Amélie Nothomb – Né di Eva né di Adamo

 

 

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Subito dopo “Memorie di una geisha” di Arthur Golden, così come avevo deciso già prima di ultimarlo, ho letto “Né di Eva né di Adamo” di Amélie Nothomb. Alcune voci autorevoli del panorama letterario (ovvero: uno scrittore che è anche un grande intellettuale, mio amico e da me molto stimato), con il dialetto del suo paese aveva risposto alle mie intenzioni in merito: “Ma che cazzo andate leggendo?!”.

Non desisteva quel desiderio in me, così ho cominciato a leggerlo, anche per scoprire come mai tutta quella fretta subito dopo un signor romanzo longseller, “Memorie di una geisha” appunto. Leggendo, ho capito: un sottile filo rosso lega i due libri. Grazie  a quel filo rosso, mi sono ritrovata nuovamente in Giappone, seppure ai giorni nostri (la storia è ambientata negli anni 90 del secolo scorso) e con un’autrice che raccontava un pezzo della propria storia, quando non era ancora una scrittrice ma sognava di diventarlo. Non è mancato nemmeno un ponte chiaro tra i due libri: infatti la Nothomb, a un tratto, parla delle geishe:

 

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In fondo alle cose lancinanti c’è una certa voluttà. (pg. 110)

“Né di Eva né di Adamo” narra l’esperienza in Giappone di Amélie Nothomb, alle prese con le sfide che decide di affrontare e con una storia d’amore iniziata tramite un annuncio per guadagnare qualcosa: si propone come insegnante di francese a studenti giapponesi. Conosce così quello che diventerà il suo fidanzato giapponese, più piccolo di lei di solo un anno. Una storia lineare, vissuta direi più “interamente” che non “intensamente”, perché quello che connota soprattutto la protagonista è la costante presenza a sé stessa. Niente lacrime, niente sospiri da consolare, niente notti insonni, niente dubbi amletici o esistenziali. No, niente di tutto ciò. Una storia lineare vissuta in pieno rispetto di sé da parte di entrambi.

 

Rinri mi prese la mano.

– Passi il Natale con me? – mi chiese.

– D’accordo.

– Dal 23 al 26 ti porto a fare un viaggio.

 

Una storia che fa bene leggere proprio per la sua profonda semplicità, in fondo quello che credo possa far bene a molti di noi. Una non-favola, perchè non c’è una principessa da salvare, eppure c’è un principe premuroso e attento. Una principessa autonoma che ama le scalate in montagna e sogna di diventare una scrittrice, che continua ad andare a lavoro sopportando il mobbing anche se lui le dice che sposandolo non avrà più di questi problemi, perchè non le mancherebbe nulla e provvederà lui a tutto. Non una questione di principi in virtù dell’emancipazione femminile, ma una scelta consapevole e responsabile di chi si vuol essere, senza schemi.

 

Una studentessa canadese mi chiese se avrei sposato Rinri.

– Non ne ho idea.

-Sta’ attenta. Queste unioni generano figli atroci.

(…)

– Non credo che avrò dei figli.

– Ah. E perchè? Non è mica normale.

Me ne andai canticchiando dentro di me la canzone di Brassens: “No, alla gente per bene non piace che / uno segua una strada diversa dalla loro”.

Anche la nostra protagonista Amélie ha un desiderio e confessa:

Un desiderio è tanto più violento quanto se ne ignora l’oggetto. (pg. 150)

Da brava scrittrice sa che:

I peggiori incidenti sono quelli legati al linguaggio. (pg.152)

e da brava scalatrice di montagne nonché professionista di resistenza fisica asserisce una frase che tanto mi piace perchè ne condivido il senso ultimo:

Dicono che fuggire non sia un gesto molto nobile. Peccato, è così piacevole. La fuga dà la più grande sensazione di libertà che si possa sperimentare. (pg. 161)

In questi ultime due rivelazioni di sè ho ritrovato molto di me. Così come anche capisco cosa intenda quando afferma:

Il 10 gennaio 1991, ero un’addetta ai bagni che si era appena licenziata. Il 9 dicembre 1996, ero una scrittrice che andava a rispondere alle domande dei giornalisti. A un livello simile non si poteva più parlare di ascesa sociale, ma di traffico di identità. (pg.166)

Ma torniamo alla storia d’amore. Come finisce questo libro? Finisce in un modo che non vi rivelerò, però che posso definirvi: finisce in un modo profondo. Il senso autentico di quel che si vive è spesso nei fatti, nei vissuti condivisi, e non nelle parole che ci si dice o che si usano per raccontare quei fatti. Perché spesso le parole son menzognere, fatevelo dire da me che le uso per lavorare e che ne sento tante, ma davvero tante, per il mio lavoro di educatrice.

Aveva trovato le parole giuste. Ci aveva messo più di sette anni a trovarle, ma non era troppo tardi. (…) E quando qualcuno mi dice la parola giusta, finalmente divento capace di sentire. (pg. 168)

In questo bel libro per rilassare la mente, oltre a sorrisi divertiti e risate per l’irriverenza di alcuni personaggi, non mancano frasi che sortiscono l’effetto del riscatto. Come questa:

Lo spazio ci libera da tutto. (pg. 126)

E io aggiungo: anche la lettura.

 

Foto e testi: Luana Lamparelli

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Arthur Golden – Memorie di una geisha

 

Quando ero piccola avevo tre desideri: diventare educatrice per non vedenti (questo per il mistero allora a me inaccessibile del film “Anna dei miracoli”), diventare un’autrice di racconti e romanzi (per le super fiere dei libri a cui mia madre mi conduceva. Ricordo lo sfavillio di una immensa, persa nei ricordi di un Natale della mia infanzia. Ovviamente non sapevo ancora nè leggere, nè scrivere), e diventare samurai (ero pazza di una serie televisiva che si chiamava “I sette samurai”, sognavo di diventare l’unica samurai donna).

Da allora solo il desiderio di diventare samurai non si è realizzato affatto, anche se molto della cultura giapponese è in me, per diversi aspetti.

Poichè questo è lo spazio dedicato ai libri da me letti all’interno del mio blog, dovendo sceglierne uno per cominciare, alla luce della premessa non posso che partire con “Memorie di una geisha”, di Arthur Golden.

“Da bambina credevo che la mia esistenza non sarebbe stata turbata da nulla se il signor Tanaka non mi avesse strappato alla mia casa ubriaca; ora so che il nostro mondo è tanto instabile  quanto un’onda che si innalza in mezzo all’oceano. Quali che siano stati i nostri conflitti e i nostri trionfi, per quanto indelebile sia il segno che questi abbiano potuto lasciare su di noi, finiscono sempre per stemperarsi come una tinta ad acquerello su un foglio di carta.”

Sono queste le ultime parole con cui il romanzo di Arthur Golden si chiude. Un romanzo meraviglioso per la delicatezza della poesia che appartiene a chi guarda il mondo in un certo modo e per la forza che in virtù di ciò gli appartiene. Una forza fatta di pazienza, determinazione, intelligenza per domare le situazioni senza ricorrere mai alla violenza, senza mai lasciarsi sopraffare dallo sconforto, o dalla rabbia.

Il mondo delle geishe è un mondo ormai quasi del tutto inesistente. La nostra cultura occidentale, che così poco conosce dell’incanto nipponico dei secoli passati, ha alterato l’immagine delle geishe così tanto da allontanarla dal significato del termine tradotto nella nostra lingua: “geisha” significa “artista”. Un’artista, dunque, la geisha. Essendo donna, dovendo avere a che fare con uomini, una donna che doveva essere bene accorta, vigile e al tempo stesso femminile e ricca di garbo virtuoso. Doveva saper suonare lo shamisen, saper danzare, saper parlare, tutto questo per dilettare gli uomini, magari mentre loro erano del tutto distratti rispetto a quanto gli accadeva intorno. La vita della geisha era governata da regole ferree e precise, non le apparteneva affatto, in nulla, nemmeno nei guadagni. Le case da thè, gli okiya, gli ohana, gli zori, gli obi, i kimono, i sakè, il rito del mizuage: a tutto ciò ci introduce questo romanzo, con una trama fitta e densa.

Ma cosa di questo libro affascina e letteralmente rapisce il lettore, in un turbinio di colori e immagini che si rivelano precisi sotto i suoi occhi, man mano che legge?  Cosa lo tiene legato al libro? L’ho letto tutto d’un fiato, tra le corse in treno e le notti che si facevano corte per i capitoli intriganti. Ogni volta che lo chiudevo, non potevo non soffermarmi sulla sua copertina.

 

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“Non diventiamo geishe perchè vogliamo che la nostra vita sia felice, ma perchè non abbiamo altra scelta.” (pg. 538)

La storia comincia lontano per approdare a pagine meravigliose dove tutto acquista un senso. Una bambina che diventa donna e ancor prima è già geisha. Un mondo difficile e a tratti crudele. La determinazione, le intemperie della vita, le passioni impossibili da vivere. E la dignità delle protagoniste più intelligenti.

“Con il termine dignità intendo una specie di fiducia in se stessi, di consapevolezza, tale da rendere irrilevanti i piccoli sbuffi di vento o gli schiaffi di un’onda.” (pg. 203)

Quello che più mi colpisce di questo libro è l’intelligenza di alcuni personaggi maschili: vanno oltre la figura della geisha, con le compromissioni che tale mestiere a tratti inevitabilmente comporta, e vedono la donna che c’è oltre l’ovale incipriato alla perfezione, imbiancato per far dimenticare a sè stesse l’io interiore. Tra le labbra tinte di rosso e gli occhi segnati di nero, questi uomini non dimenticano cosa significhi essere uomini, non smettono mai di riconoscere la dignità della donna, serbando loro parole di incoraggiamento.

“Mi aspetto di vederti affrontare l’esistenza a occhi aperti! Se tieni a mente il tuo destino, ogni attimo di vita diventa un’opportunità per avvicinarti a esso.” (pg.415)

La protagonista Sayuri parla di sè partendo da quando non era Sayuri-san, ma Chiyo-chan, e aveva un padre, una madre, una sorella, una casa ubriaca sull’oceano. Il mondo di quella bambina è destinato a scomparire del tutto, e lei stessa diventerà ben altro. Le sorprese sono tante, i colpi di scena non mancano, il romanzo vive e respira senza sosta, lasciando il lettore senza fiato. Riflette su di sè, Sayuri-san, ed è come se tutti noi ci guardassimo come attraverso uno specchio.

