Di versi, mari inquieti e biciclette

INTERVISTA A PAOLO POLVANI

Con questo mese di Settembre parte anche il nuovo ciclo di interviste a personalità del mondo della cultura e dell’arte in generale. Uso il termine “nuovo” perché voglio recuperare la rubrica Ars Artis che ho ideato e curato anni addietro. Edita su diverse pagine della Livenetwork.it (una su tutte, barilive.it), ha avuto un bel seguito di lettori che tutt’oggi, quando mi conoscono casualmente, mi dicono sorpresi “Ma io leggevo la tua rubrica! Mi piaceva tanto”. È stata un’esperienza che ha portato altre cose belle, quindi ecco che ricomincio.

Ars Artis si proponeva di far conoscere al pubblico iniziative nuove e protagonisti. Scrittori, fotografi, attori, manager, musicisti si raccontavano ai lettori con la propria voce, accorciando le distanze tra chi produce arte e chi può ammirarla o fruirne. Il mio vero obiettivo è sempre stato quello di far capire che, in realtà, non esiste alcuna distanza: si produce musica, o letteratura, o cinematografia, e al tempo stesso si lavano piatti, si innaffiano piante, si compra cibo; al tempo stesso si hanno preoccupazioni, ricordi, speranze, risate. A fare la differenza, nel bene o nel male, è l’unicità della persona, la sua scintilla di brio, e anche questo appartiene a tutti, a prescindere dal mestiere che si svolge o non svolge.

Ogni mese, a partire da oggi, una voce si racconterà per scoprire la persona al di là della sua passione e del suo mestiere – che sia scrittore, fotografo, pittore, musicista, o altro. Attraverso i protagonisti delle interviste, poi, si potrà conoscere molto di più, scoprire altre voci, altri autori, alimentare la nostra curiosità di ricerca e scoperta.

Per questo primo appuntamento, non potevo che essere di parte, e non me ne vogliate.

Ho deciso infatti di intervistare Paolo Polvani, a cui sono particolarmente legata per vicende che vi racconterò nello spazio post intervista Dietro le quinte.

Paolo Polvani, classe 1951, autore di poesia, fondatore e redattore del magazine online Versante Ripido, ha uno stile delicato e incisivo. Nei suoi versi possiamo ritrovarci tutti, perché raccontano la vita che sempre incrociamo per strada, tra la frenesia e la distrazione, e su cui non ci soffermiamo mai a riflettere. Cosa sappiamo del venditore ambulante, dello spazzino, dell’uomo seduto sul molo, delle donne che vanno in bicicletta? E cosa guardiamo ma tacciamo quando contempliamo la pioggia che s’affaccia in cielo, come viviamo il semplice ascoltare, come intendono gli altri la vita che viviamo e non ci pare intensa? Cosa raccontano i sorrisi, cosa alcuni incontri che avvengono solo in sogno?

 Il mondo come un clamoroso errore, Una fame chiara, L’azzurro che bussa alle finestre: sono solo alcuni dei titoli di Polvani in cui si rivela l’identità della sua poetica. Poetica che è carezza al mondo offeso dalla sua stressa incapacità di comprendere, di guardare oltre il visibile e di entrare in relazione autentica con l’altro da sé. Poetica che è emozione di un attimo catturato fugacemente con lo sguardo, rivelazione della meraviglia con cui osserviamo il mondo e lo custodiamo gelosamente.

La poesia di Polvani sa accompagnare sempre il lettore in una nuova percezione dell’altro, di noi stessi, attraverso il suo sguardo. Leggere i suoi versi significa attraversare fenditure impercettibili ma presenti in noi, da lì giungere altrove nell’umanità, nella sensibilità, da lì scoprirci tutti vicini.

Paolo Polvani, Bambine in fuga, da Una fame chiara, Terra d’Ulivi edizioni

L.L. Dal 1998 a tutt’oggi hai pubblicato molti libri di poesia. In che modo il tuo legame con quelle opere è mutato nel tempo?

P.P. Ho sempre pensato alle mie poesie come bambini festosi, chiassosi, che passano a trovarmi, mi regalano la loro allegria, a volte tristezza, o dolore, o mi portano le loro domande, che poi metto sulla carta come parole in fila, e poi corrono via. Nel tempo mi capita di rincontrarli e a volte li trovo invecchiati, altre mantengono tutta la freschezza della gioventù. Le poesie, scritte e pubblicate, restano parenti della stessa famiglia, ma hanno la loro vita, vanno per la loro strada.

L.L. Da cosa nasce la tua esigenza poetica?

