The Acoustic Guitar Project. In Italia grazie al liutaio Paolo Sussone

Per un attimo provate a pensare a un giro di note pizzicato sulle corde di una chitarra sconosciuta. Ora pensate che questa chitarra passi tra altre mani, anch’esse sconosciute, perché ognuno faccia la sua parte. Immaginate che insieme alla chitarra, su cui i nomi di chi la suona si fanno sempre più numerosi, viaggi anche un registratore, dove resterà traccia di tutte le diverse melodie.

Immaginate per un attimo che non c’è nessuna competizione, nessuno show legato al business, ma solo lo spettacolo della passione per la musica che unisce. Impossibile – vero? – vista l’epoca in cui ci troviamo. Sorridete disincanti davanti a un’idea del genere.

 

E invece vi sbagliate.

Perché quello che vi ho appena descritto è realtà.

 tagp

Tutto è nato a New York: David Adams ha messo davvero la chitarra tra le mani della gente e fatto camminare l’idea, che ha viaggiato per il mondo: Nuova Delhi, Tel Aviv, Los Angeles, Bogotà, Sidney… Sono più di trenta le città. Poi è giunta anche in Italia.

Genova, 8 Novembre e 6 Dicembre 2014.

Adesso la chitarra torna a suonare i sogni di cinque nuovi cantautori. Questa volta il palcoscenico è a Milano.

Tutto merito di un liutaio genovese che nessun ostacolo può fermare, quando decide che qualcosa di bello davvero deve essere realizzato.

Si chiama Paolo Sussone, classe 1979, ed è il nuovo ospite di Ars Artis.

 

Paolo sussone Foto
Paolo Sussone nel suo laboratorio di liuteria

 

 

L.L. Come sei riuscito a scoprire il progetto di David Adams, “The acoustic guitar project”?

P.S. Tutto è partito dalla mia attività di liutaio e dalla mia passione per la musica: cercavo qualcosa che mettesse luce contemporaneamente su entrambe, ma non in modo autoreferenziale. Volevo realizzare qualcosa che creasse una rete, che “sintonizzasse” tra loro persone estranee ma con un sentire comune. Desideravo realizzare non un progetto, ma un valore. Avevo un’idea, ho cercato su Internet, finchè non ho trovato la mail di Adams all’interno di un gruppo: cercava liutai che ospitassero il suo progetto in tutto il mondo. Era il 2013. Ci siamo sentiti, ho proposto Genova come fulcro italiano del format. È andata così, tutto è partito così.

 

L.L. La chitarra protagonista di questo progetto: è una delle tue opere?

P.S. In realtà è una chitarra con una storia tutta sua. Nel 2014 (anno della prima edizione italiana di “The acoustic guitar project”, ndr) non c’era tempo per realizzarne una ex-novo. Così ho subito pensato alla vecchia chitarra malmessa che tutti usavamo su, in un vecchio forte adibito a sala prove.  Dopo tutti quegli anni, però, era davvero malconcia, anche perché nessuno la curava o se ne serviva da parecchio. L’ho restaurata ed è stato bello regalarle una nuova vita. Anche quest’anno è lei la chitarra protagonista del progetto.

 

L.L. Dietro ogni sogno, mille sfide, di sicuro degli ostacoli. Quali difficoltà pensavi inizialmente che avresti incontrato, e quali invece hai realmente incontrato in itinere?

P.S. Inizialmente, dopo aver concordato il tutto, ho temuto che fosse una cosa più grande di me. Volevo che fosse un progetto di qualità, altrimenti non ne avrei fatto più niente. Non avevo contatti, soprattutto mi mancavano riferimenti per l’organizzazione dell’evento. Ho riflettuto sul fatto che richiedesse una competenza, un’esperienza, che non possedevo.

Una sola cosa però era chiara: volevo creare valore per ogni singolo aspetto,  per il progetto in sé, per la musica, per la città di Genova.  Poiché la buona  qualità non esiste senza valore,  ho coinvolto tutti i soggetti e le realtà del mio territorio, tutti professionisti competenti ma attenti. Ho contattato le realtà giovani che possedevano, oltre alla professionalità, un alto valore umano.