“Sappiamo tutti che un panorama invernale, ammantato di gelo, con gli alberi avvolti in scialli di neve, sarà irriconoscibile all’arrivo della primavera; eppure non avevo mai immaginato che una simile trasformazione potesse accadere dentro un essere umano.” (pg. 213)

Non solo: Sayuri parla del dolore e sembra lenire le nostre ferite.

“Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte a esso siamo impotenti. È come una finestra che si apra di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po’ meno, finchè non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto.” (pg. 336)

Conosce bene le debolezze dello spirito umano e i luoghi in cui esso si rifugia per sentirne meno le urla addolorate.

“Non c’è nulla come il lavoro per superare una delusione” (pg. 536)

Al tempo stesso, la protagonista sa quando quel dolore potrà avere voce.

“Non credo che nessuno di noi possa parlare del dolore finchè non ne è fuori” (pg. 551)

Giungere alle ultime pagine di questo libro significa scoprire la dolcezza che la vita sa riservare a chi persevera e procede sul proprio cammino, benchè difficile e spesso pieno di delusioni e amarezze, senza per questo sentirsi sconfitto o arreso. Sono pagine di una bellezza sconvolgente, bellezza che colpisce nell’intimo di chiunque, proprio per quella poesia di cui ho già parlato. Quella che spesso diviene anche la poesia dei ricordi, di fronte ai quali la realtà non ha il valore maggiore che dovrebbe avere.

“A volte credo che le cose che ricordo siano più reali di quelle che vedo.” (pg. 562)

Ho terminato di leggere questo romanzo in una domenica di sole, in spiaggia, ignorando telefonate, amici che mi attendevano da tutt’altra parte e amici giunti in spiaggia per trascorrere insieme del tempo. Perchè? Perchè questo libro permette di riconciliarsi con la parte di sè che più soffre e più ricorda. Se pensiamo a quante maschere indossiamo noi per tirar dritto nella vita di ogni giorno; se pensiamo all’arte di parlare con gli altri mistificando il nostro dolore e le nostre sofferenze per non rigare il trucco e far stare sempre a proprio agio l’interlocutore di turno, che siamo noi commercialisti, o scrittori, o insegnanti, o genitori, o amanti; se pensiamo a tutto ciò, non può assolutamente sfuggirci che in questo libro ci siamo noi, e che quelle labbra chiuse, raffigurate in copertina, che pare vogliano raccontare il più dolce segreto già svelato, siano in realtà le nostre. Ho chiuso questo libro e ho immortalato il momento con questa foto. Poi sono rimasta in silenzio per qualche giorno, rileggendone a tratti le ultime pagine. Spero possa travolgere piacevolmente anche voi. Il mio migliore augurio.

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Foto e testi: Luana Lamparelli

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DIMARTINO, GENTILUOMO DI TRENT’ANNI. (Perchè “Ormai siamo troppo giovani”)

Giugno 2013: risale a due anni fa la prima chiacchierata con il cantautore siciliano Antonio Di Martino, in arte Dimartino. Era il tour di Sarebbe bello non lasciarsi mai ma ogni tanto è utile. Dopo il suo concerto, ci siamo ritrovati seduti a un tavolino, Dimartino con un mojito e la sua bella faccia sorridente benché stanca. La prima domanda che gli posi fu quella da cui l’idea di incontrarlo e intervistarlo nacque, ovvero che cosa avesse pensato percorrendo tutta la strada che avevamo percorso io e la mia amica per giungere al luogo del concerto. Era una strada in aperta campagna, lunghissima, pareva interminabile. Mentre mi lamentavo dell’ennesima storia irrisolta, mi chiesi che cosa avesse pensato il cantante facendo quella stessa strada con un concerto ad attenderlo. Siccome il discorso ex/non ex mi aveva infervorata non poco, una volta giunte, chiudendo lo sportello, avevo detto decisa: “Adesso trovo il cantante e glielo chiedo, che cosa ha pensato di ‘sto posto mentre faceva tutta ‘sta strada che sembrava dimenticata pure dagli umani”. Doveva essere la domanda rompi-ghiaccio, ma io avevo alla mia destra un ragazzo davvero gentile e disponibile, molto a modo, che rispondeva composto dopo una risata cordiale.

COSA PENSAVI MENTRE TI CONDUCEVANO IN AUTO IN QUESTO POSTO? IN QUALE LINGUA BESTEMMIAVI?

In realtà non vedevo l’ora di arrivare. Abbiamo viaggiato tanto, in auto, per le date dei concerti di questi ultimi giorni. Siamo partiti da Palermo, poi Bologna, Trani. Tutto in auto. Ero stanco.

CHE MUSICA ACCOMPAGNA I RICORDI DELLA TUA INFANZIA?

John Lennon. Erano gli anni ’90, io ero un bambino. Mio padre comprò un lettore CD, uno dei primi, e gli suggerirono anche un CD. Tornò a casa con Lennon, era Natale. (E intona “So this is Christmas”, con la voce pulita che ha e gli occhi che sorridono.)

CHE MUSICA ASCOLTI QUANDO NON LAVORI?

Swans, mi piacciono molto. E poi Brunori, Dente, Carnesi, Colapesce. Oratio mi piace tanto. Siamo cresciuti insieme, potremmo dire così. Fra di noi c’è molta stima. 

UN LIBRO, UN FILM, UN REGISTA.

Un libro: L’arte di correre, di Murakami. Un film: In the mood for love. Un regista: Marco Ferreri.

CALVINO DICEVA: SI SCRIVE SEMPRE PER NASCONDERE QUALCOSA IN MODO CHE POI VENGA SCOPERTA. NASCONDI ANCHE TU QUALCOSA NELLE TUE CANZONI?

Certo che sì. E qui nasce tutta una serie di fraintendimenti, perché poi tutte le mie ex vedono sé stesse nei miei testi, anche dove non ci sono, e mi fanno le domande, mi citano i versi, s’immaginano cose anche dove non ci sono affatto. Mai innamorarsi dei cantanti, perché poi ti ritrovi in tutte le canzoni senza volerlo! (Ride, ndr.)

STO LAVORANDO A UN NUOVO ROMANZO. CI SONO DUE DONNE IN VIAGGIO. POSSO FARTI FARE LA TUA PARTE E RACCONTARE DI UN TUO CONCERTO?

Certo che sì!

Non avevo previsto molte domande, non volevo sottrarlo troppo ad autografi e foto. Però Dimartino è stato sorprendente: le risposte alle domande erano il punto di partenza per parlare amichevolmente. Abbiamo davvero chiacchierato come amici al bar, spaziando nei temi e ridendo. Antonio Dimartino, questo ragazzo di appena trent’anni che ha guidato percorrendo tutta l’Italia, che ha appena cantato per il suo concerto, ci piace molto per la sua simpatia, lo sguardo intelligente, la tranquillità delle persone che stanno bene con sé stesse. Ci parla di sé, si incuriosisce su di noi, mi chiede di parlargli del mio primo libro, Giardini senza tempo, vuole sapere dove può acquistarlo. Ci  racconta di un secret concert tenuto a Milano: ha suonato in un loft sui Navigli (“Poca gente e bella atmosfera”, sottolinea con la voce),  organizzato da G. di Marta sui tubi.

Non potevamo non parlare dell’ultimo film di Sorrentino, quello che pare “si ami o si odi”: La grande bellezza. Gli è piaciuto, sì, anche se per lui il più bello di Sorrentino è L’amico di famiglia. “Per la scrittura”, tiene a precisare. Cantautore da scoprire e conoscere, laureato in Lettere e Filosofia, ama molto leggere. Ci consiglia persino un’autrice: Zadie Smith. Ci parla di questa scrittrice di origini giamaicane e inglesi, e suggerisce il suo Denti bianchi.

Per chiudere questa intervista, avevo pensato a una domanda molto provocatoria, ma non gliel’ho posta. Ho scelto di salutare questo giovane artista dalla modestia ammirevole con la stessa cordialità con cui lui  ci mi ha accolta. Sono contenta di stringergli ancora la mano, ringraziarlo, e sentire lui che ringrazia me a sua volta. Sono contenta di tornare a casa con gli Swan e la Zandie da conoscere.

 

Luana Lamparelli

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Intervista a Stefano Pugnali. Dietro le quinte, un uomo dai valori forti e veri

Il manager milanese ha le idee chiare e i modi cordiali, gentili e disponibili, propri di chi si è fatto strada da sé restando ben radicato alla propria storia e a valori autentici, quelli che contano, capaci di fare la differenza. E poi è tutto freddo, si perde il bello della comunicazione. Tutto quello che ci stiamo dicendo ora, le risate, quello che riguarda noi al di là delle domande, non ci sarebbe stato se non avessimo parlato davvero.

Sono nel bel mezzo dell’intervista, quando la voce limpida e amichevole mi dice queste parole. Sono al telefono e dall’altra parte c’è Stefano Pugnali, il manager di molti attori e cantanti del panorama italiano, tra cui Morgan, Paola Maugeri, Sinigallia, I soliti idioti e molti altri.

Il manager milanese ha le idee chiare e i modi cordiali, gentili e disponibili, propri di chi si è fatto strada da sé restando ben radicato alla propria storia e a valori autentici, quelli che contano, capaci di fare la differenza. La sintonia è immediata, subito si abbatte il muro del mito di cui si sa poco e nulla come persona.

Persino nel web, infatti, non sono molte le informazioni a suo riguardo: “Perché un vero manager deve restare in disparte, se vuole davvero veder crescere l’artista che di volta in volta sostiene”, mi risponde quando gli faccio presente il velo importante di discrezione che avvolge la sua vita privata, a differenza di molte altre personalità del settore. Non solo: è una persona che conosci piacevolmente, e nella sua semplicità ritrovi soprattutto il valore della famiglia, della sua amata famiglia.

“Essere e fare” o “saper essere e saper fare”: cosa è preferibile, a suo avviso?

Questa è una domanda un po’ alla Marzullo, permettimi. Decisamente è meglio saper fare, saper essere. Perché, alla fine, cosa rimarrebbe senza? Per fortuna la crisi che stiamo vivendo ha anche un aspetto positivo: ha ripulito da quel periodo in cui chiunque andava in TV e diventava subito una star, acquisiva subito una popolarità ben spendibile, dando esempi negativi. Trovo fondamentale il saper fare, avere delle doti e saperle mettere a frutto, anche se purtroppo esistono giovani che hanno grandi capacità, grandi doti, ma non la buona fortuna di incontrare manager professionali e competenti, o risorse da investire per la propria carriera e la propria professione nel mondo dello spettacolo. Molti artisti sono privi di quel pizzico di fortuna in più che gli permetterebbe di fare il salto di qualità, e questo mi spiace.