P.P. E’ una domanda che sempre mi imbarazza perché prevede una risposta imbarazzante: si tratta di un bisogno fisiologico, hai presente i cani che marcano il territorio? è la stessa necessità, non solo di fissare un momento, una situazione, ma proprio di svuotare un misterioso serbatoio, situato in un misterioso luogo del corpo e della mente, nel quale si sono accumulate tensioni, una sorta di elettricità, che hanno bisogno di essere scaricate, quindi niente di sentimentale o romantico, pura necessità fisiologica.

L.L. Quando hai realizzato che la tua attitudine espressiva privilegiata fosse la poesia? 

P.P. Ho scritto il mio primo tentativo poetico all’età di dieci anni, ho sempre avuto un rapporto privilegiato con l’immaginazione. Penso che chi scrive, ma anche chi compone musica, o dipinge, in genere chi si dedica ad attività creative e / o artistiche, si senta stretto nel proprio corpo, nella propria vita, e avverta il bisogno di vivere altre vite, di ampliare il proprio orizzonte esistenziale. Ma credo che lo stesso accada per i lettori di romanzi, per gli appassionati di cinema, esiste questa pulsione a sconfinare nelle vite degli altri. Ho sempre pensato che ognuno di noi è un condominio in cui vivono numerosi abitanti, tutti diversi, e tutti desiderano venire allo scoperto, uscire, affermare la loro presenza. Scrivere è una maniera di dar loro la parola, regalare quella visibilità cui aspirano.

L.L. Quali poeti del Novecento ti hanno affascinato maggiormente? Quali invece ti hanno ispirato?

P.P. Mi hanno affascinato e anche ispirato tanti poeti del ‘900. La scoperta della poesia è arrivata abbastanza presto. Già nei primi anni di liceo imparavo a memoria alcune poesie di Quasimodo, e anche alcune sue famose traduzioni, e mi cimentavo anch’io in tentativi di traduzione, Catullo, i lirici greci, Poi la scoperta di Garcia Lorca, di Whitman. di Neruda, di Ginsberg, un percorso molto simile a quello di tanti adolescenti vissuti a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta. E una ricerca che non si è mai conclusa. Tutti mi hanno lasciato qualcosa, tutti sono stati motivo di ispirazione.

L.L. Se un adolescente, o uno studente ventenne, volesse seguire un percorso di poeti da conoscere e approfondire per avvicinarsi alla poesia e amarla, quale percorso suggeriresti tu?

P.P. Sicuramente partirei da Saba che è un classico e ha una visione molto moderna della poesia. E proseguirei con Bertolucci per poi approdare a Caproni. Non è possibile leggere Il seme del piangere e non innamorarsi della poesia e di Caproni. Impossibile non includere Montale nell’elenco, talmente monumentale è tutto quello che ha scritto. Per sondare la profondità e la bellezza della poesia è fondamentale conoscere anche Zanzotto. Aggiungerei un’incursione nei bellissimi versi di Pagliarani e una felice digressione in quelli di Sanguineti.

L.L. Se dovessimo riconoscerti in una poesia, quale poesia sarebbe?

P.P. In genere mi riconosco in tutte le poesie che scrivo. Ma se proprio dovessi scegliere allora sceglierei Il giorno che morirò, perché dentro c’è il desiderio del gioco, c’è uno sguardo affettuoso e ironico sulle cose della vita, c’è una di quelle domande basilari che riguardano me, che riguardano tutti.

L.L. La domanda più difficile. Usa tre aggettivi che ti descrivano meglio e raccontaci cosa ami fare nella vita di tutti i giorni, di pratico, che non abbia a che fare con i libri e la scrittura. Sono due domande, lo so.

P.P. Se proprio dovessi scegliere tre aggettivi, inquieto sarebbe il primo; so bene di dare sempre l’impressione di essere una persona tranquilla, calma, e invece sono molto inquieto, come un mare agitato; e anche curioso, mi affascinano e incuriosiscono le persone, le cose, gli animali, tutto mi incuriosisce; infine attento: so di sembrare e di essere molto distratto, ma dietro l’apparente distrazione sono sempre con le antenne dritte, attento alle cose del mondo. Cosa mi piace fare? tante cose oltre la scrittura (e sua sorella la lettura!): sono stato un corridore di fondo e lo sono ancora; per onestà ho sempre aggiunto una postilla alla parola fondo:  quando partecipavo alle gare, fino a qualche anno fa, arrivavo veramente in fondo, quando quasi tutti gli altri erano arrivati; mi piace anche nuotare e andare in bicicletta, è grazie alla bici che ho scritto moltissime poesie; ma amo anche viaggiare, e i viaggi più belli sono quelli fatti a piedi, o anche in bicicletta; e poi mi piacciono moltissime altre cose, la musica, il cinema; lo studio delle lingue: attualmente sto studiando lo spagnolo, una lingua bellissima.