Il concetto americano prevedeva che ogni musicista si esibisse solo per il singolo brano scritto nella settimana a disposizione. Io ho voluto dar valore anche ai musicisti, così ho pensato di “personalizzare” il format: ogni musicista, già dalla prima edizione del 2014, si presenta al pubblico, nella serata del concerto, con tre pezzi anziché uno, e in più porta con sé un ospite che lo accompagni con un altro strumento nell’esecuzione di un brano.

Insomma, è stato tutto molto impegnativo, molti sono stati gli ostacoli anche nella messa in opera, ma affrontati con le persone giuste son diventati sfide, e le abbiamo vinte tutte.

È stato meraviglioso averne il riscontro nell’energia che si è creata a Genova, tra le persone che hanno collaborato, il pubblico che ha partecipato attivamente, il concerto che pulsava di una forza tutta sua, capace di imprimere gioia.

 

L.L. Una di quelle gioie che di sicuro resta ben impressa e te la porti a casa, la sistemi tra i ricordi migliori, ogni tanto la condividi con gli altri “compagni di viaggio”. Anche quest’anno c’è la collaborazione dell’associazione culturale genovese “The musical box”?

P.S. Sì. Si tratta di un’associazione fondata da amici, eravamo quelli che da ragazzini nutrivano il sogno della musica. Poi siam  diventati grandi e ci siam detti “Va bene i sogni, ma adesso diamoci da fare”. È nata così la nostra sala prove in un edificio industriale. È stata la prima occasione per testarci nel lavoro, per metterci davvero alla prova.

 

L.L. Cosa ti piace di più di questo progetto che viaggia per il mondo?

P.S. Hai provato a curiosare sul sito ufficiale? C’è da restare meravigliati davvero per come la musica sia interpretata nelle diverse parti del mondo! Unisce le diversità pur mantenendole, ecco cosa fa per me questo progetto, questo passarsi la chitarra l’un l’altro.

 

Per conoscere i cantautori, le città che hanno ospitato il progetto, guardare le foto, ascoltare i brani, potete curiosare sul sito www.theacousticguitarproject.com.

Se siete a Milano, non vi resta che conoscere David Adams, giunto direttamente da New York per questa seconda edizione italiana del suo progetto, e i cinque cantautori che si esibiranno questa sera alle 21.30 sul palco della “Salumeria della musica”, questa sera.

Ovviamente non mancherà Paolo Sussone, l’artefice di questa bellissima “importazione” artistica, la mente brillante che non solo ha permesso all’Italia di diventare parte attiva in un così bel progetto, ma ha creato plus-valore per tutti.

 

“One guitar, one week, one song”, dice il motto di “The acoustic guitar project”.

Una chitarra, una settimana, una canzone. E un sogno fatto realtà, aggiungo io.

Le storie belle sono fatte di persone straordinarie.

 

DimmiCosaCiVuole

#DimmiCosaCiVuole: apro Twitter, leggo tra gli hashtag di oggi.

Dimmi cosa ci vuole, mi ripeto, e subito penso che non è una domanda facile così come vuole apparire.

Sono un’ottimizzatrice: via il superfluo, si tiene solo quello che davvero serve. Vorrei riuscire a vivere con pochi oggetti (fatta eccezione per libri e dischi), per questo compro solo quello che serve davvero ed evito soprammobili od oggetti che il mercato vuol imporci spacciandoceli come “essenziali”.

Essenziale, poi, cos’è? Cosa è davvero essenziale?

Ecco che pian piano il senso più profondo della domanda, Dimmi cosa ci vuole, prende forma, poco alla volta.