Una regola del marketing asserisce che per ottimizzare i risultati bisogna abbassare le aspettative. Se volessimo applicare questa strategia di marketing al mondo dello show business, sarebbe preferibile esporsi interamente sin da subito o gradualmente, sapendosi reinventare progressivamente?

Sicuramente darsi un po’ per volta, capendo chi è davvero l’interlocutore con cui di volta in volta ci si relaziona. Bisogna essere capaci anche di giocarsi le carte giuste in base a chi si ha di fronte, che sia un regista, un gruppo di propinatori, un casting o il pubblico. Ritengo fondamentale la capacità di intuire l’identità dell’interlocutore e sapere cosa mostrare e cosa nascondere.

Cosa sarebbe meglio nascondere oggi, allora?

Essere da subito “troppo” può dare fastidio, se si ha a che fare con un gruppo casting superficiale. 

La grande bellezza, il film di Sorrentino: uno scrittore al centro della scena, gente che vive la mondanità come fosse un gruppo di star pur non essendo nessuno, dandosi quel tono che in realtà non è che uno specchietto per allodole. Ci rappresenta o no?

Ni. Secondo me, rappresenta un’Italia che c’è stata, per fortuna l’Italia di oggi non è solo quella. Quanto portato sul grande schermo dal regista Sorrentino è un lato degli italiani, del nostro carattere, non tutto quello che noi italiani siamo.

Chi c’è allora dall’altra parte dell’Italia non portata sul grande schermo?

Dall’altra parte degli italiani che vivono di feste senza concludere granchè, ci sono gli italiani che hanno fatto del nostro Paese una Signora Nazione. L’Italia è un paese ricco, possiede una storia molto importante, soprattutto sotto il profilo artistico e produttivo. Abbiamo la moda e la cucina, abbiamo nomi che hanno inventato la moda e fatto la storia della moda, vedi Giorgio Armani per esempio, che col suo made in Italy ha conquistato e regalato all’Italia tanto onore. Dall’altra parte c’è un’Italia che ha fatto tanto, costruito un’identità di Paese per cui ha lavorato tanto, seppur oggi si veda rubare tutto o deprivare del prestigio costruito nel tempo.

La politica. Se ti dicessi che a mio avviso è il più grande spettacolo e insieme il più grande processo di spettacolarizzazione a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, ti troverei concorde?

Assolutamente sì. La politica italiana è il vero show. È tutto talmente palese: i giochetti dei politici, le loro manovre, le loro truffe. Possono raggirare l’anziano, ma non tutto un popolo, specie non i giovani (vedi la faccenda delle auto blu e gli 80 euro in busta paga). L’Italia è un paese che amo, ma non possiamo sperare di risollevarci continuando con queste dinamiche politiche, affidandoci a una simile classe dirigenziale. Dovremmo riportare i capitali in Italia, invece allontaniamo sia i capitali, sia gli imprenditori, che sempre più spesso guardano oltre confine.

Conosco molti imprenditori attraverso il mio lavoro, e molti non nascondono di star cercando nuove strade al di fuori della nostra Nazione, non perché non vogliano più investire nel nostro Paese, ma perché non ci sono i presupposti giusti per crescere. La verità è che sottovalutiamo il potenziale della nostra lingua di Terra in mezzo ai mari. Se guardo la Francia, o le altre nazioni vicine alla nostra, vedo che hanno molto meno, ma lo vendono a molto di più. Mettono a frutto quel che hanno e salvaguardano sé stessi e il proprio mercato. Noi, invece, ci stiamo svendendo e avvilendo senza risollevarci, senza puntare sulle nostre risorse e senza mettere a frutto le nostre potenzialità.

 

© Luana Lamparelli 2014

Articolo pubblicato il 13 Marzo 2015 nella rubrica “Ars Artis”. Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it

Intervista al regista Michele Pinto

L’arte é un mestiere per chi sa soffrire, appartiene a chi sa osservare la realtá

La nuova intervista di Ars Artis vi fa incontrare oggi Michele Pinto, regista pugliese che sempre più spesso fa parlare di sé nel panorama nazionale e oltralpe. L’ho incontrato durante le nuove riprese sulla tematica delicata della condizione dei richiedenti asilo politico, un progetto filmico realizzato con l’associazione di volontariato Salah e giovani provenienti dal Mali e dalla Nigeria.

Un lavoro, questo, che parte dal loro vissuto di svantaggio , in cui il regista Pinto vuole sottolineare  la situazione iniziale di sconfitta per  sviluppare poi un iter dal finale aperto, raccontando qualcosa di universalmente valido. È questo un progetto che lo sta assorbendo molto, non solo sotto il profilo cinematografico e professionale, ma anche moralmente e spiritualmente, come lui stesso dichiara. Tra funzione sociale del cinema, fonti di ispirazione e passioni che segnano una vita, Michele Pinto ci ha parlato di sé.

Nella tua vita ci sono due grandi passioni che scopri bambino e coltivi costantemente: i fumetti e il cinema. Quale delle due però scopri per prima e da cosa scaturisce l’altra? Come le coniughi nella tua produzione artistica?
Inizio a fruire soprattutto del cinema all’età di 4 anni, quando vedo per la prima volta “L’Orca assassina” ed è l’arte con cui mi son sempre cimentato di più. Considero l’arte dei comics non solo la più antica forma d’arte -basti pensare alle prime pitture rupestri ritrovate nelle caverne degli uomini preistorici- , ma anche la suprema, poiché unisce due altre discipline artistiche molto importanti: la pittura e la scrittura. Del resto anche alla base dell’ottima lavorazione di un film c’è sempre un incredibile lavoro di storyboarding, ovvero di preimmaginazione di quelle che saranno le diverse inquadrature da realizzare, quindi anche il cinema è a suo modo figlio dei fumetti. Per quanto però sia un grandissimo collezionista di fumetti (possiede circa 20.000 volumi, ndr), non ho mai avuto grandi pretese pittoriche.

Molti lavori, molti premi, molti riconoscimenti a livelli nazionali ed internazionali. Sei un regista. Meglio l’identità di genere o l’identità di ruolo?
Di ruolo. Sai, si dice che per fare il regista devi provare enorme repulsione per la realtà e per tante cose che non vanno a questo mondo, tanto da volerlo ricostruire all’interno di quattro lati: all’interno di un’inquadratura. Ecco, questo è il compito del regista. Il principio che asserisce che “in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” non lo reputo affatto applicabile al ruolo del regista. Il regista infatti è una delle poche figure lavorative che pesca elementi di vario genere (musiche, attori, location, maestranze), li fonde assieme e ne fa uscire una cosa nuova di natura completamente diversa rispetto a quelle  degli ingredienti iniziali.

Il cinema e la produzione filmica in generale: arte, mestiere, strumento di comunicazione. La tua opera, i tuoi lavori: come declini questi tre aspetti e qual è il modo strettamente personale con cui concepisci il cinema e la produzione cinematografica? Qual è l’obiettivo che persegui?
Io ritengo, come sosteneva già qualcuno prima di me, che il cinema e in generale le immagini in movimento siano l’arma più forte. Potevo fare il politico, il medico, ma alla fine per cercare di migliorare la società ho abbracciato quest’arte, perché sono sicuro che niente come il cinema possa dettare modelli e inviare messaggi costruttivi. In più, se ci pensi, oggi la telecamera è la vera “signora” della vita: siamo circondati da telecamere di sorveglianza, talvolta le indossiamo persino, o le rechiamo sempre con noi grazie ai nostri smartphone tuttofare.

L’ispirazione per te è…
Molto spesso, e non solo in quest’arte, l’ispirazione deriva dal dolore e dall’aver sofferto. Se hai sofferto, o hai vissuto emozioni in modo intenso, hai certamente qualcosa da raccontare  e che appassioni il pubblico. Del resto è stato già dichiarato che il cinema non morirà mai finchè  non smetteremo di osservarci. Ma se sei felice, del narrato sulla tua felicità ti garantisco che non gliene frega niente a nessuno.

Fabrizio Bentivoglio ha dichiarato: “Gli attori americani usano il Metodo perchè negli Stati Uniti c’é un manuale per ogni cosa. Noi invece inventiamo, non riproduciamo pedissequamente”. Cinema italiano contro cinema americano. Per dirla alla nostra, come la vedi? Insomma: croce e delizia dell’uno e dell’altro, e poi, se possibile, la tua preferenza. Motivata però.
Anche in Italia si seguono metodi. Lo sanno bene soprattutto gli attori che fan la gavetta a teatro: i loro studi variano in base al precorso che intraprendono. Abbiamo così  certi che studiano lo Stanislavski, altri che macinano parecchio la commedia dell’arte e tanto teatro vernacolare che è sempre una ottima palestra, poiché  la recitazione dialettale è quella più genuina che rende effettivamente le intenzioni vere di un personaggio. Io stesso provo in dialetto molte volte coi miei attori, affinchè  le battute da recitare abbiano l’effetto di frasi tirate fuori dallo stomaco, anche se poi  le riprese sono in italiano. Al di là di quest,o il percorso ideale come sempre è quello delle contaminazioni: lasciarsi affascinare ed influenzare da tutto e studiare, incuriosendosi sempre. Una volta parlavo con un attore di cinema che, di colpo, s’ipnotizzo per spiare un clochard che, a pochi metri da noi, stava scartando una caramella. La cosa fu davvero illuminante: in quel momento egli studiava per creare un ruolo lasciandosi ispirare dalla realtà. È proprio vero che Mercurio, oltre ad essere il messaggero degli dei, è  anche il protettore dei ladri, quindi anche degli artisti.

Quando non sei dietro la macchina da presa o davanti al computer come dovrebbe immaginarti chi non ti conosce?
Col kimono da karate ad allenarmi in palestra. E’ uno sport che pratico da circa 15 anni e che rappresenta la massima fusione di benessere relativo a psiche, anima e corpo.

© Luana Lamparelli 2014

Articolo pubblicato il 5 Dicembre 2014 nella rubrica “Ars Artis”. Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it

“La Cordialità” di Mariella De Santis

Una scintilla di splendore custodita in un libro

“Ho ricevuto in dono un libro bellissimo.”
“Di cosa parla?” disse l’Imperatore all’Imperatrice.
(…) “Parla di storie terribili e crudeli, belle come può esserlo solo la vita.”A parlare, in questi versi, è l’Imperatrice Ammuina; a scrivere è Mariella De Santis.
Sono, questi, versi contenuti nella sua ultima opera, La Cordialità, titolo che raccoglie otto anni di lavoro e numerosi componimenti poetici scritti dall’autrice tra il 2005 e il 2013.

