Il progetto di tre ragazzi che hanno reso Bari set per una produzione cinematografica innovativa

Sinapsi. Il cinema nasce per strada, ma non per caso

Punto di contatto funzionale tra cellule diverse, connessione, trasmissione: sinapsi. Chimica. Solo chimica? No, non solo, non più.

C’è una nuova realtà contenuta nel nome “sinapsi” e merita la lettera maiuscola, oltre alla nostra partecipazione attiva e consapevole, come attori e come spettatori. E lo schermo cinematografico, sì, pure quello.

Sinapsi: è questo il nome di un grande progetto di cinema dal basso che giunge ora alla fase finale. La sfida è mettere in connessione tra loro persone che altrimenti non si sarebbero mai conosciute creando fra esse legami, in una città caotica e dispersiva quale Bari, e non attraverso le piazze virtuali dei social network, bensì attraverso un mezzo molto più “vecchio”, sempre affascinante e ambito: il cinema. Quasi a caso, ma non per caso. Sono queste le premesse fondanti e fondamentali di Sinapsi, che intende utilizzare l’esperienza di tutor professionisti unitamente all’esperienza di gente che nella propria vita svolge lavori lontani dai riflettori e diversi dai mestieri prettamente artistici, ma appassionata di cinema, fotografia, competente nel montaggio, nella regia, nella sceneggiatura e non.

Nasce nel 2013, quando tre giovani baresi strutturano adeguatamente un’idea iniziale in un progetto che presentano a Principi attivi. Vincenzo Ardito, Ilaria Schino e Andrea Sgobba: nella vita si sono incontrati benché si occupassero di tutt’altro. Vincenzo Ardito ha una vita professionale che si divide tra regia e laboratori cinematografici, oltre ad essere attore; Ilaria Schino è un’educatrice; Andrea Sgobba si occupa di promozione eventi e spettacoli.

Il progetto, presentato a Principi Attivi, si articola in tre diverse fasi: scendere in strada con un vero e proprio tour per far conoscere i propri intenti e trovare candidature è il primo step, a cui seguono selezione e start up per il lavoro più impegnativo e importante: scrivere la sceneggiatura di un film e realizzarlo. Tutto “da soli”, Niente professionisti, niente grandi produzioni o cast cinematografici.

È il 7 Marzo 2013 quando giunge la risposta da Spiriti Bollenti: il finanziamento c’è, Sinapsi diventa realtà.

Il successivo 28 Settembre, lo start up.

Un lancio importante, strumenti diversi per sensibilizzare la gente di tutti i giorni, informarla e far conoscere il progetto. Si cercano candidature, ne arrivano oltre duecento. A raffiche, interviste agli aspiranti protagonisti del film in tutte le sue fasi, colloqui e selezione. Il criterio di selezione utilizzato è semplice ma fondamentale: il desiderio di mettersi davvero in gioco con una motivazione strettamente personale, unitamente alla voglia di novità. Sessanta è il numero vincente: sessanta persone incontrate per strada entrano a far parte del progetto, iniziano a lavorare.

Sessanta persone che non si conoscono, con una vita che procedeva distante da simili progetti o ambizioni. Fanno tutti sul serio. Saranno loro i protagonisti attivi dello step successivo: divisi in diversi gruppi, lavoreranno su diversi fronti per inventare la storia da raccontare, buttar giù la sceneggiatura, mettere su il set, erigere la produzione cinematografica tutta.

Si incontrano dopo il lavoro, dalle 18.00 alle 20.00: il banchiere, il poliziotto, la casalinga, lo studente, il disoccupato. I fuori sede ritardano il regolare appuntamento col treno per tornare a casa, la Mediateca regionale e L’officina degli esordi –due importanti contenitori culturali attivi per la città di Bari- offrono i loro spazi a Sinapsi per poter lavorare in ambienti congeniali e confortevoli.

Siamo ormai a Maggio, un mese delicato per il progetto: è la parte finale del lavoro, la più pressante, come per tutti i progetti artistici.

Ho incontrato personalmente Andrea Sgobba, a Bari, per farmi raccontare questa bella esperienza. Con lui, Martina Melilli, filmaker e artista visivo unitasi alla squadra originaria in un secondo momento. È lei, Martina, a realizzare e curare i filmati che testimoniano le diverse fasi di realizzazione attraverso le voci dei partecipanti: un vero e proprio “dietro le quinte” del percorso maturato sino ad oggi che racconta e mostra come si è lavorato, come si sta lavorando, come è nata la storia che poi vedremo sugli schermi, come la sua sceneggiatura, come la sua fotografia e le sue riprese, o la preparazione per le singole scene.