Escluso il mondo materiale, ho iniziato a cercare tra i valori, ma i valori sono tanti. Come restringere il campo? Ci vuole una parola, una sola -mi son detta-, che sia bussola d’orientamento, parola cardine di tutti i discorsi possibili; una parola, una sola, che ben custodisca il senso del cercare e dell’operare dell’uomo, nei diversi contesti; una sola parola capace d’essere principio e fine insieme della ricerca dell’uomo. Una parola nemmeno troppo complessa, perchè se è quello che davvero ci vuole, deve essere anche qualcosa a portata di tutti, minimo comune denominatore e massimo esponente in un solo istante. E deve essere una parola intensa al tempo stesso per il bambino e per l’anziano, traducibile in tutte le lingue e appartenente allo stesso modo a tutti i codici linguistici. Una parola motore e catalizzatore, per l’uomo comune e per il super-uomo, per la donna semplice e per quella emancipata, per la femminista e per l’antifemminista, per il manager e per chiunque faccia qualsiasi lavoro, per la donna in carriera e per quella che se ne sta in pantofole sul divano. Per chi sta bene, e per chi sta male. Per chi soffre e per chi s’impegna davvero per chi soffre. Quindi una parola che contenga anche la chiarezza dell’agire e del parlare, la semplicità e la cordialità, il senso di umanità e di reciprocità, di rispetto e di impegno per sè e gli altri.

Ecco allora che capisco. E sorrido.

Questa parola ce l’avevo in tasca, è stata la parola che ho dedicato a tutti per  questo nuovo anno.

Dimmi cosa ci vuole: ci vuole una parola sola, bellezza. Che è insieme la più difficile da comprendere, vivere e declinare nei nostri giorni. Che è la parola che possiede in sè l’etica, la responsabilità e l’estetica dei valori.

Nel mondo ci vuole bellezza, e nella vita di ognuno di noi pure.

Che ve ne sia tanta, dunque, e che sappiate riconoscerla sempre. Non solo per quel che riuscite a cogliere, ma anche per quel che -vostro malgrado- perderete.

E credo anche che questa parola meravigliosa, per poter essere ammirata e realizzata davvero, richieda anche il sacrificio di mettere un po’ in ombra – se non da parte – il proprio io.  Per scriverla meglio.

Luana

 

bellezza

 

 

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#LezioniDAmore

Direttamente dai miei post su Twitter per il primo esperimento di filosofia sul social indetto da “ilSole24ore-il Domenicale”. Tema: l’amore. Per questo viaggio tra citazioni, poesie, pensieri, un solo hashtag di rito: #LezioniDAmore.

È bello vedere come un solo hashtag diventi il portavoce di mille pensieri, mille menti diverse che puntano a un unico cosmo: l’amore, appunto. Anzi, scusate: l’Amore, con la A maiuscola, adesso va bene, sì. Il sentimento che si fa orizzonte, stella polare; che apre su infiniti pensieri, che si fa balsamo, arcobaleno, e che, come un’altalena di emozioni, ora lascia il vuoto nella pancia, ora regala l’ebbrezza del vento che carezza il volto. Consapevoli siamo sempre di quel vortice che ci risucchia le viscere quando la direzione dell’oscillazione cambia, e ce lo ricordiamo davvero quando siamo su, nel punto più alto, coraggiosi e gioiosi?

 

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Platone. Tramite Twitter. Con furore.

Houston, abbiamo un problema! Uno serissimo, giuro.

Tramite Twitter, in un giro di post – repost – tag – risposta – aggiunta ai preferiti – e così via partito da un mio semplice “Sono in ritardo?”, son giunta a leggere un articolo che hanno inserito in una risposta a me quelli del Sole24ore Domenica. E cosa ho scoperto? Che Platone non  vedeva di buon occhio i poeti perchè li considerava un grave danno per l’educazione. TI RENDI CONTO? Io scrivo poesie, oltre a racconti e romanzi e articoli vari, e sono pure soprattutto educatrice. Come la mettiamo? Non posso nemmeno prenderla con filosofia, capisci?

(Platone al Liceo e all’Università non me li aveva rivelati, questi dettagli catastrofici.)

Se nel cuore della notte, ricordando un pomeriggio.

Houston, dove è cominciato tutto ciò?

L’idea di parlare a un pubblico, intendo: a persone che non posso guardare in faccia, come invece accade solitamente, e di estendere quel che penso e che dico, partendo dal presupposto che nessuno possa esservi interessato, al di là di chi magari già mi conosce.