Leggere La Cordialità di Mariella De Santis significa fare un viaggio: tra oggetti, paesi lontani e vicini, conosciuti o sognati, che si manifestano nella loro realtà metafisica: oltre ciò che oggettivamente sono, essi sono quello che alla mente rammentano. Carichi di pathos, i suoi versi sono rimandi al mondo interiore che tutti noi ben conosciamo: quello dei sentimenti e delle emozioni, dei ricordi e delle speranze –vane, attese e disattese dall’incanto o dal disincanto a cui la vita, inevitabilmente, ci obbliga.

È come diceva Pavese: “Ci colpisono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare  ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi”.

È come diceva Calvino: “ (…) togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città”.
Vi è così la leggerezza della parola, vi è così il risuonare in noi di nuovi spunti e rinnovati sguardi, nella poesia di Mariella De Santis. Talvolta non senza l’ironia, gran compagna di vita.

Nata a Bari, milanese di adozione, autrice di testi teatrali, di racconti e poesie, ho avuto modo di conoscerla in un paese carico di significato per entrambe, Corato, quando mi fu chiesto di curare la prima presentazione ufficiale del suono nuovo libro, La Cordialità appunto, edito da Nomos Edizioni. Ritrovarla per dialogare ancora con lei per Ars artis è stato un piacere.

Scrivere è un mestiere del tutto particolare, perché fondamentalmente nasce passione e tale rimane sempre, al di là dei diversi momenti che segnano la carriera di uno scrittore. Quando hai portato allo scoperto la tua passione per la scrittura, e quando è nato e maturato in te il desiderio di pubblicare?

Forse la mia passione è più la lettura che la scrittura. Intendo dire che più passano gli anni e più voglio stare dentro una relazione di libertà con la scrittura che sia priva di ogni coazione. Tempo fa andava di moda parlare di urgenza della scrittura. Mi ha sempre un poco infastidita quella espressione. È incline ad una forma narcisisitica, autoreferenziale del compito che da soli ci affidiamo. Io, casomai, mi muovo dentro una verifica di necessità della mia scrittura che sappia sganciarsi dal mio bisogno.
Pubblicare il primo racconto nel 1991 è stato quasi causale. Sapevo di aver scritto un testo di una qualche originalità e il poeta Primo Leone, redattore della rivista barese La Vallisa, volle pubblicarlo. Parlò di me come di una promessa letteraria. Più che una lusinga, su me sentii la responsabilità di una tale affermazione. Seguì nel 1992 una segnalazione al Premio Montale e da lì l’interesse di alcuni editori.

Pubblicare un libro, una tua opera, cosa è per te e cosa rappresenta?

È una riconsegna al mondo di qualcosa che gli appartiene e che io ho trasmutato in una forma nuova attraverso l’attenzione, l’osservazione, il tentativo di partecipare alla comprensione dell’esistenza ma anche quello di tentare un atto di riparazione al vivere senza consapevolezza che, per me, è ragione di molta parte di dolore del mondo.

Essere scrittori oggi, per te: portare scompiglio o addolcire gli animi, alleviare dagli affanni? Qual è il ruolo sociale e il compito che riconosci nel semplice nome “scrittore”?

Forse, dilungandomi, in parte ho già risposto precedentemente. Se c’è un compito che mi sento di affidare alla scrittura, è quello di allargare gli spazi del possibile. Svegliare la percezione di proprie finitezze mentali, emozionali, comportamentali e sensibilizzare l’attenzione. Sobillare il torpore. Poi, amo chi sa farmi ridere con intelligenza e gusto, commuovermi perchè mi muove dal punto in cui sono versandomi in altre acque, ma anche le grandi tempeste, le turbolenze sono benefiche nell’arte. Quando a dodici anni, leggendo i classici reperibili in casa, mi imbattei in una frase de L’uomo che ride di Victor Hugo: “E il suo pianto risuonò come un colpo di tosse nell’universo” (cito a memoria, senza testo alla mano), io ebbi davvero la sensazione di un colpo di tosse che deflagrasse nella mia mente, che allargò le mie possibilità di pensare il pensabile, l’immaginabile.

Le tue poesie parlano del quotidiano e raccontano di emozioni che vivono e sono vissute “oltre” la semplicità dei gesti soliti, un “oltre” che li connota in modo sempre nuovo, perchè a rinnovarsi è il sentire dello spirito in quegli attimi apparentemente sempre uguali. Quasi una dimensione sensoriale che vive in parallelo all’apparente asepsi dell’azione e che bisogna saper prendere, afferrare “a due mani” – e uso qui il verso di una tua poesia. Il sarcasmo dilagante oggi, in molti, lo interpreti come perduta capacità di vivere le emozioni, come meccanismo di difesa che si traduce in incapacità di lasciarsi andare pur vivendo e avvertendo dentro di sè, o inadeguatezza rispetto a quel “saper guardare oltre”?

Il sarcasmo è una difesa dal contatto con le emozioni profonde che si traduce in una squalifica dell’altro. Si deve essere anche sanamente contro le idee o i modi di vivere in cui non ci riconosciamo, ma dovremmo sapere sempre evitare di umiliare l’altro. La squalifica è umiliazione. La verità che riusciamo a cogliere in onestà e a restituire disturbando forse, ma non ferendo, è più sovversiva del sarcasmo.

Quando ci siamo incontrate, alla domanda “Come definisci questo libro”, mi hai risposto “Come un cavallo di Troia”. Perchè?

Perchè La Cordialità, già col suo titolo leggero, quasi neutrale, non dichiara, non annuncia ma al tempo stesso è perentorio, quindi crea un disorientamento dentro il quale ognuno potrà cercare la propria misura. Ho voluto consegnare un libro in cui i lettori più differenti potessero entrare, accomodarsi e entrare in rapporto con i diversi livelli della mia ricerca, ma senza dichiarare nulla. Quindi c’è la possibilità di soffermarsi sul livello del gesto quotidiano. Qualcuno ha parlato di minimalismo, come su interrogazioni perentorie, assolute, ma offro ad ognuno la possibilità di esercitare la propria sensibilità o competenza nei gradi più diversi.

Nella tua poesia “Una sera di febbraio”, un verso recita: Di quanta vita sono fatti i silenzi. Cosa è il silenzio per te?

E’ lo stato da cui tutto inizia. E’ l’ascolto illimitato del necessario. L’abiura del sovrabbondante.

Nella tua opera “Disobbedienza d’amore”, ad apertura di testo, quasi a premessa e nota, scrivi: “Per diverso tempo ho avuto il desiderio di scrivere storie di donne la cui esistenza fosse segnata dalla presenza del limite. Avevano voce in forza di un dolore che era al contempo misura della vita e possibilità di conoscenza ed esperienza dell’alterità. (…) La disobbedienza della protagonista non è solo rivolta ai suoi propri intimi vincoli, ma è lì quale forza capace di dignità morale, sociale e civile. Contro tutte le inspiegabili obbedienze che vengono richieste a fronte di un quieto vivere, la mia risposta è una ragionata ma appassionata disobbedienza che sia esperimento di un consapevole essere nel mio tempo”. 

Adesso, a proposito della tua nuova opera, La cordialità, affermi che la cordialità è la misura per vivere ogni giorno. Le due prospettive sono da intendersi nell’ottica della crescita e del cambiamento strettamente personale che si riflette nella produzione letteraria, oppure vanno correlate tra loro, imprescindibili l’una dall’altra, la cordialità e la disobbedienza, per quanto possano apparire in contrasto?

Vedi, il mio intento è il medesimo in ogni caso: capire come si possa trovare la propria misura tra bene e male, dolore e gioia. Come si possa stare nel mondo con sincerità, lealtà, senza distruttività. Ora, chiaramente per uno scrittore si attraversano territori mentali, linguistici, immaginativi che trovano forme molteplici di manifestazione, ma nel mio caso, la perenne questione sta qui. Anche in questo senso ti dicevo che La Cordialità è un cavallo di Troia. C’è una poesia su una venditrice di frutta al mercato e sul gesto nobile di offerta di un racimolo di uva, l’hai presente?

Apparentemente sto portando qualcuno in un minuto del quotidiano, ma io ho sentito la potenza del dono che ha fatto scoprire ai primi umani in cammino verso oggi, la possibilità di non essere soli. La cordialità (nel senso proprio, non del mio libro) per me si è configurata come quella possibilità minima, essenziale per poter ristabilire un patto tra viventi. Trovare la misura tra una aspirazione eroica e un consumarsi vile. Non possiamo poggiare sulle nostre piccole spalle compiti sovrumani, ma non possiamo neanche dimenticare che abbiamo una scintilla di splendore in noi, e allora l’essere cordiali, ogni minuto, ogni giorno, può essere il tappeto su cui ritentare passi saldi.

Cosa è per te la cordialità?
È la misura per vivere ogni giorno.

Nei componimenti di Mariella De Santis è la Vita a muoversi e raccontarsi. Dietro e oltre la linearità di oggetti e abitudini, ritroviamo quell’intimità, quella sensibilità, che ci dichiarano continuamente vulnerabili e per questo richiamano la nostra forza, la nostra gentilezza. L’insondabile emotività che ognuno di noi cela e vive al di là della consuetudine, oltre una quotidianità sempre uguale eppure mai banale, che ci invita a essere cordiali perché partecipi gli uni degli altri: questo riluce nelle sue poesie. C’è cordialità tra questi due mondi: quello del simbolo e quello che oltre esso si cela e spesso tace.

Come l’amore non detto, i sorrisi e gli sguardi scambiati, le parole dolci, o l’addio temuto, il tener vivo il ricordo di tempi passati, di sorrisi sbiaditi. Come tutte le volte in cui diamo le spalle, pur consapevoli di lasciare frammenti di noi ad ogni passo che muoviamo per allontanarci da chi pensiamo di scordare. E invece ce ne ricordiamo ogni volta che al mattino allunghiamo la mano, apriamo l’anta, impugniamo la tazza, ascoltiamo distratti il caffè che borbotta.

Ci sono l’attenzione e la partecipazione al mondo circostante, gli incontri con i bambini, gli sguardi sul mondo zingaro, la carezza per il passato, la speranza sempre promessa al futuro. Con gentilezza, con cordialità. E con leggerezza. La leggerezza di chi ha vissuto fino in fondo e sa quanta fatica costi il liberarsi dei pesi, dei macigni sul cuore.