“Si tratterà di una vera e propria web serie sul dietro le quinte”, mi racconta Martina.

Chiunque potrà seguire l’operato e l’evolversi di questo meraviglioso viaggio chiamato Sinapsi direttamente sul sito, www.sinapsi.it, dove da qualche giorno si può vedere il primo “episodio” di questa realtà. Un ritratto dal vero, quasi, considerando i tagli e il montaggio.

Conversando con Andrea e Martina scopro molte curiosità, come quella dei tweet, ovvero 140 caratteri per dare il proprio contributo all’incipit dell’opera, alcune storie nella storia sui diversi candidati e aspiranti a Sinapsi, o la soddisfazione di vedere il gruppo di lavoro stringere relazioni di amicizia al di là del progetto stesso.

Come mi racconta Andrea Sgobba, un obbiettivo intermedio del progetto era esattamente quello di   costruire relazioni attraverso il mezzo filmico che andassero al di là del progetto stesso. “Un obbiettivo fortemente raggiunto”, mi dice, “tanto che alle volte siamo noi ideatori che dobbiamo frenare le proposte di incontrarsi anche al di fuori delle fasi progettuali.”

Quello che mi affascina particolarmente è la capillarità del progetto, peculiarità indubbiamente prevista sin da subito: essendo un progetto che si fonda anche sul crowdfunding, chiunque può contribuire economicamente in qualsiasi momento e ognuno vedrà riconosciuto il proprio impegno: chi potrà vedere il film in anteprima, chi potrà partecipare a una festa che si terrà davvero e durante la quale saranno girate delle riprese per il film, chi potrà ritrovarsi nel film come comparsa, o nei titoli di coda tra i ringraziamenti.

Ho chiesto ad Andrea Sgobba qualche anticipazione sul film.

“Per ora il film ha un titolo provvisorio”, racconta Andrea. “Al suo interno vi sono tre storie. La prima narra di una coppia che si sgretola perché lui decide di trasferirsi al nord come ricercatore di un’azienda. La seconda racconta di un protagonista che, dopo 12 anni, torna al Sud, al suo paese d’origine, per realizzare il sogno di una vita: un bar; sarà una decisione legata a ricordi molto importanti che lo spettatore scoprirà man mano che le storie si riveleranno. Infine, la terza storia si incentra su una madre e sul rapporto simbiotico col figlio più piccolo, all’ultimo anno di scuola media superiore, col desiderio segreto di diventare fumettista. Storie senza nessun punto di contatto tra loro, inizialmente: nessuno dei protagonisti conosce gli altri, eppure a un certo punto le loro vite si intrecceranno. Sarà interessante scoprire come e quali dinamiche ne nasceranno.”

Bello è anche ascoltare i racconti su alcuni aneddoti. “È stato simpatico ricevere il post di qualcuno che voleva corromperci con le orecchiette fatte in casa dalla nonna, Prendete me e ve ne faccio fare tante!, ci ha scritto una volta un tizio. Questo dimostra come essere nella macchina creativa costituisca ancora una fortissima attrazione. Ci ha fatto piacere constatare come ognuno abbia deciso di dare il proprio contributo ridimensionando il proprio narcisismo e il proprio orgoglio. Molti sono i cinefili preparati e competenti, ma nessuno di loro si è imposto per occuparsi della regia o della fotografia, ognuno ha lavorato per tutto quello che c’era da fare e curare”, continua Andrea.

Per quel che mi riguarda, Sinapsi si pone nel nostro contesto storico e contingente come un esempio eclatante di cittadinanza attiva e sensibilizzazione alla sensibilizzazione verso tutti, oltre che essere un contenitore per imparare qualcosa e mettersi in discussione, imparare a collaborare e lavorare in gruppo. Sensibilizzazione alla sensibilizzazione: un gioco di parole? No, di più, molto di più. Perché, quando ci sono persone che lavorano con serietà e umiltà, qualunque associazione di parole che possa sembrare gioco sarà in realtà il significante di contenuti altri, certamente grandi e importanti, a partire dai valori che chiama in causa e dai legami che crea. Come vere sinapsi, in questo caso.