Le presentazioni dei miei romanzi mi regalano sempre grandi emozioni: perchè rivedo gente che non vedo da tempo e che vi partecipa per salutarmi, vedo i lettori, li conosco, gli stringo la mano. Parlo finalmente con chi mi segue, che vien lì per ascoltare quel che ho da dire. Son tanti, ogni volta lo scopro con sorpresa. Ma io perchè scrivo un blog, un sito internet? Avevo promesso a me stessa che non l’avrei avuto mai, perchè oggigiorno scrivono tutti, siamo nell’era dei social dove si fa a gara a chi fa prima click. Però poi ho deciso di cambiare idea.

Tutto iniziò un pomeriggio dello scorso anno. Era un sabato di maggio, avevo del tempo libero, una casa tutta per me. Andai a far la spesa, in quel pomeriggio che non scoppiava ancora di caldo insopportabile. Mi piace far la spesa: scegliere gli ingredienti e i prodotti, andare dai negozianti di fiducia, scambiare una chiacchiera cortese con loro, guardare, sorridere, ascoltare; aggirarmi per gli scaffali curiosando tra le spezie e tutto quello che non conosco. Quel pomeriggio lì mi chiesi: “Cosa non prepari da tempo?”. Una domanda, alle volte, può essere un varco, uno spiraglio che pian piano si allarga e ci fa guardare a qualcosa che avevamo dimenticato. Da tempo non preparavo cene, di quelle dove prepari antipasti, primi, secondi, e così via, con candele, musica in sottofondo, risate e chiacchierate degli invitati che si fanno più distese man mano che il vino diminuisce. Dolci. Soprattutto da tanto non preparavo dolci. Un tempo ne preparavo moltissimi: per la colazione, soprattutto. per la domenica, per compleanni e feste in casa. Era un bel modo di prendersi cura di sè e di festeggiare momenti che ritenevo importanti. Poi tutto finì. Finì e io cambiai tutto della mia vita, prima di tutto il mio status, con un colpo che lasciò di stucco. Chiudere una storia talvolta,  piuttosto che un voltar pagina puro e semplice, è un voltare le spalle a sé stessi, alla parte di noi più legata a quello stile di vita che (volenti o nolenti) dobbiamo cambiare. Per la prima volta nella mia vita, spaventata e determinata insieme, scegliendo di chiudere quella storia decisi quel che volevo per me, tra pagine nuove in cui io stessa non sapevo bene chi fossi.  Dovevo conoscermi e scoprirmi, misurarmi e confrontarmi, non solo con nuove persone, nuovi colleghi, nuovi amici, ma anche e soprattutto con le mie ambizioni di sempre, con i sogni sempre accantonati perchè c’erano mille altre cose da fare, con le mie capacità e i miei limiti, per lavorare davvero su me stessa. Ho cambiato paese: la scelta più celere per scoprire le risposte autentiche a tutti gli interrogativi che mi ponevo. La scelta più ardua anche per non avere nessuno su cui contare: se dovevo sbagliare, volevo farlo con la mia testa; se dovevo imparare in fretta, volevo sbagliare e porvi subito rimedio, senza poter contare su nessuno. Una sfida. A tratti mi è sembrata enorme e insormontabile. Poi, col tempo, pian piano, tutto si è ridimensionato. E’ stato in quel periodo che mi è giunto un invito: scrivere un racconto su commissione. Avevo i tempi stretti e il lavoro a scuola mi teneva in un’aula anche fino a sera. Avevo però anche chi non mi permetteva di lasciarmi sfuggire quell’occasione: era una donna che insisteva, a scrivere quel racconto dovevo essere io. Allora non lo sapevo, ma quello era l’inizio di tutto. Da lì è nato Giardini senza tempo. Mentre lo scrivevo, conoscevo nuova gente del paese in cui mi ero trasferita. Mentre lo rivedevo e lo ultimavo, iniziavo a salutare la gente per strada e a fermarmi con loro per un saluto più cordiale. Mentre lo pubblicavo, in piena estate, redigevo una raccolta di poesie e iniziavo a mettere ordine tra i racconti del secondo, a prendere appunti per il terzo, e poi ancora altri appunti per un nuovo… Ho perso il conto delle storie che ho da scrivere, così come delle serate e dei viaggi. Ho perso il conto delle presentazioni che ho già tenuto, di quelle che son saltate per motivi logistici, delle mani che ho stretto con l’umiltà di chi deve dire prima di tutto grazie. Ho perso il conto dei sorrisi, delle parole belle dettemi guardandomi negli occhi e di quelle che mi son state scritte tramite e-mail, delle risate che mi son fatta ironizzando con i miei amici sui personaggi inventati e le loro storie. Insomma: mentre lavoravo per dare avvio a un nuovo percorso, la mia vita cresceva, prendeva una nuova forma, si riempiva di colori. Vedi, Houston, realizzai tutto ciò l’anno scorso, mentre mi aggiravo tra gli scaffali di un supermercato. Con quella sola domanda, “Cosa non preparo da tempo?”, mi resi conto che avevo fatto molto per me stessa: la mia qualità della vita era notevolmente cambiata. Adesso avevo realizzato il sogno di pubblicare un libro e un altro di lì a breve sarebbe stato pubblicato, in molti lo aspettavano persino. Avevo feste, cene, serate, amici a volontà in ogni paese, e questo per me era davvero sorprendente se penso alla ragazzina timida che ero. Avevo una casa tutta mia che avevo arredato da sola, senza dover scendere a stupidi compromessi con una persona che voleva vincere a tutti i costi imponendosi. Avevo persone sincere su cui contare seriamente, capendo così che da soli ce la facciamo benissimo, ma in compagnia è meglio. Cosa però non facevo più, cosa avevo perso realizzando quella versione autentica di me, smessi i panni della figlia perfetta e della compagna che non smetterebbe mai di essere amorevole benchè non ne valga davvero la pena? Non cucinavo più dolci per la colazione, non mettevo più fiori nei vasi, non curavo più le piante in veranda, non trascorrevo piacevoli ore del pomeriggio leggendo, non dipingevo più, non disegnavo più nemmeno parlando distrattamente al telefono. Non trascorrevo più tempo in casa, presa da tutti gli impegni fuori, e scoprivo, riflettendoci, che tutto ciò mi mancava.