DIETRO LE QUINTE

Ho “incontrato” Paolo Polvani in tempi non sospetti, ovvero quando non sapevo che scrivesse. Una persona a me tanto cara voleva rintracciarlo per un confronto specifico. Era l’inizio dell’era Facebook. Lei, mia zia Teresa, non si era ancora schedata sul social diabolico, così mi sono proposta di fare da tramite. Era il 2010, Teresa mi ha poi raccontato estasiata del loro incontro e del loro confronto. Anni dopo, io stessa ho desiderato ritrovare quella chat in cui contattavo questo uomo sconosciuto, per poter parlare con lui sullo stesso argomento di mia zia Teresa, ma non ricordavo il suo nome.

Un giorno di tre anni fa, l’editore di Pietre Vive, al secolo Vitantonio Lillo, pubblica l’immagine di alcuni libri freschi di stampa. La copertina mi affascina, il titolo mi rapisce: si tratta de Il mondo come un clamoroso errore. Il Lillo mi fa il nome dell’autore, mi invita a contattarlo per alcune iniziative legate alla poesia che voglio realizzare sul territorio pugliese (ero da poco rientrata da Milano). Cerco il suo nome su Facebook, apro la chat per scrivergli un messaggio, e… magia: come per incanto, mi ritrovo davanti la vecchia conversazione in cui gli parlo del desiderio di Teresa e gli fornisco il suo numero di telefono per poterla contattare. Era lui che cercavo e non lo sapevo. Come una preghiera silenziosa, il mio desiderio era già avverato dalla serie di casi, circostanze e fenomeni che la fisica quantistica potrebbe spiegare con le sue teorie. Da allora, tra me e Paolo è nato un bel dialogo, un confronto su più piani, che è tra padre e figlia, tra uomo e donna, tra amico e amica, tra poeta e autrice.

Paolo Polvani,Supponiamo ch’io t’incontri in sogno, da Una fame chiara, Terra d’Ulivi Edizioni

Tre poesie di Paolo Polvani tratte da L’azzurro che bussa alle finestre

DONNE SOTTO TRACCIA

Ma come sottotraccia, Marina !
ma se hai passeggiato sulla testa del mondo,
se sopra i mandorli in fiore di Nagoya,
a diecimila metri, hai fatto la pipì,
nel cielo azzurro di Nairobi
ti sei lasciata scivolare in una breve parentesi
di sonno, o sotto ti scorreva il Perù,
verde e scosceso, mentre sistemavi il trucco

ma come sottotraccia se i tuoi occhi
hanno dato la scossa all’occhio liquido,
lascivo di certi emiri con la barba
più di qualsiasi sura del profeta

ma come sottotraccia, tu hai riconosciuto la bellezza
dell’India prima di qualsiasi Beatles o finto guru
o esotico turista e porti nel cuore gli struggimenti
dell’Africa, ti trascini dentro quella nuvolaglia,
quei turbamenti, quelle dolorose vertigini
che la bellezza possiede come corollario

ma come sottotraccia, io l’ho riconosciuto il lampo
di sorriso da bambina mentre nel bosco
sfilava la corsa dei cinghiali,
ti ho vista sulle salite dei sassi Simone e Simoncello
incedere dritta sui bastoni, lo zaino rosso,
sicura sulle creste dei calanchi
e il ventotto novembre chi parte per lo Yemen ?
non io, che appartengo a quella famosa stirpe
di chi rimane a terra, mentre le donne
sottotraccia come te spiccano il volo

MINUTO DICIOTTO

Aspetto il minuto diciotto della sinfonia Titano, signor
Gustav Mahler, è lì che il tumulto s’impenna,
imbizzarrisce, disarciona, è lì che l’impeto delle mani,
è lì che il corpo asseconda un vento, una furia, l’invisibile
assalto. Signor Gustav Mahler io non so dire
la bellezza. Ci sono le stagioni. Ci sono deserti
in attesa di un perdono, le infinite acque che ci restituiscono
migliori, ci sono gli esempi, le melagrane, l’azzurro del respiro,
ci sono le parole, gli scarabocchi degli uccelli, e c’è
quel minuto diciotto della sinfonia, sul quale mi piace
arrampicarmi, issarmi, sporgermi, precipitare.

POEMA ORECCHIO

Questo è l’orecchio. Vi abitarono varie sinfonie, vi si accostò
il mare, sussurrando. Alcune voci bussarono, e fu aperto.
Il canto della pioggia vi si accomodò più volte. E il sibilo del vento,
che somigliava a un pianto. Mi ci sdraio e guardo
il fiume che passa, col suo codazzo di farfalle.
C’è una sala d’attesa con le tende, una vecchia radio,
appesi alle pareti suoni, un lento miagolio, un semplice
sentimentale orecchio che attende e si protende, si arrampica, sale
di corsa le scale, trafelato scruta, fiuta le parentesi, spalanca
le braccia, tende le mani, tocca le parole, soppesa
i verbi, il fitto brulichio dei nomi, accarezza il silenzio
della neve che cade. E’ una festa della solitudine.