© Luana Lamparelli 2014

Intervista pubblicata il 5 Luglio 2014 nella rubrica “Ars Artis”. Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it

L’arte di Domenico Velletri

Tra dipinti e protagonisti in stop-motion, la passione per le passioni

L’impeto irrefrenabile delle emozioni che prendono forma attraverso colori e pennellate, trasformando il bianco della tela in porta spalancata sul sentire del pittore. La passione per la storia dell’arte, la consapevolezza dell’imprescindibile importanza della sua conoscenza a cui un personaggio bizzarro ci invita con originalità.Da una parte, la poesia dell’arte figurativa; dall’altra, la passione per l’animazione con la tecnica dello stop-motion e la paternità di un personaggio dal successo nazionale, Cecilio, di recente “ospite” alla Notte europea dei musei di Cremona. Due dimensioni dell’arte per un unico nome: Domenico Velletri.

Ho incontrato Domenico Velletri, per conoscere meglio come nasce la sua arte, per dialogare con l’uomo che l’artista è, al di là delle sue opere e delle sue trovate geniali.

Ancora una volta ho l’occasione di cogliere le sfumature dei suoi dipinti ammirandoli dal vivo, nel suo studio personale a Bisceglie, il suo paese d’origine, dove tuttora vive.

I tuoi quadri sono molto evocativi, dai tratti sempre carichi di pathos. Il loro messaggio ha un impatto forte e immediato con chi li osserva. Comunicano la passione o il sentire che ne ha determinato la creazione, si percepisce chiaramente l’immediatezza del fluire del tratto pittorico, guidato da un sentimento intimo e profondo. La tua arte è scevra dalle logiche che solitamente muovono e guidano le produzioni del panorama pittorico e artistico in generale. Personalmente colgo ciò, osservando i tuoi quadri. Puntando lo sguardo altrove, trovo Cecilio, un progetto completamente diverso, ormai entrato nelle case di tutti con la capillarità che solo la piattaforma web Youtube e internet oggi possono offrire.

Se non lo sapessi, penserei che la mano creatrice delle tele sia estranea a quella da cui Cecilio trae origine. Come coniughiamo queste tue espressioni artistiche?

Cecilio e i miei quadri sono fortemente e unicamente legati dalla passione per l’espressione artistica. I dipinti nascono da un contrasto, sia che siano a colori, sia che siano in bianco e nero. Nascono da emozioni vissute e fortemente sentite, che siano positive o negative, come bene hai colto, oltre che per l’esigenza di tirar fuori quello che mi attraversa e per comunicarlo, condividerlo con chiunque si affacci a contemplare le mie opere. Per questo sono dipinte di getto; a volte, in sole due ore di lavoro, l’opera è già realizzata e ultimata. I toni non sono mai sfumati, piuttosto troviamo contrasti marcati, particolari. L’esigenza che mi guida è quella di immortalare un momento preciso. Da sempre è così.

Cecilio, invece, nasce nel 2013, dalla passione per l’animazione e il creare insieme. Il semplice divertimento di vedere animarsi tanti fogli sfogliati velocemente sotto le dita ha fatto sì che la lampadina si accendesse e che qualcosa nascesse: Cecilio, appunto.

Per i tuoi dipinti, il tempo di lavoro è celere: hai dichiarato che possono essere utili anche solo due ore. Un episodio di Cecilio dura generalmente poco meno di quattro minuti. Il tempo di lavoro che c’è dietro un singolo episodio, però, qual è?

Per realizzare un singolo episodio occorrono circa cinque o sei giorni, per otto o nove ore di lavoro al giorno. Ogni secondo di filmato è realizzato attraverso venticinque scatti fotografici. Un lavoro molto impegnativo e molto concentrato, con livelli di attenzione elevatissimi, dettagli sempre sotto controllo. Ogni aspetto è curato da me: dai quadri di scena, miniature di opere mie e degli artisti in cui Cecilio si trasforma inconsapevolmente, all’ambientazione della scenografia, ai costumi che cucio a mano io stesso. Non lavoro da solo: con me c’è Angela Morgigno, laureata in Scienze dei beni culturali, organizzatrice di eventi culturali. (Angela Morgigno è anche la sua compagna, ndr)

Come interpreti la temporaneità dell’installazione e la fissità dell’opera d’arte dipinta?

Non amo particolarmente le installazioni: sono più per l’approccio intimistico dell’arte, preferisco entrare nelle case del pubblico in silenzio, quasi in punta di piedi.

Esiste una corrispondenza unica e imprescindibile tra l’immagine che si compone nella tua mente, che prefiguri visualizzandola attraverso la tua immaginazione, o è tutto in divenire?

Quando vivo emozioni e sensazioni forti e impetuose, inevitabile che mi ponga di fronte alla tela. Non c’è un’immagine precisa nella mia mente, non ci sono tratti precisi già delineati, in quel momento. C’è solo il desiderio di esternare pittoricamente quel che provo. La sorpresa delle forme e dei colori che infine la tela accoglie investe me prima di qualunque altro osservatore. Vivo così il mio creare, le mie opere nascono e rivelano a me la propria identità sotto le mie dita, sotto i miei occhi.

Il valore etico dell’arte del dipingere, intesa nel senso più stretto e concreto dell’intingere il pennello nel colore, impastarlo dopo averlo disposto sulla tavolozza, il dar forma e colore all’immagine e vederla lì sulla tela. Qualcosa che con la tecnologia quasi si è dimenticato, o perso. Molti pittori, oggi, in realtà, non disegnano: la loro arte è fatta di fotografie poi rielaborate attraverso software che consentono di “dipingere” l’immagine. Cosa mi dici a riguardo?

Non rinnego la tecnologia, che apprezzo per la possibilità di realizzazione di alcuni progetti (vedi Cecilio e la tecnica stop-motion, ad esempio).
Tuttavia ritengo che un artista del mio settore, ovvero un pittore e/o uno scultore, non possa prescindere dalla conoscenza dei materiali e dei loro usi.

L’autorevolezza del gesto del dipingere e di quei rituali di preparazione e predisposizione possiamo toccarla con mano ancora oggi?

Assolutamente. Io la colgo e ne trovo dimostrazione nei miei laboratori con i bambini. I loro stessi genitori desiderano che avvenga il reale contatto con l’arte non mediato da tecnologia alcuna. Sto constatando una riscoperta del valore etico dell’arte talmente forte che i bambini non vogliono più andar via a fine lezione, non vogliono più smettere di creare con le tempere, di sperimentare le tecniche con gli strumenti e i materiali messi loro a disposizione. Se ci soffermiamo a pensare a ciò e allarghiamo il discorso, è inevitabile non pensare alla necessità e all’urgenza del recupero della tradizione anche nel gioco, nella componente ludica della nostra vita.

La continuità nel creare, inteso come percorso produttivo che accompagna la crescita dell’artista. Se ti soffermi oggi nell’osservare le primissime tue opere e subito dopo passi alle ultime realizzate, come ti riconosci in esse e tramite esse?

Inevitabile notare il cambiamento, certo. Le prime opere sono diverse dalle ultime, ma le riconosco sempre, non rinnego nulla. Ci sono sempre io, lì nelle prime, benché vi ritrovi immagini e colori differenti. Non rinnego nulla, anzi: la diversità tra la mia arte raffigurativa iniziale e l’attuale evidenzia il miglioramento, la crescita dell’artista. Lo stile è cambiato, a rivelarlo è la tecnica, ora più approfondita che in passato. Questa divergenza non può che rendermi soddisfatto, soprattutto perché il mio creare non è mai stato mosso dalla necessità di compiacere il pubblico, di avere un riscontro forte e massivo a livello commerciale. Ho sempre creato per il piacere dell’atto artistico in sè.

Spesso, agli artisti che incontro, muovo provocazioni. Per vedere come reagiscono, cosa mi rispondono a freddo, su due piedi, o anche solo per vedere l’effetto che fa. Una provocazione anche per te: l’artista inteso come sismografo della società. Cosa mi dici?

(Sorride, ndr.) L’artista come sismografo della società, dici? Questa mi piace, non ci avevo mai pensato. Tu cosa mi dici, visto che è una tua considerazione?

Dico che inevitabilmente è così. L’arte ci rappresenta, siamo tutti in crisi, alcuni opachi, altri in ricerca e in discussione, di sé, di altro da sé, su più fronti. Di questa crisi l’arte è testimone e testimonial, se vogliamo. Ma torniamo a te. Adesso, visto che siamo un po’ usciti dal rigore che l’atto del creare evoca, ti concedo e ti rivolgo delle domande più conversevoli. Te le pongo sotto forma di enunciati matematici, assiomi quasi. La prima: il punto di partenza, se non anche la meta, o una meta.

Il punto di partenza è me stesso, quello che sento, come voglio viverlo e rappresentarlo. Sempre. La meta… Non voglio vedere la meta: voglio andare avanti, procedere sempre e crescere.

Per “vedere l’effetto che fa”, come sopra. Adesso la seconda: un film, un libro, un cantante.
(Perché questa domanda?, mi chiede. Pretende la risposta, gli dico che è un mio cult, ma non è per tutti: la riservo solo a chi parla meno, o- potremmo dire- a chi non ama molto parlare, come lui. Avendo risposto che sì, parla poco ed è alquanto introverso quando io ho chiesto conferma della mia constatazione a riguardo, all’inizio della nostra chiacchierata, non può certo sottrarsi, o pensare che io lo preservi da tale “privilegio”. Divertito –e rassicurato soprattutto, perché alle volte la sua riservatezza mi è sembrata volesse affermare “state attenti a quel che dite: tutto potrebbe essere usato contro di voi”- procede nel rispondermi.)

Per i film: tutti quelli di Troisi, per la sua poesia ironica, la similarità con i miei quadri. Un suo film su tutti? “Ricomincio da tre”, decisamente.
Per le canzoni: quelle rock, i primi Litfiba soprattutto, per i suoni e i testi, a tratti incomprensibili.
I libri: quelli di Moravia. Amavo leggerlo perché mi faceva viaggiare, e poi c’era il suo forte erotismo. Mi piacciono molto i fumetti, ne leggo sempre.

Adesso l’ultima, poi smetto di torturarti, giuro! Il colore, la luce, il bianco, per Domenico Velletri.

Il bianco per me rappresenta la luce, ma anche la drammaticità. Preferisco usare il bianco per conferire questo aspetto ai miei quadri, piuttosto che il nero. Il bianco è assenza di colore: è lì, in quell’assenza, che esiste la drammaticità, per me.
La luce è fondamentale perché tutto e tutti i colori abbiano significato, compreso il nero. I colpi di luce e i contrasti di colore sono sempre al centro delle mie opere, per esprime al meglio il massimo.