fiori

Tornando a casa con la spesa, mi son resa conto che avevo messo da parte molte cose del mio passato per far spazio alle nuove, ma crescere non significa perdere una parte di sé: significa migliorarsi, significa amarsi di più e meglio di prima. Dovevo ricominciare. Ricominciare dal ciambellone per la colazione, ricominciare a curare quella parte di me che un tempo ricorreva alle cose semplici per ritagliarsi il suo angolo in una vita di coppia non soddisfacente. E dovevo scriverlo. Scriverlo non per me, ma perchè potesse essere d’aiuto per tutti quelli come me, uomini e donne, che a un certo punto hanno guardato il volto della persona che amavano e hanno deciso di non mentire più a sè stesse negando l’evidente: ovvero la mancanza di reciprocità. Ho deciso di farlo perchè dopo una storia bisogna ricominciare, e non solo ripartire da zero. Significa che dobbiamo ricostruirci la nostra quotidianità, fatta della nostra sola presenza, creando nuove abitudini e nuove tradizioni. Per far questo abbiamo bisogno di tempo e spazio, sentimentalmente dico. E poi, quando abbiamo nuovamente creato i nostri equilibri, dato spazio a quello che di noi avevamo messo da parte per realizzarci in stupidi ruoli preconfezionati che non ci determinano nella nostra unicità, quando finalmente abbiamo creato una nuova e solida autostima, dobbiamo ricominciare a fare quello che facevamo e che ci faceva stare bene, che ci rendeva felici in modo del tutto diverso. Come preparare torte, per esempio. Perchè se un pezzo della nostra vita è chiuso, quello che allora facevamo siamo sempre noi, e sarebbe un peccato sprecare quelle capacità, non saremmo completi se non unissimo il nuovo traguardo coi vecchi successi. Allora mi promisi, in quel pomeriggio, tornando a casa con le buste della spesa: “Ricomincio da dove ho finito”. Una volta a casa, poi, fu la volta della crostata: la farina, le uova, il burro, il tavolo pieno degli ingredienti, la pasta frolla che prendeva forma sotto le mie dita. E mentre era in forno, allora presi anche a disegnare. Una cosa piccola: in fondo è sempre dalle cose piccole che si inizia. Che si incomincia, che si ricomincia.

ricomincio da dove ho finito

 