Sinapsi: la sinergia dinamica di chi vuol collaborare per realizzare qualcosa di più grande, quasi un’apertura delle monadi che siamo nei tempi odierni. Come non aspettare di vederli sul grande schermo?

© Luana Lamparelli 2014

Intervista pubblicata il 2 Maggio 2014 nella rubrica “Ars Artis”. Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it

Un regista e una pittrice contro la violenza sulle donne. Chapeau

Il flashmob realizzato a Ruvo di Puglia contro il femminicidio e lo stalking. Denuncia e arte insieme

Youtube, un video, un personaggio già conosciuto nel mondo delle webserie: il protagonista di Bishonnen. Ma non è un nuovo episodio della celebre fiction del regista ruvese Michele Pinto: è un  flashmob contro la violenza sulle donne. Una processione di donne per le vie del mio paese d’origine, il protagonista e quaranta donne, tutti col volto coperto da una maschera. Silenzio. Persone presenti casualmente sulla scena che diventano spettatori e attori inconsapevoli, le stradine si snodano per il centro storico fino a giungere alla piazza del Paese. Un urlo. Una frase che prende possesso della scena. Due firme inconfondibili, la commozione e l’emozione a fine visualizzazione. Michele Pinto e Daniela Raffaele, insieme per questo nuovo lavoro di interesse sociale e culturale, oltre che di sensibilizzazione.

Qualche giorno dopo, sono con Michele Pinto nella galleria di Daniela Raffaele.Daniela Raffaele, pittrice e artista ruvese, in questo periodo della sua vita professionale e privata sta sperimentando e conoscendo una nuova fase: quella che l’ha indotta a divenire performer. “Perché voglio mettermi in gioco in modo totalitario nel fare arte, voglio che tutta la mia persona, ogni parte di me e del mio corpo divengano espressione d’arte, strumento per rappresentare e raccontare, non solo attraverso le capacità, le competenze e l’intelletto”, mi spiega lei.
Sedute comodamente, le chiedo di raccontarmi del flashmob. Quello che mi impressiona molto –e postivamente- è il fatto che non comincia raccontandomi del progetto, ma parlandomi delle emozioni che cercava, che voleva ottenere per restituirle agli altri.“L’urlo, io volevo sentire l’urlo”, mi dichiara subito. È con queste parole che inizia a raccontare. “Non l’urlo dell’unghia spezzata: quello di frustrazione, ribellione, liberazione.” Nel dirlo, Daniela Raffaele ha una luce particolare negli occhi, propria di chi ha ottenuto quello che voleva ottenere per poter dire davvero “ci sono riuscita” senza che siano altri a confermarlo o riconoscerlo. Nel suo sguardo ha energia, traspare chiaramente la forza dell’animo di chi non si arrende e combatte, felice di farlo e di sfidarsi sempre.

A monte del lavoro finale, non ci sono prove, né il flashmob è stato ripetuto più volte per poter selezionare le scene migliori. Ruvo non è diventata un set cinematografico: è stata la scena e insieme la spettatrice stupita e presa in contropiede di una performance inedita e senza eguali.
Daniela Raffaele ha spiegato alle donne cosa voleva che facessero, come dovesse svolgersi la scena, quale successione di azioni e quale sequenza di immagini avrebbero dovuto esserci e quali fossero i messaggi che tramite esse intendeva veicolare.

“Io stessa sono rimasta molto meravigliata dal risultato finale ottenuto. Non avendo avuto prove, temevo che qualche donna non riuscisse a lasciarsi davvero cadere a terra, che qualcuna rimanesse in piedi, o che il silenzio non potesse essere così intenso come invece l’avevo immaginato io nel momento in cui ho concepito l’idea e il soggetto. E poi l’urlo: anche per quello nessuna prova, non pensavo che potesse essere talmente potente e carico del significato che io gli attribuivo nella mia mente. Un conto è immaginarle, le cose; un altro è farle e vedere che riescono esattamente come le si è immaginate”, continua a raccontarmi l’artista performer.

A dare il proprio contributo alla realizzazione del flashmob, sia sulla scena, sia nella fase di preparazione, gli studenti del liceo linguistico Guido D’Arezzo di Ruvo di Puglia e quaranta donne di età compresa tra i quindici e i quarant’anni, tra cui alcune allieve delle scuole di danza Dancing Queen e Micheal Jackson A.S.D. Il maestro di danza di quest’ultima, Valerio Gattulli, ha poi vestito i panni dello stalker. Lo stesso slogan Giù le mani dalle donne è stato scelto all’unanimità dagli alunni del liceo linguistico Guido D’arezzo: fra tre frasi scritte su una lavagna, nessuna esitazione. A dipingere la scritta, poi, solo alunni, a lavorare lì per le loro compagne.