Paolo Polvani, Milano a metro, da Il mondo come un clamoroso errore, Pietre Vive Editore

PAOLO POLVANI – BIOGRAFIA

Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato diversi libri di poesia:

Nuvole balene, ediz. Antico mercato saraceno, Treviso 1998;

La via del pane, ediz.Oceano, Sanremo 1999;

Alfabeto delle pietre, ediz. La fenice, Senigallia, 1999;

Trasporti urbani, ediz. Altrimedia, Matera 2006;

Compagni di viaggio, ediz. Fonema, Perugia 2009;

Gli anni delle donne, e-book, edizioni del Calatino, 2012;

Un inventario della luce, ediz. Helicon 2013;

Cucine abitabili, Mreditori, 2014;

Una fame chiara, edizioni Terra d’ulivi, 2014;

Il crollo di via Canosa, e-book La Recherche;

Il mondo come un clamoroso errore, Pietre vive editore 2017;

L’azzurro che bussa alle finestre, Versante ripido 2018.

Sue poesie sono state pubblicate da numerose riviste, tra cui: Anterem, Steve, L’immaginazione, Il filo rosso, Atelier, La Vallisa, Portofranco, La corte, L’area di Broca, Le voci della luna, Offerta speciale, Quinta generazione, L’ortica; e su numerosi blog, tra cui: Carte sensibili, WSF, Fili d’aquilone, Poiein, Corrente improvvisa, La presenza di Erato, Poliscritture, La bella poesia,  Odysseo.

E’ presente in molte antologie, tra cui: Dentro il mutamento, edito dalla casa editrice Fermenti nel 2011 e in varie antologie tematiche, tra cui Il ricatto del pane, ed. CFR, Rapa nui, ed. CFr, e 100 mila poeti per il cambiamento, Albeggi editore.

Ha vinto numerosi concorsi di poesia. E’ tra i fondatori e redattori della rivista on line Versante ripido.

Intervista e testi a cura di Luana Lamparelli

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Luana Lamparelli
LUANA LAMPARELLI - BIOGRAFIA Luana Lamparelli è un’autrice pugliese. Ha pubblicato due romanzi: Giardini senza tempo (2012) e Piccoli silenzi desiderabili (2014), in cui sono presenti numerose poesie che l’autrice presta, attraverso l’artifizio letterario, ad alcuni dei suoi protagonisti. Ha scritto racconti anche per Vanity Fair e Versante Ripido, rivista nazionale di poesia molto apprezzata in Italia e all’estero. Ha collaborato alla scrittura di una sceneggiatura per webserie e fornito contributi letterari per eventi culturali già dal 2011. Insieme ad altri poeti italiani, è coautrice di alcune sillogi, tra cui ricordiamo l’antologia di prosa e poesia civile La pacchia è strafinita, una risposta da numerose voci della poesia italiana alle dichiarazioni del Ministro degli Interni Salvini. A Giugno del 2018 ha vinto il premio Certamen Lauriferum organizzato dall’Accademia dei pensieri e delle culture del Mediterraneo nell’ambito della Notte bianca della Poesia. A Luglio dello stesso anno è stata tra i dieci finalisti del Premio Più Luce del cartellone del Festival del Vittoriale degli italiani Tener-a-mente. Dal 2014 al 2015 ha curato la rubrica di arte, cultura e spettacolo Ars artis edita sui portali della Livenetwork (barilive.it, tranilive.it, terlizzilive.it, ruvolive.it, bitontolive.it, barlettalivve.it, andrialive.it, coratolive.it), per cui ha curato anche articoli di cronaca. Il suo sito si chiama Circo Lamparelli. Nella vita di tutti i giorni è anche docente di Filosofia e Scienze Umane, educatrice specializzata in disabilità della vista e disturbi neurologici e psico-comportamentali. Tra i principali lavori di scrittura ricordiamo: Leggo un nome: Chernobyl (2011, per le manifestazioni a favore del disarmo nucleare organizzata da associazioni nazionali sensibili al tema; successivamente è stato pubblicato anche su diverse testate giornalistiche), Faccia da trappola, esca (2013, gioco di parole a più voci con cui è stata allestita una mostra audio-visiva), Faccia da Murgia. Vita, morte, miracoli e Io amo il Castello (2013, per l’evento culturale centrato sull’arte pittorica e scultorea di artisti della Puglia “Murgia. Vita, morte, miracoli”), Io non sono un fake (2015, opera inedita scritta appositamente per l’omonimo evento).

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