Certe storie non sono per sempre, le abitudini d’un tratto finiscono in frantumi come vasi di cristallo che si schiantano sul pavimento. Vanno in mille pezzi, e con essi le nostre vite. Lo smarrimento è inevitabile, ma non dobbiamo scordarci che siamo degni d’amore sempre e che l’amore esiste già nelle nostre vite, esiste sempre intorno a noi. Se non è quello di un compagno o di una compagna, non è una tragedia: sarà l’amore di tutte le persone a cui sapremo sorridere, incoraggiandole; sarà l’amore di tutte le persone che aiuteremo, con gentilezza; sarà l’amore che daremo incondizionatamente e che incondizionatamente riceveremo da tutti gli amici cari, quelli veri, quelli di una vita, da quelli nuovi che verranno. Le amiche prima di tutto mi hanno fatta sentire amata, dopo il mio voltar pagina. Mi hanno insegnato che la prima persona fra tutte quelle che possono darci amore e che meritano il nostro amore è esattamente quella che guarderemo nello specchio svegliandoci al mattino. Se l’avessi imparato prima, quella storia in cui ero sola a lottare per una coppia che non esisteva probabilmente sarebbe finita molto prima. Dovrebbero insegnarci l’amore per noi stessi, invece di inculcarci che pensare bene a sè è egoistico. Se avete smesso di volervi bene, di dedicare il tempo anche ai piccoli scarabocchi o alla passeggiata al parco,di tenere per mano quello che facevate per far spazio a nuove sfide e nuovi successi (e questo significa anche insuccessi, sappiatelo), ditelo anche voi: Ricomincio da dove ho finito. E fatelo.

Houston, per questa volta non abbiamo un problema: il buon senso è salvo. In fondo, ci siamo salvati. Siamo stati alieni, trovandoci smarriti su questa Terra, tra ciò che credevamo di conoscere e pensavamo ci appartenesse, ma per fortuna ci siamo riscoperti come suoi abitanti. Per una volta, con buon senso.

Adesso andiamo a dormire: sono le 2.00 del mattino. Ecco cosa accade se nel cuore della notte, ricordando un pomeriggio.

Per cena che ne dici se invitassimo Orlando e Astolfo, domani?

 

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La cultura è una borsa fashion, oggigiorno.

Houston, abbiamo un problema!

Uno grave, gravissimo! Di inadeguatezza, direi. Disadattamento, direbbe un esperto del settore. (Uno psicologo, per esempio. Ma anche un’esperta improvvisatasi profeta della moda. Lascialo dire a me, che sono educatrice, una sorta di “terra di mezzo” tra la fauna e quelli che nella fauna sanno distinguersi. E qui cito anche Jep Gambardella, con il termine “fauna” utilizzato per rappresentare noi uomini. Secondo me ha pure studi socio-antropologici e Sorrentino non ce l’ha rivelato.)

Torniamo a noi, Houston. Il problema è che io non sono patita di moda, tendenza, trend, e roba di questo genere. Sì, non me ne frega niente di cosa si usa, di come si usa, di cosa proprio non può mancare nel guardaroba, e così via. Mi vesto seguendo il mio gusto, questo sì, questo no, questo mi piace, questo si indossa davvero?, ma dai!