E ora scoprite voi l’arte di Velletri, incontrate voi Cecilio, tra il suo sito internet, Youtube e le numerose pagine web che parlano di loro, passando per il suo studio.

© Luana Lamparelli 2014

Articolo pubblicato il 13 Giugno 2014 nella rubrica “Ars Artis”. Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it

Municipale Balcanica, la musica che unisce piazze e popoli

Dall’est Europa con furore, passando per le fanfare

Appuntamento, orario, citofono. Cancello pesante, atrio, portone in legno massiccio. Oltre, una sala larga e una scalinata che sale con l’eleganza di altri tempi, gli stessi che si confondono con quelli attuali attraverso alcuni oggetti che adornano l’ambiente. Mentre salgo, tra tutto ciò che riesco ad afferrare veloce con lo sguardo, un grande logo circolare, rosso, su cui spicca un nome ormai famoso, di un gruppo musicale che ha molto da insegnarci.Gli ultimi gradini, un saluto cordiale, eccomi in casa. Tra libri, dischi, quadri, incontro Giorgio Rutigliano, il bassista della Municipale Balcanica, direttamente a casa sua. Perché questo gruppo, che sta spopolando ormai da anni riscuotendo un successo clamoroso ed esponenziale, in patria così come oltre i confini nazionali, questa Municipale Balcanica che fa ballare e parlare di sé ovunque vada, deve raccontarci la propria storia, non solo per le oltre centomila persone che ha fatto ballare e divertire durante il concerto del primo Maggio tenutosi a Taranto, ma anche e soprattutto per chi non ha potuto prender parte.Lontano dalle luci del palco, in un tranquillo pomeriggio di Maggio, senza musica di sottofondo (ma solo inizialmente, perché arriverà anche quella, nel corso dell’intervista), ascolto così una storia che ha dell’incredibile e che mi riporta indietro di quasi dieci anni, quando li ascoltai per la prima volta, in una sera d’estate, in quella splendida terra del Salento.La Municipale Balcanica nasce nel lontano 2003. “Quando io nemmeno c’ero”, precisa Giorgio, e trovo curioso che a condurmi in questo viaggio, tra la storia e le sonorità del gruppo, sia proprio lui.

Il gruppo nasce da un’idea del trombettista Paolo Scagliola, del sassofonista Raffaele Piccolomini e dell’addetto alle percussioni e agli effetti Nico Marziale, che è anche presidente. Perché la Municipale Balcanica è anche associazione culturale, organizzatrice di corsi ed eventi”, mi spiega Rutigliano.

I nomi di Piccolomini, Scagliola e Marziale, da quel lontano 2003, si ritrovano tutt’oggi nella formazione del gruppo, che – “Tra gente che va e gente che viene” – si è assestata nel 2006, con otto membri fissi e stabili: troviamo così anche Michele De Lucia al clarinetto, Armando Giusto al sax alto, Luigi Sgaramella alla batteria, Raffaele Tedeschi, il chitarrista di cui è impossibile non riconoscere la voce, unica protagonista dei brani cantati, e dulcis in fundo Giorgio Rutigliano, al basso.

Lui che è un ex giocatore di pallacanestro con i suoi 193 centimetri di altezza. È questa la formazione che riconosciamo e ritroviamo sui palchi, durante i concerti e nei videoclip, risultante della storia in divenire che, come ho scoperto parlando con il bassista Rutigliano, affonda le radici già in tempi antecedenti quel lontano 2003. Se è quello l’anno ufficiale della nascita della Municipale Balcanica come gruppo musicale e associazione culturale, infatti, le radici dell’idea da cui trae origine sono più profonde e risalgono al 1991.

Un anno particolare, il 1991: anno in cui il nostro contesto socio-culturale si faceva testimone e protagonista di un evento tragico. Attraccava al porto di Bari la Vlora, direttamente dall’Albania dove era dapprima giunta carica di zucchero proveniente da Cuba e poi presa d’assalto dagli emigranti albanesi che ne costringevano il capitano a seguire la rotta per l’Italia. Un racconto di disperazione al limite dell’umano. Lo sbarco degli albanesi in Puglia è stato un episodio della nostra storia dalla portata esponenziale su diversi fronti, incluso quello culturale. Marziale, Piccolomini e Scagliola hanno prestato sin da subito particolare attenzione alla loro musica: intrisa delle influenze balcaniche e ricca di sonorità non ancora conosciute né sperimentate dai nostri musicisti.

L’attenzione per le sonorità dell’Est è propria dei tre capostipiti della Municipale Balcanica, ma è il filo rosso che unisce tutti coloro che si sono alternati nel tempo e che costituiscono oggi il gruppo della band. Un elemento imprescindibile e dalla portata massima, continuamente e costantemente rivisitato in una chiave molto pugliese e personale dai musicisti della Municipale Balcanica, “sempre pronti a far propri i messaggi e le melodie”, precisa subito Giorgio. Le influenze artistiche che riecheggiano maggiormente nei componimenti musicali della Municipale Balcanica provengono sia dal panorama musicale, sia da quello cinematografico, dall’estero così come dalla nostra amata Italia.

È così che con Giorgio Rutigliano iniziamo a parlare del musicista Bregovic, dei film di Emir Kusturica e dei Gogol Bordello, Shantel, Vinicio Capossela, Bandabardò, Modena City Ramblers e Folkabbestia. Dall’Albania e dalle sonorità proprie di questo popolo, i nostri musicisti hanno poi spostato l’attenzione sulle fanfare balcaniche, conoscendo così personalità musicali che pian piano entrano a far parte del DNA della Municipale Balcanica.

Da quel lontano 2003 la strada è stata davvero lunga, tanto che ad oggi nel loro storico annoverano oltre cinquecento concerti in tutte le parti del mondo. Il 2013, in particolare, li ha visti protagonisti dello scenario musicale mondiale, avendo suonato e portato la loro energia in Brasile, Austria e Francia, nonché, negli anni passati, anche in Slovenia, Germania (“Per un numero imprecisato di volte”, specifica Giorgio Rutigliano), e poi ancora Olanda, Bulgaria, Ungheria, Turchia, Portogallo. Basti pensare che il loro primo concerto all’estero risale al lontano 2004, quando la Municipale Balcanica si esibì a Stoccarda.

Come nascono i vostri brani musicali?

“Il nostro repertorio vanta sia brani con un testo cantato, sia brani esclusivamente strumentali. I testi sono quasi tutti a firma di Raffaele Tedeschi, il nostro cantante e chitarrista. Il lavoro prettamente musicale, invece, è un processo abbastanza democratico.
Ognuno dei componenti propone le proprie idee, che sono sempre punto di partenza per una rielaborazione a cui partecipiamo tutti attivamente e creativamente, a meno che l’idea iniziale non sia già rifinita con precisione e alla perfezione.

La maggior parte dei pezzi non è cantata: si tratta di brani strumentali, in cui prevale il linguaggio della musica, capace da solo di trasmettere emozioni e coinvolgere in modo esponenziale. Tutti i nostri pezzi nascono con l’obbiettivo di coinvolgere, unire, trasmettere gioia, diffondere armonia. Come compositori, il maggior apporto è dato da Piccolomini soprattutto; tra gli altri spiccano anche Nico Marziale e Raffaele Tedeschi”.

Esiste un messaggio forte contenuto in tutti i vostri brani?

Il messaggio interiorizzato e fatto proprio dalla Municipale Balcanica è quello di rendere la musica luogo d’incontro: ogni concerto è un luogo spettacolare in cui incontrare e incontrarsi. Quello che a noi interessa non è essere guardati dalla gente, non è avere addosso tutti gli occhi, non è essere puntati come rock star da venerare. Noi non vogliamo che la gente guardi il palco: desideriamo che ognuno rivolga lo sguardo a sé stesso e chi gli sta accanto, a chi gli è intorno.

Tutti devono guardarsi in faccia e far festa, mettendo da parte i pensieri e i problemi che inevitabilmente si hanno, per un paio d’ore
almeno. Tra le tappe delle vostre tournèe ritroviamo anche molti Paesi dell’Est, dove le sonorità dei vostri brani praticamente “tornano a casa”.

Come siete accolti in questi Paesi? Il pubblico è più attento e critico o lo spirito dei vostri brani trova un terreno più fertile?

“L’approccio dei Paesi dell’Est nei nostri confronti è connotato sempre da forte curiosità. Questo, per la Municipale Balcanica, si traduce in una sfida continua: una sfida vissuta in termini totalmente positivi e propositivi, con lo spirito proprio di chi vuol mettersi alla prova, impegnandosi al massimo per vedere poi cosa succede”.

E solitamente cosa succede?

Siamo sempre ripagati. (Mi risponde, Giorgio, con gli occhi che brillano e l’umiltà sul volto, ndr.) Quello che più ci piace, durante i concerti o nelle collaborazioni, è l’energia messa in circolo, da cui deriva una sinergia che sempre si ricrea. Questo è davvero motivo di orgoglio. Comunichiamo attraverso la musica, andiamo al di là della comunicazione verbale.

È un livello di comunicazione superiore. Dal palco diciamo qualcosa che va oltre le parole, che non si può rendere a parole, ed è bello veder tornare a noi tutto ciò attraverso l’energia e la vitalità del pubblico, il suo coinvolgimento, la sua partecipazione, il suo ballare, ridere, scherzare. Sono un dare e un ricevere simultanei, non filtrati, immediati, per questo autentici e dal potere incommensurabile”.

Oltre a farci conoscere sonorità nuove e abbattere le frontiere politiche per avvicinarci tutti e renderci davvero cittadini del mondo attraverso le note e l’energia che trasmettono, i musicisti della Municipale Balcanica collaborano con diversi istituti di cultura italiana all’estero, per esportare la nostra musica e la nostra cultura. Il loro repertorio, infatti, comprende anche pezzi italiani della musica e della canzone propri della tradizione del nostro Paese.

Fino ad oggi hanno inciso tre dischi: il primo (“Foua”) nel 2005, il secondo (“Road To Damascus”) nel 2008 e il terzo (“Offbeat”) nel 2012.
Nel 2013 hanno vinto un concorso indetto da XL, il mensile di musica e spettacolo de la Repubblica, realizzando così un videoclip. Tra tutti quelli del proprio repertorio, per la realizzazione del videoclip hanno scelto “Giugno 1917” un brano cantato in cui si affronta una tematica a loro cara e vicina, quale quella dell’amore senza limiti.

