accogliente, la parlata di chi non ti risparmierà nulla e la gentilezza nello sguardo – e insieme abbiamo parlato di questo libro che sa sorprendere e affascinare davvero.

Nel libro ogni racconto ci rivela aneddoti di calciatori importanti che hanno davvero fatto la storia delle squadre italiane, a partire dagli anni ’90. Pierluigi Pizzaballa, Javier Zanetti, Paolo Cannavaro, Diego Armando Maradona, David Pizarro sono solo alcuni di essi. Aneddoti minuziosi, generosamente regalati attraverso la tua opera a chi non conosce nulla di questi campioni. Quasi un libro di calcio che non parla di calcio: perché a parlare sono i calciatori stessi che ci portano nelle loro vite, per farci scoprire com’è, questa dimensione “speciale”, a piedi quasi nudi.  Come sei venuto a conoscenza di tutti questi piccoli segreti?

P.C. Fondamentalmente è stato mio padre a raccontarmeli. C’è un rituale, dietro ogni aneddoto: io, mio padre Antonio e il caffè fumante di prima mattina. Il caffè è stato il vero complice  di tanti momenti solo nostri, lui narrava e io ascoltavo rapito. Mio padre mi raccontava di quelli che erano i suoi idoli di calcio da ragazzo. Pur di ascoltare i suoi racconti, sono diventato caffeinomane! È stato lui la mia principale fonte di ispirazione. Per alcuni protagonisti, però, ho dovuto documentarmi diversamente, e lì c’è da ringraziare la mia grande curiosità e chi ha voluto assecondarla.

Il tuo libro ha una struttura particolare interna: c’è un racconto che fa da cornice, diviso in tre parti differenti e che fondamentalmente apre e chiude l’opera. Nel mezzo, ogni giocatore è la voce narrante di sé. Qualcuno parla dei suoi successi, qualcuno dei propri fallimenti, qualcuno di cosa ha significato raggiungere il traguardo di giocare in una squadra di serie A che poi è diventata nuovo punto di partenza. Come nasce l’idea di strutturare in questo modo il libro?

P.C. L’idea di partenza è stata quella di creare una sorta di album figurine letterario. Le immagini adesive sono state sostituite con dei ritratti letterari di momenti particolari, anche insoliti e fuori dal campo. Qualcuno che va dal barbiere, qualcuno che riceve una strana intervista. Vite di persone speciali che s’incrociano con le altrui quotidianità.

Vite di persone speciali che s’incrociano con le altrui quotidianità. Maradona si confessa: “Ti volterò le spalle anche stavolta. A occhi bassi, per vederti nel chiaroscuro di un tramonto. Lasciando che il vento porti via con sé queste parole, insieme a una nuvola di polvere. Ma ti prego, volgi lo sguardo altrove di fronte a queste mie parole e trattieni le lacrime, così che possa andare via senza fare troppo rumore. Lasciando indelebile il mio nome nella tua anima. Magari ci si rincontra, mia adorata Napoli”.  Qual è stato il fattore determinante che ti ha portato alla scelta dei calciatori di cui raccontare e dell’allenatore?

P.C. Ogni personaggio che si racconta nel mio libro è un calciatore comparso almeno una volta sull’album della Panini. Zeman è stato un allenatore di inizio anni ’90. L’ho sempre ammirato per essere stato un vero rivoluzionario: è stato lui a “importare” in Italia questo modulo, il quattro-tre-tre, che dispone in campo quattro difensori, tre centrocampisti e tre attaccanti. Pizzaballa apre la carrellata di voci perché è l’unico di cui la Panini non ha mai pubblicato la figurina per la raccolta. Non era in campo quando è arrivato il fotografo per ritrarre i calciatori della sua squadra. Successivamente, per i collezionisti, la fotografia è stata recuperata e la figurina stampata, ma ovviamente a tiratura limitata. Praticamente era introvabile, i bambini erano disposti a scambiare di tutto pur di averla e completare gli album, che invece conservano quel vuoto. Tutt’oggi Pizzaballa è rara più di Joe di Maggio.

“Quattro-tre-tre” però non è il tuo primo lavoro letterario. Raccontaci di te.

P.C. Ho esordito con racconti pubblicati su diverse antologie di Scout, la collana della casa editrice Homo Scrivens sempre attenta alle nuove firme. Ho pubblicato anche altri romanzi e racconti. (Vedi nota biografica) Poi ci sono gli spettacoli teatrali.

Parlare di calcio ti ha sempre entusiasmato.

P.C. Sì, decisamente. Prima del libro c’è stato uno spettacolo, portato in scena in diversi teatri: “Perché in fondo Pizzaballa vale più di Maradona”, sempre ispirato alla mitica figurina introvabile.

Il teatro, veniamo a questo capitolo. Perché tu, oltre a scrivere, reciti. Una domanda sembra quasi obbligata: ti senti più uno scrittore o ti definisci un attore?

P.C. Io dico che lunedì, mercoledì e venerdì sono un attore che scrive; martedì, giovedì e sabato, invece, uno scrittore che recita.

Quasi molteplici personalità che convivono in un unico essere, direi, considerato che ogni scrittore e ogni attore sono, in una certa misura, anche i personaggi a cui danno voce. Da grande cosa vuoi fare?

P.C. Voglio continuare a fare tutto questo, magari con una busta paga fissa a fine mese.

Chi è Dante, il protagonista di cui racconti in Quattro tre tre? In qualche modo ti rappresenta, ha connotazioni biografiche o autobiografiche?

P.C. Dante mi rappresenta molto come ragazzo, perché dal punti di vista caratteriale è un sognatore, fa della necessità di gavetta un punto di forza. Non recrimina, non si lamenta. Si rimbocca sempre le maniche, non si dà mai per vinto. È una sorta di me proiettato in chiave calcistica con tutti i sacrifici che faccio.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

P.C. Tra la fine di febbraio e l’inizio della primavera arriverà in libreria il nuovo romanzo. “Centomila copie vendute” è il titolo.

 

E noi speriamo che ne venda almeno centocinquantamila.

 

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