Un’idea, quindi, quella del flashmob, che ha coinvolto una pluralità di soggetti differenti e ha realizzato un dinamismo di energie e collaborazioni, partendo semplicemente dalla volontà di realizzare una performance mettendosi in gioco totalmente e in una nuova forma, quella di performer appunto, una veste che apparirà nuova e inaspettata per chi l’ha sempre conosciuta come pittrice. Ho chiesto a Daniela Raffaele il perché di questa nuova identità.

“Il dare mi fa stare bene”, mi spiega. “Sono stata letteralmente rapita dalla bellezza della frase Ho un dono e ve lo dono, è un messaggio forte e sublime insieme. C’è molta superficialità, se ci guardiamo intorno, a dispetto dell’immagine sociale che vogliamo dare. Per questo ho deciso di mettere l’arte, la mia arte, a disposizione di tutti per denunciare le brutture che ci circondano. È un percorso che mi fa bene e fa bene. Divenendo una performer, non rinnego affatto quello che sono stata fino ad oggi: nasco come Clitorosso e rimarrò sempre Daniela Raffaele Clitorosso. Però ora voglio utilizzare la mia arte per smuovere canali interiori che ci animano dentro, voglio sviscerare nodi che tutti quanti abbiamo. Ognuno ha bisogno di guardarsi dentro, di conoscersi, di prendere forza dentro di sé e andare oltre fino a liberarsi dei lividi dell’animo, delle frustrazioni accumulate nel tempo, delle sofferenze,  per rinascere finalmente a vita nuova.”

Il suo racconto procede spedito, i risvolti di questa decisione si evincono pienamente nel lavoro realizzato. Oltre al suo animo, grazie al suo esporsi, anche altri iniziano a muoversi e smuoversi: è ciò che si deduce quando mi racconta del coinvolgimento emotivo delle donne partecipanti. Molte le hanno dichiarato di essersi immedesimate molto nel ruolo che lei ricopriva, ovvero l’oggetto delle attenzioni e delle violenze dello stalker, immagine rappresentativa dell’uomo che intende controllare e dominare la donna, sottomettendola, abusandone e usandole violenza. Molte di loro, poi, soprattutto le più giovani, le hanno persino confidato di aver vissuto le sue emozioni portate in scena con intensità impressionante. Questo perché loro tutte si sentivano chiamate in causa: direttamente o indirettamente, avevano fatto esperienza di maltrattamenti fisici o psicologici  da parte degli uomini sulle donna, perché gli era sfortunatamente capitato, o perché capitato a una loro amica, a una conoscente. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che la solidarietà tra donne nasce dal coraggio della condivisione e si manifesta tramite la sintonia, elementi fondamentali che hanno permesso alla performance un risultato ottimo sin dalla prima battuta. La resa scenica di tutto ciò, della denuncia così come della solidarietà femminile e del reciproco sostegno psicologico, è data dalla stretta di mano delle donne, il loro farsi cerchio che si restringe sempre più attorno allo stalker che esercita la propria violenza sulla donna mascherata, Daniela appunto, dopo che lei ha emesso l’urlo struggente eppure necessario perché qualcosa cambiasse.

La stessa maschera che indossano tutte simboleggia l’essere unite e uguali, indistinte di fronte all’orrore che riguarda alcune ma ci vede tutte coinvolte come identità di genere e identità sociale. L’idea nasce da Daniela Clitorosso Raffaele e coinvolge Michele Pinto, regista di Ruvo. È lui a spiegarmi altri aspetti tecnici e altre rese sceniche proprie di questo flash mob. Michele Pinto sottolinea come esso sia cross-mediale per i due stili di comunicazione adottati. “Il primo è dato dall’uso del flashmob come strumento di mobilitazione sociale sempre più utilizzato; il secondo è dato dal fatto che, per la prima volta in assoluto, il protagonista di una webfiction (Bishonnen, ndr) presti il proprio ruolo ad un progetto di denuncia quale il nostro lavoro è.”  Un lavoro, dunque, che si pone al pubblico con una valenza plurima, sia per i contenuti, sia per il messaggio forte che si apre a molteplici interpretazioni. Perché questo flashmob non dice semplicemente “ci siamo anche noi, con il nostro contributo, nella lotta contro la violenza sulle donne”: no, è di più, molto di più. Denuncia e sensibilizzazione sociale; responsabilità collettiva di fronte al dramma dei singoli; dichiarazione di presenza e attenzione alle realtà che esistono anche se nascoste o omesse;  unità e solidarietà, supporto per chi non sopporta più nel silenzio.