Il testo della canzone narra di un soldato partito al fronte durante la prima guerra mondiale, innamorato e costretto dalla guerra a separarsi dalla persona amata, ma non dal sentimento, che vive attraverso lettere scritte. Nella resa filmica del videoclip hanno scelto due protagonisti particolari per questo amore, che viene così declinato in una chiave progressista ed emancipata: guardare per credere con semplici click su Youtube, cercando il brano intitolato “Giugno 1917”.

Abbiamo continuato a parlare, io e Giorgio, di libri, biografie e autobiografie di artisti diversissimi, di tatuaggi, amore e atteggiamenti della nostra società, o anche solo degli utilizzi linguistici che denotano come nel 2014 siamo progressisti ed emancipati solo a livello teorico. Non è un caso, infatti, se distinguiamo ancor oggi l’amore con aggettivi che rivelano l’identità sessuale degli amanti. Intanto il nostro pomeriggio insieme per quest’intervista volge al termine e a me resta solo da porre la domanda più difficile: quella sui progetti futuri, per molti artisti un tabù quasi, tra riserbo e scaramanzia.

Ho provato comunque a rubare qualche novità. Durante questa prima metà del 2014 hanno registrato un progetto parallelo, e oltre ciò Giorgio non si pronuncia, mantenendo un rigorosissimo silenzio stampa, incorruttibile persino con tentativi di indovinare da parte mia, ovviamente tutti mal riusciti. Enorme l’effetto suspance creato, prima di tutto in me. Le novità non si fermano a questo progetto top secret: pensano già al prossimo disco, e questo significa che la Municipale Balcanica ci sorprenderà per ben due volte nel corso di questo anno.

L’unica anticipazione che riesco ad avere dal nostro bassista è che questo nuovo disco avrà una direzione totalmente nuova. “Vediamo che succede, anche qui, come sempre. È la nostra parola chiave”, conclude Giorgio Rutigliano. E io proporrei allora di lanciare un hashtag #vediamochesuccede, tutto a sostegno della Municipale Balcanica. Sicuramente cose belle, per far festa e dimenticare tutto, anche solo per due strepitose ore.

© Luana Lamparelli 2014

Intervista pubblicata il 30 Maggio 2014 nella rubrica “Ars Artis”. Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it

Prospettive, Giuseppe Tangorra si racconta e ci racconta la sua fotografia. Non chiamatelo fotografo

Spalle larghe, sorriso sincero, sguardo intenso. Poche parole: precise, misurate, inequivocabili.

Un’arte: quella di guardare il mondo e catturare il bello che altrimenti sfuggirebbe inarrestabile, come sempre, per la distrazione, per la fretta, nell’alienato camminare in cui spesso ci perdiamo.

Un nome: Giuseppe Tangorra, un fotografo.

«Se mi chiami fotografo, intendi che sono arrivato all’apice, quel punto di arrivo oltre il quale non si può andare. Se mi sentissi fotografo, non avrei più niente da cercare», mi dice. Seduti al tavolo del bar di un paese non nostro, sorrido a sentir parlare di apici e non-definizioni: vagamente mi ricordano qualcuno, e più d’uno. «Come ti definisci, allora?». «Mi definisco nel modo più brutto: un ragazzo con la macchina fotografica».

Intanto il prossimo 14 Luglio Giuseppe Tangorra inaugurerà la sua nuova mostra, esponendo gli scatti di Capurso che lavora. Un progetto artistico che, nato a Benevento e per Benevento, è stato reso difficile dalla vastità della città. Ma ci vuol poco perché torni fuori dal cassetto: una sera, un giro in auto per le strade di sempre, il desiderio di far qualcosa per il proprio paese. L’obiettivo è la valorizzazione dell’altrui lavoro attraverso il filtro della macchina fotografica.

«Per il piacere di dare e restituire piacere a chi lavora, in un momento di grosse difficoltà che ben conosciamo», precisa Giuseppe Tangorra. Si tratta, come mi spiega subito dopo, anche e soprattutto di regalare un momento storico alla memoria del tempo del proprio paese. «Molte attività da qui a dieci anni non ci saranno più, se ne perderà traccia perché non vi è chi possa continuare la tradizione dei piccoli artigiani. Guardando questi scatti si potrà vedere la Capurso che siamo oggi e che eravamo domani, con i nomignoli e i soprannomi che molti commercianti hanno, per la tradizione e per la familiarità proprie dei piccoli centri. Quelle piccole cose che rimangono solo nelle cittadine. Siamo da invidiare».

Capurso che lavora è il prossimo di molti progetti artistici già esposti in mostra, molti dei quali si possono ammirare e apprezzare tramite il sito internet.

La fotografia di Giuseppe Tangorra è quella di chi ha la passione innata e scoperta grazie a una semiautomatica lasciata in giro per casa e al desiderio di sentire quel click tanto affascinante e appagante. Il suo viaggiare lavorando, come ama definirlo, ha poi trasformato questa passione in mestiere, e il mestierante in un professionista sempre più competente.

È, la sua, una fotografia che racconta di paesaggi, di volti, di enigmi celati in luoghi-non-luoghi, e dell’abbandono. L’abbandono come difficoltà di comprensione e accettazione cui la condizione di abbandonati induce; una sublimazione del dolore attraverso la forma artistica che meglio parla di sé, che meglio può riconciliare con la parte di sé ferita. La forza propulsiva della bellezza dell’abbandono: questo è alla base del suo primo grande lavoro avviato qualche anno fa. Il suo vero obbiettivo, però, è negli occhi. Gli occhi che ricerca, gli occhi che fotografa o che –volutamente- lascia che gli sfuggano. È, il suo, quasi un fissare eterno dell’immagine colta tra un battito di ciglia e l’altro, tra un passo e l’altro, tra il vivere dinamico e il dinamismo che ci vive intorno. Il bianco/nero predomina e guida, nella lettura dell’immagine catturata e rivelata all’osservatore.

Inevitabile chiedergli perché la scelta del bianco/nero (b/n).

«Perché sono daltonico», mi risponde ridendo. Poi, facendosi serio, racconta: «Non fotografavo in b/n finchè non ho incontrato un grande fotografo che mi ha insegnato tanto, a cui sono molto legato, quasi da un rapporto di fratellanza: Domenico Tattoli (ndr). Un giorno mi disse: il colore crea confusione; il b/n, invece, basandosi su ombre e luci, ti mostra la realtà. Queste sue parole sono state folgoranti per me, mi sono immerso subito nello studio del b/n, delle ombre, delle luci. Ho scoperto così che, se scattavo in b/n, vedevo me stesso nelle foto, quello che ero al momento dello scatto e quello che sono. È per questo che nel mio b/n c’è poco contrasto: cerco di liberarmi dai miei contrasti interiori».

Gli scatti di Giuseppe Tangorra possono essere analogici o digitali, ma -da buon professionista amante del suo mestiere- mi conduce (riportandomi, in verità) nella magia dell’analogico attraverso le parole che usa per descrivere l’emozione del veder nascere la foto, momento dopo momento, nella camera oscura, quel luogo sconosciuto ai più, fatto di acidi, vaschette, tempi di attesa e manovre precise per ogni risultato desiderato o sperato, dove l’immagine si compone sulla carta fotografica bianca istante dopo istante, sfumatura dopo sfumatura. Un luogo dove si imparava a veder nascere l’immagine e dove si temprava la capacità di attendere, di pazientare, e dove molti fotografi ancora fanno vivere e rivivere l’arte della fotografia lontano dalle tecnologie d’avanguardia e dall’immediatezza della camera chiara che il digitale ha edificato.

«Nella camera oscura ci sei veramente e soltanto tu, mentre nella camera chiara ci sei tu attraverso la macchina, è tutto filtrato da interfacce e programmi», sottolinea Giuseppe Tangorra. «Anche per me è un’esperienza nuova e da scoprire passo dopo passo. A introdurmi e affiancarmi nell’acquisizione di competenze e tecniche di sviluppo c’è sempre Domenico Tattoli, grande esperto di fotografia, amico impareggiabile».

Ho voluto sottoporre al nostro fotografo degli spunti di riflessione, in realtà provocazioni.

«Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere», Henri Cartier-Bresson, grande fotografo famoso in tutto il mondo, ha dichiarato ciò. Come commenti?

Emerge un Giuseppe Tangorra concorde con il grande fotografo fondatore della Magnum Photos, l’agenzia fotografica nata nel dopoguerra e divenuta famosa in tutto il mondo per i suoi connotati quasi sovversivi, indubbiamente innovativi e altamente valorizzanti la figura del fotografo professionista, ma solo per quello speciale allineamento di mente, occhi, cuore. Perché subito dopo affiora prepotente il suo essere contrario agli eccessi in generale: non condivide l’essere troppo rigoroso rispetto alla tecnica, «perché altrimenti perdi il vero valore della fotografia, non racconti più alcuna storia, alcuna emozione, alcun evento. Hai guadagnato e preso il bravissimo, ti porti a casa i complimenti, però intanto perdi la poesia della realtà», mi dice forte, animato dall’intensità emotiva che accompagna questo suo pensiero. «Personalmente sono attento al carpe diem della fotografia già visualizzata nella mia mente, piuttosto che a tutti gli elementi della composizione».

«Ricordalo. Ogni cosa che vedi guardando in basso, sulla lastra di vetro della tua Rolleiflex, è la realtà –le cose come sono. La fotografia è ciò che tu deciderai di farne di tutto questo». George Rodger.

«Quello che dichiarò Rodger praticamente nel secolo scorso è verissimo soprattutto oggi, ora che tutti hanno la mania degli scatti fotografici. Dare valore alla realtà è la vera differenza tra un fotografo e un ragazzino che scatta per la condivisione sui social», risponde duro Giuseppe.

Terza provocazione: tu hai un gruppo numeroso e solido con cui organizzi uscite per scatti e progetti, siete numerosi, dei veri professionisti, anche se nella vita alcuni di voi si occupano di tutt’altro, professionalmente parlando. Cconosco le vostre opere, so come lavorate. Se creassi un parallelismo tra voi e quel bel gruppo che mise su la Magnum Photos, come la metteresti?

Ride, accompagnando così il sorriso partito sul mio volto a fine provocazione.

«Più che dei grandi fotografi di Magnum Photos, io parlerei di Amici miei, il film, per tutto quello che combiniamo durante le uscite, in viaggio, durante i sopralluoghi e gli appostamenti per i nostri scatti».

Perdere uno scatto. Perdi uno scatto. Cosa significa, come reagisci, come ti consoli?