Ecco: il problema è questo. Passo più tempo in una libreria, tra i libri, perdendomi. Oppure nelle cartolerie, scegliendo quaderni, matite, penne, temperamatite, pastelli, agende, taccuini. Indecisa tra il primo libro e l’ultimo stretti in mano, cerco di optare per il “terzo che gode tra i due litiganti”, e invece poi finisce che li prendo tutti e tre. Ed è maniacale la mia tendenza ad accumulare libri e materiale per scrivere e organizzare appunti. Se non vado in questi posti qui almeno una volta alla settimana, davvero entro in astinenza. In una boutique, invece, nemmeno decido di entrare. Sono persino due stagioni di saldi che non faccio giri tra negozi a caccia di affari. Semplicemente, se ho bisogno di qualcosa, per una cerimonia o altro, inizio a pensarci a non prima di cinque giorni dall’evento. Se mi piace qualcosa in vetrina, mi fermo per comprarla solo se ho tempo per entrar e provare. Roba di dieci minuti. Chè se no mi annoio e non ne vale la pena. Houston, questo è un problema serio! Persino Astolfo e Orlando scuoterebbero il capo rassegnati, guardandomi in viso senza un minimo di incoraggiamento. Però ho scoperto una cosa figherrima (qualcuno ha già messo il copyright per questo latinismo adattato all’italiano contemporaneo?). E voglio condividerla. Per il bene dell’umanità, della cultura e delle fashion victim. Ho trovato un modo per avere gratis una di quelle borse che tanto vanno di moda adesso: quelle che si tengono in mano, senza manici, senza tracolle. Insomma, quelle che si usano tanto, che vedi nei selfie, o nelle foto fatte appositamente per sembrare che sei uscita vestita così per andare chissà dove, e invece ti sei vestita così solo per trovare l’angolo migliore, trascinandoti dietro uno con la macchina fotografica seria, per scattare la foto e poi correre a casa e condividerla sui social, scegliendola tra i mille scatti fatti in dieci minuti. Non so come si chiami in gergo (tecnicamente), ‘sta borsa qua, ma so che farà impazzire tutti proprio perchè è di tendenza ed è gratis. Eccola, è questa:

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“La cultura è una borsa fashion, oggigiorno” © Luana Lamparelli

 

 

Pensa, Houston: io me la son trovata casualmente in casa, nemmeno mi capacitavo di come una cosa del genere potesse esserci arrivata. Ho pure pensato: “Se la usassi, avrei non solo l’aria da tipa fashion, ma potrei passare persino per una d’avanguardia, e acculturata, e senza nemmeno dover aprire la bocca”. Poi ho capito: era la scatola che conteneva gli ultimi libri che mi son fatta comprare dalla mia manager tramite Internet. Quando ho aperto il pacco, per l’euforia di stringere tra le mani e sfogliare i libri tanto attesi, non me n’ero resa conto! Ma adesso, adesso..! Adesso posso dirlo a tutte: UNA BELLA BORSA DA TENERE IN MANO (anche se poi vi mancherà sempre la terza mano con cui mantenere il cocktail o la sigaretta per fare le fighe ai party), vi arriva a casa gratis, GRATIS! …certo, se acquistate i libri. Se non li leggete, poi, considerate che potete sempre metterli su una libreria e dare un tocco davvero figo alla vostra casa. Certo, se non avete una libreria, la pecca si vede comunque… Potreste sempre metterli sul comodino, o smistarli tra il salotto e il bagno, così, quando avrete degli ospiti in casa, magari maschi radical chic, o gente di destra dalla cultura vera e solida (non di destra a chiacchiere, e sono quelli che io preferisco, premettendo che è solo un’ideologia, perchè oramai la destra e la sinistra sono solo delle astrazioni di cui i politicanti si gonfiano inutilmente), questi penseranno: “Hai capito, la tipa?”. E farete un figurone! (Questo è il mio personale incentivo per farvi comprare libri. Libri in genere, non necessariamente miei. Anche perchè sono solo due quelli che ho scritto fino a ora). Quando poi vi stancate della borsa, nessun problema: o la dipingete, o la rivestite con carta decorativa o tessuto, oppure la gettate nella campana per la raccolta differenziata. (Occhio: quella della carta. Fatevi furbe.) Così sarete alla moda senza spendere soldi, e pure lungimiranti facendo un investimento sul vostro futuro avendo per casa libri. A questo dovrete abbinare la scelta giusta dell’uomo da portare a casa e la lettura strategica almeno (!) del riassunto delle opere scelte su Wikipedia, o dalla mia rubrica “Leggere”, se c’è. E in tutto ciò non posso aiutarvi, eh. Sarete anche attente all’ambiente e originali per davvero.

Sì, Houston, abbiamo un problema: la cultura è una borsa fashion, oggigiorno. Non solo. Houston, ce ne sta un altro legato a ‘sta vicenda: le fashion blogger non mi piacciono. Mi annoiano. Alle volte, però, mi fanno ridere. Tanto. Purtroppo.

Saluta Astolfo e Orlando con la manina?

 

 

Testi e foto: © Luana Lamparelli

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