“Le maschere”, spiega Michele Pinto, “hanno qui un uso antropologico, teatrale e metaforico, rappresentano il concetto pirandelliano di Uno, nessuno, centomila. Quelle delle donne sono bianche, candide, a rappresentare l’innocenza rispetto a tanti crimini efferati nei loro confronti; sono tutte uguali perché sottolineano come non vi sia differenza tra le donne, ma solo nelle reazioni degli uomini a certe situazioni. Per il personaggio maschile, invece, ho deciso di ricorrere al protagonista di Bishonnen perché di stalking parla la mia webserie. Ho voluto fortemente che ci fosse un elemento rosso per ogni donna, poi, nello specifico il foulard, in segno di accusa alle restrizioni cui sono sottoposte alcune donne in diversi paesi del mondo.”

La collaborazione artistica tra Daniela Clitorosso Raffaele e Michele Pinto nasce già prima di questo lavoro, con la realizzazione del video Happy. “Il primo realizzato da un piccolo comune, nota bene” sottolineano entrambi, all’unisono. “Tutti gli altri video erano stati girati nelle grandi metropoli” riprendono a raccontarmi, “noi siamo stati gli apripista di quel fenomeno che poi ha investito tutti gli altri paesi. Le riprese son durate una settimana, abbiamo lavorato intensamente e in maniera costruttiva all’interno di una neonata squadra che ha visto protagoniste molte associazioni ruvesi e singoli cittadini.” Una notte insonne per Daniela, il video Happy di Catania in homepage, l’idea, la proposta per realizzarlo a Ruvo di Puglia sbandierata in un post. Il primo a rispondere, Michele Pinto. È fatta. Parte tutto così, come sempre: a caso, ma no per caso.

Subito il video Happy di Ruvo di Puglia diventa un successo mediatico, addirittura internazionale, con molti complimenti che giungono persino dall’America, rendendo omaggio alla bellezza di questo video comparato persino a quello di Amsterdam e che porta il nostro Paese a spopolare sul web per iniziativa e bellezza artistica e architettonica. Il riscontro dall’estero diventa la maggiore gratificazione, perché significa aver fatto un buon lavoro per sé e per tutta Ruvo, che così acquista una notevole visibilità. Ma subito nasce la nuova idea del flash mob. “Perché noi non siamo solo quelli di Happy, noi siamo quelli dell’arte”, butta giù duro Daniela.

E l’arte, si sa, è capace di trasversalità e dinamicità, pluralità di forme e risvolti come solo l’animo umano e la natura possono essere, perché ne è sua manifestazione ed espressione. Non solo: l’arte è anche attribuire significati nuovi a opere già realizzate laddove non ve ne era nemmeno intenzione o consapevolezza. Come nel caso della mia interpretazione delle due figure maschili che srotolano, dal balcone del Palazzo di Città, il telo recante la scritta “Giù le mani dalle donne”. Personalmente vedo in quelle due figure maschili che hanno accettato il ruolo l’emblema del cambiamento. Molto spesso gli uomini, pur condannando gli episodi di violenza sulle donne, non si sono mai espressi o mai esposti per combatterla e per fronteggiare chi la usasse. Questo per restrizioni culturali, ma non solo. In quel gesto voglio vedere il risultato vero dell’emancipazione femminile cominciata come lotta decine di anni fa: ovvero l’essere tutti uguali, indistintamente tutti soggetti sociali da tutelare di fronte al male e agli abusi. Un annientare la diversità uomo/donna per riconoscere il dolore della situazione e tendere la mano a tutela e protezione dell’identità personale quale ogni uomo e ogni donna è. Vedo e voglio vedere tutto ciò, in tutti i contesti del vivere quotidiano.

 

© Luana Lamparelli 

Intervista pubblicata il 17 Aprile 2014 nella rubrica “Ars Artis”.

Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it