«Sono sempre attento a non perdere scatti, ma se lo perdo, è perché non mi sarebbe servito, e non dire che faccio il figo!», ride, si prende e mi prende in giro, poi torna serio, professionale direi. “Mi innervosisco e fumo una sigaretta. Perdere uno scatto, anche uno solo, alle volte può significare perdere una storia intera, perché questo è il potere evocativo di uno scatto fotografico. Uno scatto non realizzato è un reportage mancato. Se sbaglio è perché non sono un fotografo. Ho molto da imparare».

I ritratti, dopo i luoghi dell’abbandono, No man’s land, fanno parte del tuo lavoro, e hai parlato degli occhi che cerchi di fermare attraverso i tuoi ritratti. Credi che gli occhi attraverso la macchina fotografica possano mentire?

Sì. Fotograficamente parlando, siamo in un periodo in cui la foto non mostra più la realtà così come è, ma una realtà illusoria. Oggi possiamo mentire anche con gli occhi. Nel periodo storico in cui viviamo, gli occhi non sono più lo specchio dell’anima. I ragazzi che ci girano intorno si mostrano sicuri di sé,vestono alla moda, frequentano locali e ambienti come fossero viveur, ma cosa c’è dentro loro, dietro i loro sguardi che vogliono sembrare così altisonanti?

Se la fotografia avesse un volto…

«Sarebbe il volto di una lei, una lei che esiste davvero».

E su questa “lei” è meglio non indagare. Perché a brillare particolarmente, ora, sono gli occhi del ragazzo che mi è di fronte, al di là della macchina fotografica. Occhi che non mentono.

© Luana Lamparelli 2014

Intervista pubblicata il 16 Maggio 2014 nella rubrica “Ars Artis”. Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it

Il progetto di tre ragazzi che hanno reso Bari set per una produzione cinematografica innovativa

Sinapsi. Il cinema nasce per strada, ma non per caso

Punto di contatto funzionale tra cellule diverse, connessione, trasmissione: sinapsi. Chimica. Solo chimica? No, non solo, non più.

C’è una nuova realtà contenuta nel nome “sinapsi” e merita la lettera maiuscola, oltre alla nostra partecipazione attiva e consapevole, come attori e come spettatori. E lo schermo cinematografico, sì, pure quello.

Sinapsi: è questo il nome di un grande progetto di cinema dal basso che giunge ora alla fase finale. La sfida è mettere in connessione tra loro persone che altrimenti non si sarebbero mai conosciute creando fra esse legami, in una città caotica e dispersiva quale Bari, e non attraverso le piazze virtuali dei social network, bensì attraverso un mezzo molto più “vecchio”, sempre affascinante e ambito: il cinema. Quasi a caso, ma non per caso. Sono queste le premesse fondanti e fondamentali di Sinapsi, che intende utilizzare l’esperienza di tutor professionisti unitamente all’esperienza di gente che nella propria vita svolge lavori lontani dai riflettori e diversi dai mestieri prettamente artistici, ma appassionata di cinema, fotografia, competente nel montaggio, nella regia, nella sceneggiatura e non.

Nasce nel 2013, quando tre giovani baresi strutturano adeguatamente un’idea iniziale in un progetto che presentano a Principi attivi. Vincenzo Ardito, Ilaria Schino e Andrea Sgobba: nella vita si sono incontrati benché si occupassero di tutt’altro. Vincenzo Ardito ha una vita professionale che si divide tra regia e laboratori cinematografici, oltre ad essere attore; Ilaria Schino è un’educatrice; Andrea Sgobba si occupa di promozione eventi e spettacoli.

Il progetto, presentato a Principi Attivi, si articola in tre diverse fasi: scendere in strada con un vero e proprio tour per far conoscere i propri intenti e trovare candidature è il primo step, a cui seguono selezione e start up per il lavoro più impegnativo e importante: scrivere la sceneggiatura di un film e realizzarlo. Tutto “da soli”, Niente professionisti, niente grandi produzioni o cast cinematografici.

È il 7 Marzo 2013 quando giunge la risposta da Spiriti Bollenti: il finanziamento c’è, Sinapsi diventa realtà.

Il successivo 28 Settembre, lo start up.

Un lancio importante, strumenti diversi per sensibilizzare la gente di tutti i giorni, informarla e far conoscere il progetto. Si cercano candidature, ne arrivano oltre duecento. A raffiche, interviste agli aspiranti protagonisti del film in tutte le sue fasi, colloqui e selezione. Il criterio di selezione utilizzato è semplice ma fondamentale: il desiderio di mettersi davvero in gioco con una motivazione strettamente personale, unitamente alla voglia di novità. Sessanta è il numero vincente: sessanta persone incontrate per strada entrano a far parte del progetto, iniziano a lavorare.

Sessanta persone che non si conoscono, con una vita che procedeva distante da simili progetti o ambizioni. Fanno tutti sul serio. Saranno loro i protagonisti attivi dello step successivo: divisi in diversi gruppi, lavoreranno su diversi fronti per inventare la storia da raccontare, buttar giù la sceneggiatura, mettere su il set, erigere la produzione cinematografica tutta.

Si incontrano dopo il lavoro, dalle 18.00 alle 20.00: il banchiere, il poliziotto, la casalinga, lo studente, il disoccupato. I fuori sede ritardano il regolare appuntamento col treno per tornare a casa, la Mediateca regionale e L’officina degli esordi –due importanti contenitori culturali attivi per la città di Bari- offrono i loro spazi a Sinapsi per poter lavorare in ambienti congeniali e confortevoli.

Siamo ormai a Maggio, un mese delicato per il progetto: è la parte finale del lavoro, la più pressante, come per tutti i progetti artistici.

Ho incontrato personalmente Andrea Sgobba, a Bari, per farmi raccontare questa bella esperienza. Con lui, Martina Melilli, filmaker e artista visivo unitasi alla squadra originaria in un secondo momento. È lei, Martina, a realizzare e curare i filmati che testimoniano le diverse fasi di realizzazione attraverso le voci dei partecipanti: un vero e proprio “dietro le quinte” del percorso maturato sino ad oggi che racconta e mostra come si è lavorato, come si sta lavorando, come è nata la storia che poi vedremo sugli schermi, come la sua sceneggiatura, come la sua fotografia e le sue riprese, o la preparazione per le singole scene.

“Si tratterà di una vera e propria web serie sul dietro le quinte”, mi racconta Martina.

Chiunque potrà seguire l’operato e l’evolversi di questo meraviglioso viaggio chiamato Sinapsi direttamente sul sito, www.sinapsi.it, dove da qualche giorno si può vedere il primo “episodio” di questa realtà. Un ritratto dal vero, quasi, considerando i tagli e il montaggio.

Conversando con Andrea e Martina scopro molte curiosità, come quella dei tweet, ovvero 140 caratteri per dare il proprio contributo all’incipit dell’opera, alcune storie nella storia sui diversi candidati e aspiranti a Sinapsi, o la soddisfazione di vedere il gruppo di lavoro stringere relazioni di amicizia al di là del progetto stesso.

Come mi racconta Andrea Sgobba, un obbiettivo intermedio del progetto era esattamente quello di   costruire relazioni attraverso il mezzo filmico che andassero al di là del progetto stesso. “Un obbiettivo fortemente raggiunto”, mi dice, “tanto che alle volte siamo noi ideatori che dobbiamo frenare le proposte di incontrarsi anche al di fuori delle fasi progettuali.”

Quello che mi affascina particolarmente è la capillarità del progetto, peculiarità indubbiamente prevista sin da subito: essendo un progetto che si fonda anche sul crowdfunding, chiunque può contribuire economicamente in qualsiasi momento e ognuno vedrà riconosciuto il proprio impegno: chi potrà vedere il film in anteprima, chi potrà partecipare a una festa che si terrà davvero e durante la quale saranno girate delle riprese per il film, chi potrà ritrovarsi nel film come comparsa, o nei titoli di coda tra i ringraziamenti.

Ho chiesto ad Andrea Sgobba qualche anticipazione sul film.

“Per ora il film ha un titolo provvisorio”, racconta Andrea. “Al suo interno vi sono tre storie. La prima narra di una coppia che si sgretola perché lui decide di trasferirsi al nord come ricercatore di un’azienda. La seconda racconta di un protagonista che, dopo 12 anni, torna al Sud, al suo paese d’origine, per realizzare il sogno di una vita: un bar; sarà una decisione legata a ricordi molto importanti che lo spettatore scoprirà man mano che le storie si riveleranno. Infine, la terza storia si incentra su una madre e sul rapporto simbiotico col figlio più piccolo, all’ultimo anno di scuola media superiore, col desiderio segreto di diventare fumettista. Storie senza nessun punto di contatto tra loro, inizialmente: nessuno dei protagonisti conosce gli altri, eppure a un certo punto le loro vite si intrecceranno. Sarà interessante scoprire come e quali dinamiche ne nasceranno.”

Bello è anche ascoltare i racconti su alcuni aneddoti. “È stato simpatico ricevere il post di qualcuno che voleva corromperci con le orecchiette fatte in casa dalla nonna, Prendete me e ve ne faccio fare tante!, ci ha scritto una volta un tizio. Questo dimostra come essere nella macchina creativa costituisca ancora una fortissima attrazione. Ci ha fatto piacere constatare come ognuno abbia deciso di dare il proprio contributo ridimensionando il proprio narcisismo e il proprio orgoglio. Molti sono i cinefili preparati e competenti, ma nessuno di loro si è imposto per occuparsi della regia o della fotografia, ognuno ha lavorato per tutto quello che c’era da fare e curare”, continua Andrea.

Per quel che mi riguarda, Sinapsi si pone nel nostro contesto storico e contingente come un esempio eclatante di cittadinanza attiva e sensibilizzazione alla sensibilizzazione verso tutti, oltre che essere un contenitore per imparare qualcosa e mettersi in discussione, imparare a collaborare e lavorare in gruppo. Sensibilizzazione alla sensibilizzazione: un gioco di parole? No, di più, molto di più. Perché, quando ci sono persone che lavorano con serietà e umiltà, qualunque associazione di parole che possa sembrare gioco sarà in realtà il significante di contenuti altri, certamente grandi e importanti, a partire dai valori che chiama in causa e dai legami che crea. Come vere sinapsi, in questo caso.

Sinapsi: la sinergia dinamica di chi vuol collaborare per realizzare qualcosa di più grande, quasi un’apertura delle monadi che siamo nei tempi odierni. Come non aspettare di vederli sul grande schermo?

© Luana Lamparelli 2014

Intervista pubblicata il 2 Maggio 2014 nella rubrica “Ars Artis”. Seguila in anteprima esclusiva sui portali barilive.it, tranilive.it, coratolive.it, ruvolive.it, terlizzilive.it, giovinazzolive.it, bitontolive.it